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LexCEDpedia

Lieve Entità

Definizione

Circostanza attenuante nei reati di droga che comporta una pena ridotta quando i fatti sono di minima gravità per mezzi, modalità o quantità.

Orientamento della Cassazione

Su LexCED 1.377 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 82% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

Esito del ricorso

  • Accolto, anche in parte 8%
  • Rigettato 10%
  • Inammissibile 82%
  • Altro 1%

Provvedimenti per anno

2022 2023 2024 2025 2026

Sezioni

  • Penale Sez. 775%
  • Penale Sez. 415%
  • Penale Sez. 610%

Precedenti più richiamati

  • Cass. S.U. 51063/2018in 274 provvedimenti
  • Cass. 39977/2013in 41 provvedimenti
  • Cass. 1428/2017in 40 provvedimenti
  • Cass. S.U. 35737/2010in 76 provvedimenti
  • Cass. 13982/2018in 33 provvedimenti

Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Sfoglia per anno

Provvedimenti

Particolare tenuità del fatto: il fatto lieve non evita la pena
Un cittadino viene condannato a 2.000 euro di ammenda per aver portato fuori dalla propria abitazione un coltello di 23 centimetri senza un valido motivo, pur con il riconoscimento della lieve entità del reato. L'imputato presenta ricorso in Cassazione contestando la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto da parte del Tribunale. La Suprema Corte respinge il ricorso e conferma integralmente la condanna. I giudici rilevano che la difesa non aveva avanzato alcuna richiesta specifica in primo grado sul punto. Di conseguenza, il giudice di merito non aveva alcun dovere di motivare sulla mancata concessione del beneficio. La Cassazione chiarisce inoltre che la lieve entità del reato non coincide automaticamente con la particolare tenuità, istituto che richiede un disvalore ancora inferiore e una minima offensività, smentita dai precedenti di polizia.
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Intermediazione nello spaccio: concorso punibile anche per 10 euro
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare dell'obbligo di firma a carico di un uomo accusato di cessione e detenzione di hashish. La difesa sosteneva che l'indagato avesse svolto solo il ruolo di semplice consumatore intento ad accompagnare un conoscente all'acquisto, condotta priva di rilevanza penale. I giudici hanno invece accertato una reale intermediazione nello spaccio: l'indagato ha consegnato personalmente la sostanza stupefacente all'acquirente, trattenendo una parte del denaro a titolo di compenso per il proprio aiuto materiale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che facilitare l'acquisto di sostanze stupefacenti integra a tutti gli effetti un concorso punibile nel delitto di spaccio.
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Concordato in appello: nessun ricorso sui motivi rinunciati
Un imputato per reati di stupefacenti aveva inizialmente contestato la gravità del fatto chiedendo la fattispecie di lieve entità. In secondo grado ha però stipulato un concordato in appello, rinunciando ai motivi di contestazione e concordando esclusivamente una riduzione della sanzione. Nonostante l'accordo recepito dalla Corte d'appello, l'uomo ha presentato ricorso in Cassazione riproponendo la richiesta di riqualificazione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: chi accetta il patto rinuncia a far valere censure già abbandonate, salvo vizi nel consenso o l'applicazione di una pena fuori legge. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Porto abusivo di armi: niente lieve entità per il coltello
Le forze dell'ordine hanno fermato un uomo in una piazza pubblica di notte con un coltello di 35 centimetri. I giudici di merito hanno condannato l'imputato a quattro mesi di arresto e ottocento euro di ammenda con sospensione condizionale della pena. La difesa ha presentato ricorso per cassazione lamentando il mancato riconoscimento della lieve entità e della non punibilità per particolare tenuità del fatto. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile e hanno confermato la condanna. La configurazione del reato di porto abusivo di armi non consente benefici di particolare tenuità quando le dimensioni della lama, l'orario notturno e i precedenti penali del soggetto segnalano un pericolo effettivo per la pubblica incolumità. Il ricorrente deve inoltre versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cannabinoide sintetico: condanna confermata anche senza dosaggio
