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Lieve Entità — Anno 2026

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Altri anni per Lieve Entità

Provvedimenti

Detenzione di sostanze stupefacenti: no alla terapia del dolore
Un imputato ha subito una condanna per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto diverse tipologie di droghe già suddivise in piccole dosi singole. La difesa ha sostenuto che l'uomo utilizzasse le sostanze per fini terapeutici legati alla terapia del dolore. I giudici di merito hanno respinto questa tesi per assenza di prove mediche adeguate. L'interessato ha presentato ricorso in Cassazione contestando la valutazione dei fatti e la misura della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La verifica delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito e la motivazione adottata risulta priva di vizi logici. Il ricorrente deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità escluso per cento grammi di cocaina
Due imputati hanno proposto ricorso per Cassazione contro la condanna per traffico e cessione continuata di cocaina. Il Primo Imputato chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità, sostenendo di aver svolto un ruolo marginale. Il Secondo Imputato contestava invece l'entità della sanzione decisa tramite accordo tra le parti. La Suprema Corte ha respinto entrambe le impugnazioni. I giudici hanno escluso la minore gravità a causa del possesso di oltre cento grammi di droga, dell'attività protratta per cinque mesi e dei consistenti guadagni. La Corte ha inoltre dichiarato inammissibile il reclamo del secondo ricorrente, poiché la pena concordata in appello non può subire contestazioni generiche. Entrambi i ricorrenti sono stati condannati alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione degli arresti domiciliari: carcere dopo un minuto
Un indagato agli arresti domiciliari si è allontanato dalla propria abitazione per un solo minuto in orario notturno. Il Giudice ha disposto la custodia cautelare in carcere per la violazione degli arresti domiciliari. L'indagato ha presentato ricorso, sostenendo che l'uscita brevissima e il rientro spontaneo costituissero un fatto di lieve entità. I giudici hanno invece valorizzato l'orario notturno, le giustificazioni contrastanti e un precedente episodio analogo già perdonato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. L'indagato resta in carcere e deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità spaccio negata: 50 dosi confermano la condanna
L'Imputato è stato fermato con cinquanta dosi di cocaina e crack destinate alla vendita. I giudici di merito lo hanno condannato per detenzione illecita a due anni e otto mesi di reclusione e a oltre undicimila euro di multa. La difesa ha presentato ricorso per ottenere la riqualificazione dell'accusa nella fattispecie di lieve entità spaccio, contestando la gravità attribuita al fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il Collegio ha stabilito che l'elevato quantitativo frazionato in dosi e le circostanze concrete impediscono il beneficio della minore gravità. L'Imputato dovrà scontare la pena confermata e pagare tremila euro alla Cassa delle ammende oltre alle spese.
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Spaccio di lieve entità escluso se l’attività è professionale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per reati in materia di stupefacenti. La difesa contestava la mancata riqualificazione del fatto nella meno grave ipotesi di spaccio di lieve entità e lamentava l'applicazione della recidiva. I giudici hanno chiarito che il beneficio della lieve entità impone una valutazione complessiva di mezzi, modalità dell'azione, purezza e quantità della sostanza. La presenza di indici di professionalità nell'attività illecita esclude la minima offensività della condotta. Inoltre, la censura sulla recidiva è risultata infondata poiché il primo giudice l'aveva già disapplicata. L'imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese legali e al versamento di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Porto di oggetti atti ad offendere: niente sconti per chi ha precedenti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un individuo accusato del reato di porto di oggetti atti ad offendere, consistente nel portare fuori dalla propria abitazione un coltello con lama particolarmente tagliente. La difesa richiedeva il riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità del fatto per ottenere una sanzione ridotta. I giudici supremi hanno respinto la richiesta, sottolineando l'elevata pericolosità offensiva dell'arma da taglio e i numerosi precedenti penali recenti della persona, tra cui rapine e reati violenti. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e il condannato dovrà pagare le spese legali e una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità nel reato di stupefacenti: un chilo nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna a due anni di reclusione e seimila euro di multa per detenzione illecita di sostanze stupefacenti. La difesa chiedeva la riqualificazione della fattispecie nella lieve entità nel reato di stupefacenti, la concessione delle attenuanti generiche e la riduzione della pena. I giudici hanno escluso la minore gravità a causa del quantitativo sequestrato, pari a circa un chilogrammo di marijuana da cui erano ricavabili oltre cinquemila dosi singole medie. La presenza di precedenti specifici ha confermato la pericolosità sociale del soggetto, precludendo ogni beneficio difensivo. L'imputato deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità e custodia cautelare in carcere: la Cassazione
Un indagato ha presentato ricorso contro la decisione del Tribunale del Riesame. I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere per detenzione di cocaina e crack, sebbene il fatto fosse stato riqualificato come reato di lieve entità. La difesa ha sostenuto che gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico fossero sufficienti a contenere il pericolo di recidiva, richiamando anche lo stato di tossicodipendenza del soggetto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha ritenuto congrua la motivazione dei giudici di merito. L'abitazione dell'indagato fungeva da laboratorio per confezionare la droga. Inoltre, i precedenti penali, le continue violazioni di precedenti obblighi di firma e l'interruzione volontaria del percorso riabilitativo giustificano la misura carceraria.
