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Dato Ponderale

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Provvedimenti

Concorso in detenzione di stupefacenti: convivere non basta
Durante una perquisizione in un'abitazione coabitata da una coppia, le forze dell'ordine hanno rinvenuto oltre 250 grammi di sostanze stupefacenti e un bilancino di precisione. Il Tribunale ha condannato entrambi i conviventi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del convivente, confermando che la quantità e il bilancino escludono l'uso personale. Al contrario, la Corte ha accolto il ricorso della convivente. I giudici hanno stabilito che la semplice convivenza e la consapevolezza della presenza della droga non bastano a configurare il concorso in detenzione di stupefacenti. La sentenza contro la donna è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Spaccio e particolare tenuità del fatto: la Cassazione nega i benefici
L'Imputato è stato condannato per spaccio di lieve entità dopo essere stato sorpreso a vendere cocaina in una nota piazza di spaccio, nascondendo quindici dosi di hashish e diverse dosi di cocaina in una scatola metallica tra le siepi. La difesa ha richiesto l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, la concessione delle attenuanti generiche e la sospensione condizionale della pena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno evidenziato che l'attività non era occasionale, vista l'organizzazione della condotta e la quantità di dosi pronte alla vendita. Inoltre, i precedenti penali dell'uomo e la mancanza di pentimento escludono i benefici richiesti. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Lieve entità negata: il doppio fondo nella bottiglia costa caro
L'Imputato è stato condannato per detenzione di stupefacenti (marijuana, hashish e cocaina) occultati in contenitori con doppio fondo, insieme a un bilancino di precisione. La difesa ha richiesto la riqualificazione del fatto nella fattispecie di lieve entità, sostenendo l'uso personale e la mancanza di prove sulla vendita. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la diversità delle sostanze, il numero elevato di dosi (274), l'ingegnoso sistema di occultamento e la presenza di strumenti di confezionamento dimostrano un'attività di spaccio strutturata. Tali elementi escludono categoricamente la lieve entità del fatto, confermando la condanna e sanzionando il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di cocaina purissima: no alla lieve entità dello spaccio
L'Imputata è stata condannata a quattro anni di reclusione e 30.000 euro di multa per la detenzione di oltre 103 grammi di cocaina purissima, idonea a confezionare ben 579 dosi. La difesa ha richiesto la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio, sostenendo che la donna avesse agito come corriere occasionale e valorizzando l'esito negativo della perquisizione domiciliare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la lieve entità dello spaccio richiede una valutazione globale di tutti gli elementi del caso. Nel caso specifico, l'elevata quantità e l'altissima percentuale di principio attivo (87%) escludono l'occasionalità della condotta, dimostrando un inserimento stabile in circuiti criminali. La condanna è quindi definitiva.
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Spaccio di lieve entità: 200 dosi escludono lo sconto di pena
L'Imputato è stato condannato per la detenzione di hashish e marijuana, suddivisi in quattro confezioni per un totale di circa 200 dosi, nascoste tra casa e auto. La difesa ha richiesto la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità, sostenendo l'assenza di strumenti di confezionamento e la natura rudimentale dell'attività. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che il numero elevato di dosi (conteggiabili a centinaia e non a decine) e le modalità di occultamento in luoghi diversi indicano una chiara attività di spaccio organizzata e non occasionale. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso personale di stupefacenti: quando il peso non basta
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per detenzione illecita di sostanze stupefacenti, sostenendo che la droga fosse destinata all'uso personale di stupefacenti e chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'esclusione dell'uso personale deve basarsi su una valutazione globale del fatto e non solo sul peso della sostanza. Inoltre, la Cassazione ha ritenuto corretta la decisione di non applicare la causa di non punibilità e ha confermato la pena, già fissata al minimo edittale di sei mesi di reclusione. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: condannato il passeggero
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e otto mesi di reclusione per un uomo accusato di concorso in detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato viaggiava a bordo di un'auto in cui erano nascosti 1,2 chili di hashish. La difesa sosteneva che l'imputato fosse ignaro della presenza della droga e contestava la mancata concessione della lieve entità del fatto. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che non vi è stata alcuna inversione dell'onere della prova: il mancato riscontro della versione dell'imputato e l'elevata quantità di droga (pari a oltre 6.800 dosi) escludono sia l'innocenza sia la particolare tenuità del fatto.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: da acquisto a spaccio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tre giovani sorpresi in un appartamento con diversi tipi di droga, materiale per il confezionamento e ingenti somme di denaro. Gli imputati sostenevano che si trattasse di una semplice compravendita tra loro e chiedevano la riqualificazione del fatto come ipotesi di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, confermando il concorso nel reato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. I giudici hanno valorizzato il tentativo di fuga, l'atto di nascondere la droga e l'elevata purezza della cocaina sequestrata (oltre il 99%), elementi incompatibili con la lieve entità.