Due imputati hanno subito una condanna a quattro anni di reclusione e ventimila euro di multa per detenzione finalizzata allo spaccio di uno specifico cannabinoide sintetico, noto commercialmente come spice. I difensori hanno proposto ricorso per cassazione, sostenendo che i giudici di merito avessero travisato la consulenza tecnica sull'efficacia drogante della sostanza, data l'impossibilità di quantificare esattamente il principio attivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili le impugnazioni. I giudici hanno chiarito che il cannabinoide sintetico presenta un potere psicoattivo enormemente superiore rispetto alla cannabis naturale. La presenza costante della molecola nei reperti e la stima compresa tra 285 e 2800 dosi ricavabili giustificano pienamente la condanna e impediscono la concessione della lieve entità. La Cassazione ha condannato entrambi al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Traffico di stupefacenti: la lieve entità crolla con la rete
La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per traffico di stupefacenti e associazione per delinquere a carico di vari imputati attivi come corrieri, pusher e vedette. I ricorrenti chiedevano la derubricazione dei reati nella fattispecie di lieve entità, contestando l'interpretazione dei dialoghi intercettati e chiedendo sconti di pena. La Suprema Corte ha ribadito che il traffico di stupefacenti esclude la lieve entità quando l'attività dimostra una solida organizzazione di spaccio, turni prestabiliti e smercio continuativo di droghe pesanti e leggere. La Corte ha respinto il ricorso principale e ha dichiarato inammissibili tutti gli altri, condannando i ricorrenti alle spese processuali e ad ammende verso la Cassa delle ammende.
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Qualificazione giuridica del fatto: stop al ricorso
L'Imputato, accusato di detenzione illecita di sostanze stupefacenti, ha concordato la pena davanti al giudice dell'udienza preliminare. Successivamente ha presentato ricorso per cassazione lamentando l'errata qualificazione giuridica del fatto. La difesa sosteneva che il reato andasse inquadrato nella fattispecie autonoma di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile con procedura d'urgenza. I giudici hanno chiarito che dopo un accordo sulla pena il ricorso è consentito solo in caso di errore manifesto ed evidente. Nel caso specifico, la detenzione di consistenti quantitativi di hashish, banconote di piccolo taglio e materiale per il confezionamento esclude categoricamente la lieve entità. Il ricorrente è stato quindi condannato alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Droga in carcere: esclusa la particolare tenuità del fatto
L'Imputato subiva una condanna per spaccio di lieve entità dopo aver introdotto sostanza stupefacente all'interno di un istituto penitenziario. La difesa impugnava la sentenza davanti alla Corte di Cassazione, contestando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto prevista dalla legge. I giudici di legittimità hanno respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile. Il ricorso presentava motivi generici e non contrastava l'argomentazione centrale dei giudici di merito: la gravità dell'ingresso della droga in carcere esclude a monte la modesta offensività della condotta. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna dell'imputato, disponendo il pagamento delle spese del procedimento e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e ruoli
La Corte d'appello condannava diversi imputati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e cessione di droga tra la Sicilia e la Calabria. I condannati ricorrevano per Cassazione contestando il ruolo di vertice, la partecipazione stabile, l'uso delle intercettazioni e il mancato riconoscimento della lieve entità. La Suprema Corte ha annullato la condanna di un imputato identificato solo tramite un soprannome senza una verifica vocale adeguata. Ha inoltre annullato la sentenza per un collaboratore a causa della totale assenza di motivazione sul calcolo della pena. La Corte ha rigettato e dichiarato inammissibili i restanti ricorsi, confermando l'esistenza del sodalizio criminale anche in presenza di una struttura organizzativa minima ed escludendo la lieve entità per chi partecipa a un piano d'affari complessivo e strutturato.
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Consumo di gruppo di stupefacenti: condanna senza prova