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Lieve entità nello spaccio: auto e contabilità escludono lo sconto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale per detenzione illecita di sostanze stupefacenti a carico di un imputato, negando la concessione della lieve entità nello spaccio. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto diverse tipologie di droghe all'interno della vettura dell'uomo durante un controllo. La difesa chiedeva la riqualificazione del reato sostenendo una ridotta offensività per qualità e quantità delle sostanze. I giudici hanno respinto la tesi evidenziando un'organizzazione strutturata: l'imputato utilizzava l'auto come base logistica, disponeva di due telefoni cellulari, un listino prezzi e un registro contabile dei clienti. Questi elementi superano i confini della piccola cessione da strada. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro.
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Estorsione consumata: arresto lampo ma il reato è perfetto
Un uomo ha minacciato gravemente una persona per farsi consegnare del denaro prima di Ferragosto, evocando contesti criminali. La vittima ha avvisato le forze dell'ordine, le quali hanno organizzato un appostamento. Subito dopo la consegna del denaro, gli agenti sono intervenuti arrestando l'uomo in flagranza e recuperando la somma. La difesa sosteneva che il reato fosse solo tentato, poiché l'agente non aveva goduto del profitto, e invocava l'attenuante della lieve entità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando l'estorsione consumata: il delitto si perfeziona con il passaggio materiale dei soldi, e l'aggravante del metodo mafioso impedisce l'applicazione dell'attenuante della lieve entità.
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Detenzione ai fini di spaccio: uso personale escluso
Un uomo è stato fermato con sostanze stupefacenti e denaro contante. I giudici di merito hanno qualificato la condotta come detenzione ai fini di spaccio di lieve entità, condannando l'imputato a oltre due anni di reclusione e alla confisca dei soldi. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che la sostanza fosse destinata al mero consumo personale e che i giudici avessero valutato male le prove. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la ricostruzione dei fatti e la destinazione a terzi della droga risultano ampiamente provate dalla quantità, dalla presenza del denaro e dalle modalità d'azione. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese legali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per saltum convertito in appello dalla Cassazione
Il Tribunale condannava l'imputato riconoscendo la lieve entità del reato di spaccio di stupefacenti. La Procura Generale impugnava la decisione presentando direttamente un ricorso per saltum in Cassazione, denunciando una presunta violazione di legge nella qualificazione giuridica. La Suprema Corte ha rilevato che le censure del Pubblico Ministero contestavano in realtà la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle prove, elementi che integrano un vizio di motivazione non esaminabile in sede di legittimità. Di conseguenza, i giudici hanno convertito l'impugnazione in appello ordinario, trasmettendo gli atti alla Corte territoriale competente per il nuovo esame di merito.
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Spaccio di lieve entità e carcere: la droga minima non basta
I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo sorpreso a cedere una modica dose di cocaina, pari a 0,80 grammi. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto nella sua abitazione oltre 8.600 euro in contanti, privi di giustificazione reddituale. La difesa ha invocato lo spaccio di lieve entità basandosi esclusivamente sul ridotto peso della dose ceduta, richiedendo in subordine gli arresti domiciliari anche presso terzi. La Suprema Corte ha respinto la tesi: la valutazione della lieve entità richiede un esame complessivo dei fatti e non un mero calcolo quantitativo. Il possesso dell'ingente somma ingiustificata e l'uso dell'abitazione come base logistica provano un'attività strutturata e continuativa. I giudici hanno escluso i domiciliari per l'alto rischio di reiterazione, confermando la massima misura carceraria.
