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Lieve Entità — Anno 2026

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Altri anni per Lieve Entità

Provvedimenti

Lieve entità del fatto: no allo sconto per 4000 dosi di eroina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata a quattro anni di reclusione per traffico di stupefacenti. La donna trasportava eroina a bordo di una motonave proveniente dall'estero in cambio di denaro. La difesa invocava la qualificazione del reato come lieve entità del fatto. I giudici hanno respinto la richiesta evidenziando l'elevata quantità della sostanza, pari a ben 4.786 dosi, l'ottima qualità della droga e le modalità del trasporto internazionale effettuato da un soggetto insospettabile. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna originaria e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Lieve entità stupefacenti: quando 720 dosi negano lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità stupefacenti. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che la quantità di droga sequestrata (pari a 720 dosi di marijuana e 12 di hashish), la presenza di un bilancino di precisione, di materiale per il confezionamento e di una somma in contanti escludono l'applicazione della minore gravità. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione a fini di spaccio: l’uso personale non salva il reo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato sosteneva che l'hashish fosse destinato all'uso personale e che la condotta relativa alla cocaina fosse di lieve entità. I giudici hanno invece confermato la colpevolezza basandosi sul rilevante quantitativo di droga, pari a ventitré grammi di hashish e oltre cinquantacinque grammi di cocaina, sulla suddivisione in dosi, sulla presenza di strumenti di confezionamento e di un foglio di contabilità, oltre che sull'assenza di un lavoro stabile del reo. È stata inoltre confermata la recidiva qualificata per via di precedenti penali specifici. L'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Lieve entità nei reati di droga: negato lo sconto allo spaccio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per spaccio e ricezione di cocaina. L'Imputato contestava la ricostruzione dei fatti e chiedeva il riconoscimento della lieve entità nei reati di droga. I giudici hanno confermato l'esclusione della circostanza attenuante a causa dell'elevata quantità di stupefacente (oltre cento grammi di cocaina), della frequenza delle cessioni (più di cinquanta episodi) e della costante disponibilità di droga in un ristretto arco temporale. Di conseguenza, L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Gravi indizi di colpevolezza: spaccio o uso personale?
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un soggetto accusato di spaccio di sostanze stupefacenti. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, sostenendo l'uso personale della droga e l'occasionalità della condotta. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che l'acquisto a credito di circa 60 grammi di cocaina, per un valore di 3.000 euro, dimostra un solido legame fiduciario con i fornitori, incompatibile con il consumo personale. Inoltre, l'indagato aveva inviato un falso verbale di sequestro per giustificare il mancato pagamento della sostanza. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo la motivazione del Tribunale del Riesame logica, coerente e priva di vizi, confermando la legittimità della misura cautelare applicata.
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Lieve entità dello spaccio: il bilancino in auto nega lo sconto
Un uomo, fermato in auto con altre persone in possesso di sostanze stupefacenti e un bilancino di precisione, ha impugnato la condanna chiedendo il riconoscimento della lieve entità dello spaccio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che per concedere la riduzione della pena occorre una valutazione globale di tutti gli elementi del caso. Nel caso specifico, la quantità di droga e la presenza del bilancino escludono la lieve entità dello spaccio. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Spaccio di lieve entità: no alla pena retroattiva più severa
Tre imputati sono stati condannati per reati di droga. La Corte d'appello ha riqualificato i fatti come spaccio di lieve entità non occasionale, applicando una norma del 2023 ritenuta più favorevole. La Cassazione ha però rilevato un errore: la riforma del 2023 non ha creato un nuovo reato autonomo, ma una circostanza aggravante che aumenta la pena per le condotte non occasionali. Di conseguenza, applicare questa norma a fatti commessi nel 2020 ha violato il principio di irretroattività della legge penale più sfavorevole, poiché ha comportato una pena più alta rispetto a quella prevista all'epoca dei fatti. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza limitatamente al calcolo della pena, confermando in via definitiva la colpevolezza degli imputati.
