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Dato Ponderale

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Provvedimenti

Detenzione a fini di spaccio: quantità contro uso personale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per detenzione a fini di spaccio a carico di un automobilista trovato in possesso di circa cento grammi di hashish e cento di marijuana, oltre a un coltello. L'Imputato contestava la destinazione allo spaccio, evidenziando l'assenza di attività di cessione o di strumenti per il confezionamento. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: l'elevato numero di dosi ricavabili (oltre 1400 complessive) e l'assenza di un reddito idoneo a giustificare l'acquisto di una simile scorta, soggetta a rapido deterioramento, dimostrano logicamente l'intento di spacciare. L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità stupefacenti: impronta singola ma condanna intera
L'Imputato è stato condannato per detenzione di marijuana dopo il ritrovamento di quattro buste di droga in un giardino condominiale chiuso. Solo una busta recava le sue impronte digitali, per un peso inferiore a cento grammi. L'Imputato ha richiesto l'applicazione della circostanza della lieve entità stupefacenti, sostenendo che la restante droga appartenesse ad altri. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che il contesto complessivo, caratterizzato da un nascondiglio comune e dall'assenza di segni distintivi sulle confezioni, dimostra un accordo tacito tra i detentori. Di conseguenza, la gravità complessiva dell'azione esclude la lieve entità stupefacenti, confermando la condanna e l'applicazione della recidiva a causa dei numerosi precedenti penali dell'uomo.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: no a sconti per incensurati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato deteneva in casa circa 340 grammi di cocaina, suddivisi in ovuli, equivalenti a oltre mille dosi. I giudici hanno respinto la richiesta di riqualificare il fatto come di lieve entità, evidenziando l'elevata quantità di droga sequestrata. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato il diniego delle circostanze attenuanti generiche, ricordando che la semplice incensuratezza non è più sufficiente per ottenerle, soprattutto in presenza di un comportamento non collaborativo con le forze dell'ordine. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: condannato per 46 grammi di hashish
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L'uomo sosteneva che i 46 grammi di hashish rinvenuti nella sua abitazione fossero destinati esclusivamente all'uso personale. I giudici hanno respinto la tesi difensiva evidenziando che da quel quantitativo si potevano ricavare oltre 645 dosi singole. Inoltre, le forze dell'ordine avevano sequestrato in casa un quaderno con la contabilità dell'attività illecita, contenente nomi e cifre riconducibili alle vendite. La Suprema Corte ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Lieve entità del fatto: niente sconti con 157 bustine di droga
L'Imputato è stato condannato per spaccio di sostanze stupefacenti (ketamina e shaboo). Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione della circostanza attenuante della lieve entità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la lieve entità del fatto può essere riconosciuta solo in presenza di una minima offensività penale della condotta. Nel caso specifico, la presenza di 157 bustine di droga, l'elevato principio attivo delle sostanze, l'abitualità della condotta e i contatti con esponenti della criminalità organizzata escludono categoricamente l'applicazione dell'attenuante. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Lieve entità dello spaccio: 389 dosi escludono lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione illecita di sostanze stupefacenti. La difesa lamentava la mancata qualificazione del reato come fatto di lieve entità e l'omessa valutazione dell'uso personale. Gli inquirenti avevano tuttavia rinvenuto strumenti di confezionamento, bilancini, denaro contante e una quantità di droga equivalente a 389 dosi. La Suprema Corte ha chiarito che la lieve entità dello spaccio deve essere esclusa quando anche uno solo degli indici di legge (come l'elevato dato ponderale) indica una significativa offensività della condotta. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto: negata con 19 dosi di droga
L'Imputato è stato condannato per detenzione illecita di sostanze stupefacenti, avendo addosso e a casa circa 25 grammi di hashish suddivisi in 19 dosi. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche e l'esclusione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il quantitativo di droga sequestrato e la sua suddivisione in numerose dosi escludono la particolare tenuità del fatto, evidenziando una condotta non inoffensiva. Inoltre, la presenza di un precedente penale giustifica il diniego delle attenuanti generiche. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: perché cento dosi escludono lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che chiedeva la riqualificazione del reato di detenzione di stupefacenti in spaccio di lieve entità. L'uomo era stato trovato in possesso di oltre cento dosi di droga, strumenti per il confezionamento e denaro contante. I giudici hanno chiarito che l'attenuante si applica solo quando tutti i parametri (quantità, qualità, mezzi e modalità) indicano un'offensività minima. La presenza di oltre cento dosi, unita a strumenti di confezionamento e denaro, dimostra un'attività di spaccio non modesta, escludendo l'attenuante. L'imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Fatto di lieve entità: 60g di hashish non bastano a escluderlo
La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza della Corte di Appello che aveva negato la qualificazione del reato come fatto di lieve entità a carico dell'Imputata, trovata in possesso di 60 grammi di hashish. I giudici di secondo grado avevano escluso l'attenuante basandosi esclusivamente sul dato quantitativo della droga, ritenendolo indicativo di un inserimento in un circuito criminale. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice non può limitarsi a considerare solo il peso della sostanza, ma deve compiere una valutazione complessiva e comparativa di tutti gli elementi, come i mezzi, le modalità e le circostanze dell'azione. Di conseguenza, la Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputata e ha rinviato il caso alla Corte di Appello per un nuovo giudizio.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