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Unicità del reato di spaccio: cessioni e una sola pena
L'Imputato ha subito una condanna per cessione e detenzione di cocaina a quattro acquirenti distinti. I giudici di merito hanno applicato l'aumento di pena per reato continuato, ritenendo sussistenti più azioni criminose autonome. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso difensivo sul punto, affermando l'unicità del reato di spaccio quando le plurime cessioni avvengono nel medesimo contesto temporale e riguardano la stessa sostanza. I giudici supremi hanno cancellato l'aumento per la continuazione, riducendo la sanzione finale. La Corte ha invece respinto la richiesta dell'attenuante del lucro di speciale tenuità a causa del contesto professionale della condotta.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per spaccio
L'indagato ha contestato l'applicazione della custodia cautelare in carcere per spaccio continuato di stupefacenti. La difesa ha sostenuto la lieve entità dei fatti e ha richiesto gli arresti domiciliari, evidenziando presunte cessioni sporadiche. Il Tribunale e la Corte di Cassazione hanno respinto la richiesta. I giudici hanno accertato un'attività pluriennale e organizzata di vendita di cocaina e hashish, confermata da clienti, appostamenti e pagamenti digitali. I precedenti per evasione e la capacità di gestire lo spaccio a distanza giustificano pienamente la custodia cautelare in carcere.
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Spaccio di lieve entità: professionalità ed esclusioni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti del tipo hashish. La difesa contestava il mancato riconoscimento dello spaccio di lieve entità e il diniego della prevalenza delle attenuanti generiche sulle aggravanti. I giudici di legittimità hanno ribadito che la minore gravità del fatto richiede una valutazione complessiva di mezzi, modalità dell'azione, grado di purezza e quantità della droga. Nel caso esaminato, i giudici di merito hanno accertato una spiccata professionalità nell'attività illecita. Tale elemento esclude in radice la minima offensività della condotta. Il ricorrente deve quindi scontare la pena confermata e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento per lieve entità: la quantità blocca l’accordo
Il Tribunale applicava la pena concordata a L'Imputato per detenzione di stupefacenti, qualificando il fatto come ipotesi attenuata e disponendo la restituzione di 500 euro sequestrati. La Procura Generale impugnava la decisione per violazione di legge. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, accertando che la detenzione di oltre 700 grammi di hashish e 35 grammi di MDMA, unitamente al materiale per il confezionamento, contrasta palesemente con il patteggiamento per lieve entità in assenza di adeguata motivazione. I giudici hanno inoltre censurato la mancata verifica dei requisiti della confisca sul denaro. La sentenza impugnata è stata annullata con trasmissione degli atti al Tribunale.
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Chiamata in correità: dalle accuse alla condanna penale
Due imputati hanno proposto ricorso contro la condanna per concorso in traffico di cocaina. La difesa contestava l'attendibilità della chiamata in correità resa da un complice arrestato e l'interpretazione dei messaggi cifrati. Inoltre, chiedeva la derubricazione dei fatti nella fattispecie di lieve entità. I giudici di legittimità hanno respinto integralmente le tesi difensive. Le dichiarazioni del correo sono risultate spontanee, autoaccusatorie e confermate dalle chat telefoniche. Il quantitativo complessivo di cocaina, pari a circa un chilogrammo, e la disponibilità costante di stupefacente hanno impedito la concessione della lieve entità. La Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando le pene e condannando i ricorrenti al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: tra prove e rinvio
Due imputati hanno subito una condanna per plurimi episodi di cessione di sostanze stupefacenti, gestiti tramite un intermediario che operava in un ristorante. I difensori hanno contestato la ricostruzione indiziaria fondata su intercettazioni, l'esclusione della lieve entità e l'applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha confermato l'impianto generale dell'accusa e la piena validità probatoria degli schemi emersi dalle indagini. Tuttavia, i giudici hanno rilevato un omesso esame difensivo in merito a una singola contestazione. La Suprema Corte ha quindi annullato con rinvio la sentenza limitatamente a quell'episodio, rendendo definitiva la condanna per tutti gli altri reati contestati.
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Detenzione a fini di spaccio: canapa e dubbio sul THC
Un lavoratore impiegato nell'azienda di cannabis del figlio deteneva oltre 3,2 chilogrammi di marijuana, pari a oltre 14.000 dosi singole. I giudici di merito lo hanno condannato a un anno e dieci mesi di reclusione per detenzione a fini di spaccio. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo di aver avuto soltanto il dubbio sul superamento dei limiti legali di principio attivo e chiedendo il riconoscimento della lieve entità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il semplice dubbio soggettivo sulla legalità del prodotto non cancella il dolo se l'agente prosegue nella coltivazione. Inoltre, l'elevato quantitativo di dosi ricavabili impedisce di considerare il fatto di lieve entità.
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