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Traffico di stupefacenti: condanne per i codici cifrati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per reati legati al traffico di stupefacenti. Il Primo Ricorrente contestava la condanna per spaccio, ritenendo che le intercettazioni telefoniche fossero state interpretate erroneamente e chiedendo la derubricazione del reato in lieve entità. Il Secondo Ricorrente contestava la sua partecipazione all'associazione criminale. La Suprema Corte ha confermato la validità delle prove raccolte, evidenziando che il linguaggio cifrato usato nelle telefonate era smentito dal reale sequestro di cocaina. Inoltre, ha escluso la lieve entità per la stabilità e la ramificazione internazionale del sodalizio criminoso. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Fuga e armi illegali: niente ‘particolare tenuità del fatto’
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di due persone condannate per porto illegale di armi e violazioni della legge sulla caccia. Gli imputati chiedevano l'assoluzione invocando la 'particolare tenuità del fatto'. La Corte ha respinto la richiesta, stabilendo che la presenza di più condotte illegali e il tentativo di fuga di uno dei due per evitare un controllo impedivano di considerare il fatto come particolarmente tenue. La sentenza chiarisce la netta differenza tra 'lieve entità', che attenua solo la pena, e 'particolare tenuità del fatto', che richiede un'offensività minima per escludere la punibilità. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la condanna confermata.
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Furto in abitazione: condanna anche per dei vasi presi in giardino
La Cassazione conferma la condanna per furto in abitazione a carico di due persone che avevano sottratto dei vasi dal giardino di una conoscente. La difesa sosteneva si trattasse di un uso momentaneo per una sorpresa, ma la restituzione tardiva ha escluso questa ipotesi. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: il furto in abitazione è sempre grave perché viola la sfera privata della persona. Per questo motivo, non è applicabile l'attenuante della 'lieve entità', anche se il valore della refurtiva è basso. La sentenza chiarisce che la violazione del domicilio prevale sulla tenuità del danno economico.
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Spaccio di droga in carcere: padre porta 100g al figlio detenuto
Un padre consegna un panetto di 100 grammi di hashish al figlio detenuto durante un colloquio. Le forze dell'ordine scoprono lo spaccio di droga in carcere grazie a diverse intercettazioni telefoniche. L'uomo finisce agli arresti domiciliari. La difesa presenta ricorso, sostenendo che la quantità di droga fosse minima e che le intercettazioni risultassero fraintendibili. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici stabiliscono che l'interpretazione delle intercettazioni è valida se segue una logica chiara. Inoltre, introdurre 100 grammi di stupefacente in un penitenziario non rappresenta mai un fatto di lieve entità. I numerosi precedenti penali del padre giustificano pienamente la misura cautelare per il forte rischio di nuovi reati. Il padre perde definitivamente la causa, rimane agli arresti domiciliari e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di 3.000 euro.
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Rideterminazione della pena: quando il giudicato sbarra la strada
Un condannato ha presentato ricorso per la rideterminazione della pena invocando l'applicazione di una circostanza attenuante basata su una recente sentenza della Corte Costituzionale. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la rideterminazione della pena in fase esecutiva non è ammessa se la sentenza di condanna è diventata definitiva dopo la pubblicazione della decisione della Consulta. In tali casi, la questione doveva essere sollevata durante il processo di merito. La Corte ha inoltre chiarito che la coincidenza fisica tra il giudice del processo e quello dell'esecuzione non costituisce di per sé un motivo di nullità, dovendo essere eventualmente contestata tramite la procedura di ricusazione.
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Spaccio o uso personale? 68 grammi e bilancino portano alla condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un uomo trovato in possesso di 68 grammi di marijuana. Nonostante la difesa sostenesse la lieve entità del fatto, i giudici hanno evidenziato come la detenzione a fini di spaccio fosse provata da elementi inequivocabili. Oltre al peso della droga, il ritrovamento di un bilancino di precisione sporco di sostanza, ritagli di buste per il confezionamento e nastro adesivo ha pesato sulla decisione. L'analisi tecnica ha rivelato la possibilità di ricavare ben 319 dosi medie singole, superando ampiamente la soglia del consumo personale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché non contestava validamente le prove raccolte nei gradi precedenti, limitandosi a riproporre argomenti generici già respinti.