L'Imputata è stata condannata per detenzione e spaccio di cocaina. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione richiedendo la riqualificazione del fatto come spaccio di lieve entità, giustificando la condotta con lo stato di necessità dovuto alla pandemia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che il possesso di 247 dosi di cocaina ad altissima purezza (oltre il 94%), suddivise in 42 involucri, insieme a due telefoni cellulari e denaro contante, dimostra un'attività di spaccio organizzata e non occasionale. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: gli attrezzi escludono l’uso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato chiedeva che il fatto venisse riqualificato come semplice uso personale, contestando anche la gravità della pena. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che la tesi dell'uso personale è smentita da prove schiaccianti: l'ingente quantità di droga, la presenza di diverse tipologie di sostanze e il ritrovamento di strumenti per il confezionamento in dosi. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: ospitare amici costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti in concorso, nello specifico 74,49 grammi di cocaina. L'imputato sosteneva di non essere a conoscenza della droga portata in casa da due ospiti temporanei. Tuttavia, i giudici di merito hanno ritenuto provata la sua consapevolezza e partecipazione. La Suprema Corte ha chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Di conseguenza, è stata confermata la condanna penale e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: uso personale o spaccio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti, nello specifico circa 60 grammi di cocaina purissima al 79%. L'imputato sosteneva che la droga fosse destinata all'uso personale e chiedeva la riqualificazione del reato in fatto di lieve entit. I giudici hanno confermato la condanna basandosi su prove evidenti dello spaccio: il possesso di materiale per il confezionamento, un'ingente somma di denaro e un biglietto con nomi e cifre riconducibile a una contabilit dell'attività illecita. Di conseguenza, il ricorso stato rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti in spazi comuni: condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto hashish in una pertinenza della sua abitazione. L'imputato sosteneva che il locale fosse in comproprietà con altri eredi, ma la Corte ha ritenuto decisivi alcuni indizi: il ritardo nell'aprire il cancello, il rumore dello sciacquone nel tentativo di disfarsi della droga, il possesso di contanti e altra sostanza. La richiesta di riqualificare il fatto come di lieve entità è stata respinta a causa del peso della droga e del fatto che l'uomo fosse già agli arresti domiciliari. L'imputato perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità e spaccio: quando la droga non è un fatto marginale
L'Imputato è stato condannato per detenzione e cessione di cocaina ed hashish. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la violazione del diritto di difesa per la mancata concessione della trattazione orale e la mancata riqualificazione del fatto nella fattispecie di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. L'istanza di discussione orale era tardiva rispetto ai termini perentori del rito cartolare emergenziale. Inoltre, l'elevato numero di dosi ricavabili (166 di cocaina pura al 77% e 130 di hashish), l'assenza di redditi leciti e le modalità di spaccio escludono l'applicazione della lieve entità, dimostrando un inserimento stabile nel mercato illecito della droga. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: la condanna per quattro grammi di cocaina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per lo spaccio di lieve entità di sostanze stupefacenti. L'imputato era stato trovato in possesso di quattro grammi di cocaina, suddivisi in ventinove dosi pronte per la vendita, e di materiale per il confezionamento. La difesa sosteneva l'uso personale, ma i giudici hanno confermato la colpevolezza basandosi sulla ripartizione della droga, sull'assenza di un reddito stabile e su un precedente specifico. La Cassazione ha ribadito che la destinazione allo spaccio si desume da elementi oggettivi e logici, respingendo ogni censura procedurale sollevata tardivamente rispetto al rito abbreviato scelto. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Aumento della pena per recidiva: la gravità esclude gli sconti
L'Imputato è stato condannato dalla Corte di appello di Bologna a quattro anni e dieci mesi di reclusione per quindici violazioni della legge sugli stupefacenti. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'omessa motivazione in merito all'aumento della pena per recidiva. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo la motivazione dei giudici di secondo grado logica e completa. I giudici hanno infatti valorizzato la gravità dei fatti, l'ingente quantitativo di droga trafficata e il ruolo di primo piano dell'indagato, elementi che dimostrano una spiccata pericolosità sociale e giustificano pienamente l'applicazione della recidiva qualificata e il diniego delle attenuanti generiche.
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Uso personale di stupefacenti: la quantità smentisce la difesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di droga. L'imputato sosteneva che la sostanza fosse destinata all'uso personale di stupefacenti e chiedeva il riconoscimento della lieve entità del fatto e delle attenuanti generiche. I giudici hanno però confermato la condanna, evidenziando che l'elevato quantitativo di sostanza e il numero di dosi ricavabili escludono sia il consumo personale sia la lieve entità. La Cassazione ha chiarito che non è possibile chiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Lieve entità dello stupefacente: quantità e modalità negano lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per reati sugli stupefacenti. L'imputato lamentava la mancata applicazione della circostanza attenuante della lieve entità dello stupefacente. I giudici hanno confermato la decisione precedente, evidenziando che le modalità dell'azione e il significativo dato ponderale della sostanza sequestrata impediscono la concessione dello sconto di pena. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: 170 grammi di cocaina costano caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per concorso nella detenzione di 170 grammi di cocaina destinati allo spaccio. L'imputato chiedeva il riconoscimento dello Spaccio di lieve entità, ma i giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello. La richiesta è stata respinta a causa dell'elevato quantitativo di droga e delle modalità concrete del reato, accertate tramite intercettazioni e pedinamenti della polizia. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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