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Spaccio di lieve entità: no se hai 200 dosi di cocaina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per detenzione di circa 200 dosi di cocaina, suddivise in 72 involucri nascosti nell'auto. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità e l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, rilevando che la presenza di bilancini di precisione, denaro in contanti e le modalità di occultamento indicano un'attività di spaccio ben organizzata e non occasionale. Inoltre, la richiesta di attenuante per il profitto minimo è stata dichiarata inammissibile poiché presentata per la prima volta in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità dello spaccio: quando il bilancino nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti (cocaina, hashish e marijuana). L'imputato richiedeva la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio e l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità. I giudici hanno confermato che la lieve entità dello spaccio deve essere esclusa quando anche un solo elemento (come la presenza di diverse droghe, bilancino di precisione, denaro contante e occultamento nel veicolo) indichi un'attività organizzata e non occasionale. Inoltre, la richiesta di attenuante è stata ritenuta inammissibile poiché presentata per la prima volta in Cassazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione ai fini di spaccio: il lavoro non salva il pusher
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato era stato sorpreso a cedere hashish a un acquirente e, a seguito di perquisizioni, era stato trovato in possesso di altro hashish e marijuana, oltre a una banconota da dieci euro. La difesa sosteneva l'uso personale della droga, giustificato dai redditi del soggetto, e contestava il diniego delle attenuanti generiche e la confisca del denaro. I giudici hanno confermato la condanna, evidenziando che le modalità dello scambio, il confezionamento della sostanza e la condotta violenta dell'uomo durante il trasporto con le forze dell'ordine escludono l'uso personale e la concessione di sconti di pena. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Divieto di reformatio in peius: la pena base non può salire
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un gruppo di soggetti condannati per vari reati, tra cui spaccio e rapina. Due imputati hanno sollevato questioni procedurali decisive. Il primo ha contestato il rigetto immediato del concordato in appello senza la successiva prosecuzione del dibattimento. Il secondo ha eccepito la violazione del divieto di reformatio in peius, poiché il giudice d'appello aveva aumentato la pena base di un reato satellite pur mantenendo invariata la pena complessiva. La Suprema Corte ha accolto entrambi i ricorsi: ha annullato con rinvio la sentenza per il primo imputato a causa della nullità della procedura di concordato, e ha rideterminato direttamente la pena per il secondo, ribadendo che il divieto di reformatio in peius impedisce di peggiorare i singoli parametri del calcolo della pena. Gli altri ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: uso personale o spaccio?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto nella sua cantinola, di cui possedeva le chiavi, ingenti quantitativi di cocaina, hashish e marijuana, sufficienti a confezionare oltre duemila dosi. Oltre alla droga, erano presenti strumenti di confezionamento, appunti contabili e telefoni cellulari dedicati. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità dell'imputato, evidenziando che la destinazione allo spaccio era palese e che il diniego delle circostanze attenuanti generiche era ampiamente giustificato dalla gravità dei fatti e dalla mancanza di elementi positivi a suo favore. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Serra in casa e sussidio: sì alla custodia cautelare in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di coltivazione e spaccio di stupefacenti. Durante una perquisizione domiciliare, le forze dell'ordine hanno rinvenuto una serra professionale per marijuana nell'armadio, sostanze stupefacenti, materiale da confezionamento e ingenti somme di denaro in contanti. La difesa sosteneva che il denaro derivasse dalla vendita di un immobile e che l'indagato fosse incensurato. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto non provata la provenienza lecita del denaro, evidenziando che i familiari erano disoccupati e percepivano il reddito di cittadinanza. La presenza della serra dimostra una spiccata professionalità nell'attività illecita, giustificando la massima misura restrittiva per il concreto rischio di reiterazione del reato.