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno di reclusione e duemila euro di multa inflitta a un imputato trovato in possesso di sessantacinque dosi di cocaina. La difesa invocava il consumo di gruppo di stupefacenti per escludere la rilevanza penale del fatto. I giudici hanno respinto la tesi poiché mancava la prova rigorosa dell'identità degli altri acquirenti e della raccolta preventiva del denaro necessario. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la detenzione condivisa non punibile richiede un accordo chiaro e un finanziamento anticipato da parte di tutti i partecipanti, sanzionando il ricorrente con il pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Revisione della sentenza penale: il contrasto tra fatti e giudizi
Due imputati condannati in via definitiva per spaccio organizzato di droga tra il 2011 e il 2014 hanno richiesto la revisione della sentenza penale. I condannati hanno sostenuto un presunto contrasto insanabile con una successiva sentenza che li aveva invece assolti, riconoscendo la lieve entità per fatti avvenuti nel 2015. La Corte d'Appello ha respinto l'istanza e la Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso. I giudici hanno chiarito che l'inconciliabilità tra sentenze non sussiste quando le decisioni riguardano periodi storici differenti, contesti operativi diversi e volumi di cessione non paragonabili. La richiesta mirava solo a ottenere una diversa valutazione giuridica dei fatti già accertati.
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Spaccio di lieve entità tra piccole dosi e condanna piena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a oltre quattro anni di reclusione per un imputato accusato di plurime cessioni e detenzione di cocaina, eroina e marijuana. L'imputato ha presentato ricorso lamentando il mancato riconoscimento dello spaccio di lieve entità. La difesa ha sostenuto che le cessioni riguardavano singoli acquirenti, senza l'uso di complici o bilancini di precisione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la lieve entità richiede una valutazione globale di tutti gli elementi del reato. Nel caso esaminato pesano la vendita congiunta di droghe pesanti e leggere, l'uso dell'auto per gli scambi rapidi, i continui cambi di schede telefoniche e la presenza di clienti abituali. Tali accorgimenti dimostrano una rete stabile e organizzata, incompatibile con la fattispecie attenuata.
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Ricorso contro il patteggiamento: accordo chiuso e rigetto
L'Imputato ha concordato una condanna a tre anni e quattro mesi per spaccio organizzato di stupefacenti, detenzione di armi e rapina. Successivamente, la difesa ha presentato un ricorso contro il patteggiamento davanti alla Corte di Cassazione, chiedendo di riclassificare il reato nella forma attenuata della lieve entità. I Giudici Supremi hanno respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile. La legge limita rigidamente i motivi di contestazione delle sentenze concordate: l'errore sulla qualificazione del fatto deve risultare palese e immediato già dall'atto di accusa. La descrizione di un'attività di spaccio strutturata, armata e con turni quotidiani esclude qualunque lieve entità.
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Dall’accordo al ricorso per cassazione patteggiamento: no
L'Imputato, mentre si trovava in stato di detenzione, deteneva 71 grammi di hashish, dai quali le autorità potevano ricavare 829 dosi medie singole. A seguito della contestazione, il soggetto concordava con il pubblico ministero una pena per spaccio ordinario tramite sentenza di patteggiamento. Successivamente, la difesa presentava un ricorso per cassazione patteggiamento, sostenendo che il fatto doveva rientrare nell'ipotesi attenuata della lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione contro il patteggiamento per errata qualificazione giuridica è valida solo di fronte a un errore macroscopico ed evidente rispetto all'accusa originaria. L'ingente quantitativo di dosi e il contesto escludono qualsiasi sbaglio palese del tribunale. L'Imputato è stato condannato alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti tra confessione e condanna
L'Imputato ha subito una condanna per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti destinata allo spaccio, nella forma di lieve entità. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto le sostanze durante una perquisizione domiciliare e l'indagato ha ammesso pienamente i fatti contestati. Nonostante l'ammissione e gli esiti del controllo, l'uomo ha proposto ricorso per cassazione lamentando una generica mancanza di motivazione della sentenza di secondo grado. I giudici di legittimità hanno respinto le doglianze dichiarando il ricorso inammissibile a causa dell'assoluta genericità delle censure difensive, del tutto prive di confronto con le prove schiaccianti. Di conseguenza, l'Imputato deve saldare le spese processuali e versare tremila euro in favore della Cassa delle ammende, rendendo definitiva la propria condanna penale.