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Patteggiamento e spaccio di droga: quando il ricorso è inutile
Un uomo, condannato in seguito a patteggiamento e spaccio di droga per il possesso di hashish e cocaina, ha presentato ricorso in Cassazione. Il ricorrente lamentava la mancata applicazione dell'ipotesi di lieve entità, chiedendo una diversa qualificazione giuridica del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ricordando che nel patteggiamento i motivi di impugnazione sono limitati e tassativi. La contestazione della qualificazione giuridica è ammessa solo se palesemente assurda o eccentrica rispetto alle accuse. Nel caso specifico, la varietà delle sostanze e le modalità di occultamento hanno confermato la correttezza della pena concordata, portando alla condanna del ricorrente anche al pagamento di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: i limiti legali
Un imputato ha presentato un ricorso per cassazione contro patteggiamento dopo aver concordato una pena per la detenzione e il trasporto di diverse sostanze stupefacenti, tra cui metanfetamine, hashish, marijuana e cocaina. La difesa contestava la mancata applicazione della fattispecie della lieve entità, chiedendo una diversa qualificazione giuridica del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando che l'impugnazione di una sentenza di patteggiamento è limitata a casi tassativi. La qualificazione giuridica può essere contestata solo se appare palesemente errata o eccentrica rispetto ai fatti descritti nel capo di imputazione. Nel caso specifico, la varietà e la quantità delle droghe escludevano un errore manifesto del giudice di merito. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Danno patrimoniale di speciale tenuità: stop della Cassazione
La Corte di Cassazione ha affrontato il ricorso di un soggetto condannato per spaccio di stupefacenti, il quale lamentava il mancato riconoscimento dell'attenuante del danno patrimoniale di speciale tenuità. Nonostante il reato fosse già stato qualificato come fatto di lieve entità, il ricorrente sosteneva che il valore economico dell'operazione fosse minimo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione dei giudici di merito. La motivazione risiede nel fatto che il quantitativo di droga non era modesto e la sostanza era tra le più redditizie sul mercato. Di conseguenza, non è stato possibile ravvisare un pregiudizio economico irrisorio, elemento necessario per l'applicazione dell'art. 62 n. 4 c.p. La decisione ribadisce che la lieve entità dello spaccio non implica automaticamente la speciale tenuità del danno patrimoniale.
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Detenzione ai fini di spaccio: tra uso personale e prove
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un uomo trovato in possesso di circa 14 grammi di cocaina, materiale per il confezionamento e oltre tremila euro in contanti. La difesa sosteneva che la sostanza fosse destinata all'uso personale e che il denaro derivasse da regali per un imminente matrimonio. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto che la detenzione ai fini di spaccio fosse provata dalla suddivisione in dosi e dal ritrovamento di un bilancino di precisione occultato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché le doglianze erano generiche e miravano a una rilettura dei fatti non consentita in sede di legittimità. La decisione ribadisce che l'assenza di dettagli specifici sull'acquisto della droga indebolisce la tesi dell'uso personale.
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Detenzione a fini di spaccio: ricorso generico e condanna confermata
Un uomo è stato condannato per detenzione a fini di spaccio dopo essere stato sorpreso con 7,75 grammi di cocaina suddivisi in 33 dosi. Durante un controllo di polizia, il soggetto ha tentato di disfarsi dello stupefacente e del denaro consegnandoli alla moglie presente in auto. La Corte d'Appello ha confermato la pena di sei mesi di reclusione e mille euro di multa. Il successivo ricorso in Cassazione è stato dichiarato inammissibile poiché i motivi presentati dalla difesa erano generici e non indicavano specifiche violazioni di legge o carenze logiche nella sentenza impugnata. La Suprema Corte ha dunque confermato la condanna, imponendo anche il pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rapina di lieve entità: perché il valore del bene conta.
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due soggetti condannati per rapina in concorso, negando l'applicazione della circostanza attenuante della rapina di lieve entità. Nonostante il richiamo alla recente sentenza della Corte Costituzionale n. 86/2024, i giudici hanno ritenuto che le modalità della condotta fossero particolarmente gravi. Il valore del bene sottratto, un paio di occhiali di lusso stimati 450 euro, ha impedito di considerare il fatto come di minima offensività. La decisione conferma che la valutazione della lievità deve considerare sia il danno patrimoniale che la violenza esercitata.
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Contraffazione e ricettazione: la Cassazione nega la lieve entità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di contraffazione e ricettazione a carico di un soggetto che deteneva merci con marchi mendaci. Il ricorrente aveva impugnato la sentenza della Corte d'Appello lamentando vizi di motivazione sulla responsabilità penale e il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto ex art. 131-bis c.p. Gli Ermellini hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il controllo di legittimità non può trasformarsi in un terzo grado di merito. La decisione sottolinea che la gravità delle modalità della condotta e il pericolo per la fede pubblica precludono l'applicazione dei benefici per i fatti di lieve entità. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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