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Detenzione di stupefacenti: uso personale o spaccio punibile?
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di detenzione di stupefacenti a carico di un uomo trovato in possesso di 20 grammi di cocaina e 74 grammi di hashish. L'imputato sosteneva che l'hashish fosse destinato all'uso personale e chiedeva il riconoscimento della lieve entità del fatto. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La quantità di droga sequestrata, equivalente a ben 531 dosi medie, e il possesso di un bilancino di precisione dimostrano inequivocabilmente l'attività di spaccio. Inoltre, la detenzione contemporanea di sostanze diverse esclude la minore gravità del reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato la difesa del ricorrente, confermando la pena detentiva e la multa pecuniaria stabilite nei precedenti gradi di giudizio.
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Spaccio di lieve entità: la cantina-deposito nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per detenzione e spaccio di stupefacenti. L'uomo custodiva in cantina circa 104 grammi di cocaina (pari a 438 dosi) e 19 grammi di marijuana. La difesa chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità, sostenendo che il giudice non potesse basarsi solo sul peso della droga. La Suprema Corte ha invece confermato che l'elevata quantità di sostanza, unita alla diversità delle droghe e all'uso di una cantina come deposito organizzato, esclude lo spaccio di lieve entità. Il dato quantitativo può infatti assumere un valore decisivo e assorbente quando dimostra una circolazione non occasionale sul mercato. Di conseguenza, la condanna a quattro anni e un mese di reclusione è diventata definitiva.
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Spaccio di lieve entità: no allo sconto per il corriere recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per detenzione di circa cinquanta grammi di droga (eroina e altre sostanze). L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità, sostenendo che la reale efficacia psicotropa di alcune sostanze fosse minima. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, escludendo l'attenuante sia per il dato quantitativo (oltre mille dosi ricavabili), sia per il ruolo di corriere emerso dalle indagini. È stata inoltre confermata l'aggravante della recidiva, data la presenza di precedenti condanne specifiche e l'uso di falsi nomi. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: no allo sconto per chi vende ai domiciliari
Il Ricorrente, già agli arresti domiciliari, è stato condannato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, essendo stato trovato in possesso di 198 dosi di cocaina e 806 dosi di hashish. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo la riqualificazione del reato nella fattispecie di spaccio di lieve entità e contestando l'aumento di pena per la recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'elevato numero di dosi e la commissione del fatto durante la detenzione domiciliare escludono categoricamente la minore gravità del fatto. Di conseguenza, Il Ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità nel reato di spaccio: la contabilità nega lo sconto
L'Imputato è stato condannato per la detenzione illecita di circa 24 grammi di cocaina e 130 grammi di hashish. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità nel reato di spaccio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione complessiva esclude la minima offensività del fatto. Elementi come la diversità delle sostanze, il possesso di materiale per il confezionamento e un taccuino con la contabilità dell'attività illecita dimostrano una spiccata capacità di diffusione sul mercato. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Droga in carcere: no alla lieve entità dello spaccio
Il caso riguarda Il Ricorrente, condannato per aver tentato di introdurre hashish in un istituto penitenziario per consegnarlo a un detenuto. La difesa ha impugnato la sentenza chiedendo la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio (art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che non si può applicare la lieve entità dello spaccio a causa del peso significativo della droga, dell'elevata percentuale di principio attivo e delle modalità professionali della condotta, elementi incompatibili con una minima offensività del fatto. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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