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Cocaina addosso e a casa: spaccio e condanna confermata
La polizia controlla due uomini e trova il primo con 24 grammi di cocaina addosso. Nella casa del secondo scopre oltre un chilo di droga, novemila euro in contanti e il passaporto del primo individuo. I giudici condannano entrambi per concorso nel reato. Il primo imputato tenta di escludere la propria responsabilità per la scorta domestica, chiedendo la qualificazione in fatto di lieve entità. Il coimputato presenta invece ricorso personalmente senza avvocato cassazionista. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili entrambi i ricorsi. La presenza di documenti personali nel cassetto con il denaro e il confezionamento identico delle dosi dimostrano la detenzione ai fini di spaccio in concorso sull'intero quantitativo.
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Dosi minime ma rete continua: no allo spaccio di lieve entità
Diversi imputati contestavano la condanna per traffico di stupefacenti, chiedendo di derubricare i fatti nell'ipotesi di spaccio di lieve entità. I ricorrenti sostenevano che le cessioni riguardassero quantità minime e modiche dosi singole. La Corte di Cassazione ha respinto le impugnazioni. I giudici hanno chiarito che non basta la modica quantità delle singole dosi per configurare lo spaccio di lieve entità quando l'attività illecita è continua, sistematica e organizzata. L'esistenza di una costante disponibilità di stupefacente e una fitta rete di smercio quotidiano escludono la minima offensività penale. La Corte ha confermato il diniego delle attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva per i soggetti con precedenti specifici, ribadendo l'impossibilità di rivalutare le prove visive in sede di legittimità.
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Condanna dopo anni: scatta la prescrizione del reato
L'imputato ha ricevuto una condanna in appello a due anni di reclusione e 1.800 euro di multa per la cessione di sette pasticche di sostanza stupefacente risalente al dicembre 2016. La difesa ha proposto ricorso per cassazione evidenziando che i giudici di secondo grado hanno ignorato la prescrizione del reato, maturata prima della sentenza di appello. La Suprema Corte ha accolto il ricorso: per tale illecito il termine massimo era pari a sette anni e sei mesi, compiuti a giugno 2024. Poiché non sussistevano cause evidenti per un'assoluzione nel merito, la Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio per intervenuta prescrizione.
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Spaccio di lieve entità: esclusa l’ipotesi per condotta esperta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione e diciottomila euro di multa inflitta a L'Imputato per traffico di stupefacenti. La difesa contestava la mancata dichiarazione di prescrizione del reato, la determinazione della pena e il mancato riconoscimento dell'ipotesi di spaccio di lieve entità. I giudici supremi hanno dichiarato inammissibile il ricorso: la prescrizione non è ancora maturata e i motivi sul merito della responsabilità risultano nuovi rispetto all'appello. Inoltre, la Corte ha escluso lo spaccio di lieve entità evidenziando la chiara professionalità dimostrata dall'uomo nella gestione dell'attività illecita. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese legali e la sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Traffico di stupefacenti: rigettata la lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna a cinque anni di reclusione per traffico di stupefacenti e associazione criminale. L'individuo contestava la propria partecipazione a diversi acquisti e cessioni di cocaina, chiedendo il riconoscimento della fattispecie di lieve entità. I giudici hanno chiarito che la presenza di una struttura organizzata stabile, la continuità dei rifornimenti e il quantitativo non trascurabile di sostanza escludono qualsiasi attenuazione della gravità del reato. Le intercettazioni telefoniche e ambientali hanno confermato il ruolo attivo del soggetto nella gestione del credito e nella distribuzione sul territorio, rendendo definitiva la condanna con contestuale pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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