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Dato Ponderale

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Provvedimenti

Spaccio di droga: condannato nonostante il certificato del Sert
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di droga nei confronti di un uomo, nonostante fosse iscritto al Sert (Servizio per le Dipendenze). L'imputato era stato trovato in possesso di una modica quantità di oppiacei, per cui era in cura, ma anche di un ingente quantitativo di hashish, pari a 278 dosi. Secondo i giudici, il certificato del Sert per una dipendenza da oppiacei non giustifica il possesso di una così grande quantità di un'altra sostanza. La finalità di spaccio di droga è stata dedotta dal dato ponderale (la quantità) e dalla mancata dimostrazione di una capacità economica sufficiente a sostenere un tale acquisto per solo uso personale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, rendendo la condanna definitiva.
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Detenzione ai fini di spaccio: cocaina e contanti, condanna certa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un individuo trovato in possesso di cocaina per 28 dosi e denaro non giustificato. La difesa basata sull'uso personale è stata respinta. La sentenza stabilisce un principio chiaro: per configurare la detenzione ai fini di spaccio non conta solo la quantità della sostanza, ma un insieme di indizi. Tra questi, le modalità di detenzione (in pubblica via) e il possesso di contanti sospetti sono elementi decisivi. Il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile, rendendo la condanna definitiva e confermando la validità della valutazione complessiva delle prove fatta dai giudici di merito.
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Detenzione ai fini di spaccio: padre condannato, la scusa dei figli non regge
Un uomo viene condannato per detenzione ai fini di spaccio dopo essere stato trovato con 112 grammi di marijuana, suddivisi in 76 bustine. L'imputato si difende sostenendo che la droga fosse per l'uso personale dei suoi due figli, noti consumatori. La Corte di Cassazione, però, conferma la condanna. I giudici ritengono la versione dell'uomo illogica e incompatibile con le prove. La grande quantità di sostanza, sufficiente per 571 dosi, il confezionamento in dosi e il tentativo di disfarsi della droga lanciandola dal balcone dimostrano chiaramente l'intenzione di spacciare. La Corte esclude anche l'ipotesi del fatto di lieve entità proprio a causa dell'ingente quantitativo.
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Spaccio di droga: 300 dosi e contanti confermano la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per detenzione ai fini di spaccio nei confronti di un individuo trovato in possesso di 61 grammi di marijuana. L'imputato sosteneva che la droga fosse per uso personale e che il fatto fosse di lieve entità. I giudici hanno respinto la sua tesi, dichiarando il ricorso inammissibile. La decisione si basa su un insieme di prove schiaccianti: la quantità della sostanza (sufficiente per 300 dosi), il ritrovamento di 300 euro in banconote di piccolo taglio e di materiale per il confezionamento. Questi elementi, uniti ai precedenti penali dell'imputato, hanno dimostrato in modo inequivocabile l'intenzione di vendere la droga, escludendo così l'uso personale e qualsiasi forma di clemenza.
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Detenzione ai fini di spaccio: 291 dosi non sono uso personale
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per detenzione ai fini di spaccio, respingendo la tesi dell'uso personale. Un soggetto era stato trovato in possesso di una quantità di stupefacente da cui si potevano ricavare quasi 300 dosi singole, oltre a materiale per il confezionamento. Secondo i giudici, questi elementi oggettivi sono incompatibili con un consumo puramente personale. La Corte ha ribadito che la valutazione sulla destinazione della droga spetta al giudice di merito, che deve considerare tutte le circostanze del caso. L'enorme quantitativo e gli strumenti per la preparazione delle dosi sono stati ritenuti prove sufficienti per escludere l'uso personale e configurare il reato di spaccio. Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile.
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Spaccio di lieve entità: droga compressa nega lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per detenzione di stupefacenti, negando la qualifica di spaccio di lieve entità. I giudici hanno stabilito che per valutare la gravità del reato non basta considerare la quantità di droga (il dato ponderale), ma occorre un'analisi complessiva. In questo caso, il fatto che la sostanza fosse 'compressa' è stato un elemento decisivo. Questa modalità di conservazione, secondo la Corte, indicava un'attività non riconducibile a una mera vendita al dettaglio. Di conseguenza, il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile, rendendo la condanna definitiva.
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Fatto di lieve entità negato: troppe droghe e un’agenda clienti
La Corte di Cassazione ha negato l'applicazione del 'fatto di lieve entità' a un individuo trovato in possesso di un ingente quantitativo di droghe diverse (quasi 900 dosi di marijuana e hashish e 84 di cocaina). La decisione si basa non solo sulla quantità, ma anche sulla presenza di materiale per il confezionamento e un'agenda con nomi e cifre. Questi elementi, secondo i giudici, dimostrano un'attività di spaccio organizzata e con una vasta clientela, incompatibile con la minima offensività richiesta per il riconoscimento del fatto di lieve entità. L'imputato ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese.
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Spaccio e Fatto di Lieve Entità: Condanna per Droga in Lavanderia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di cocaina, negando l'applicazione del 'fatto di lieve entità'. Un uomo deteneva circa 52 grammi di cocaina, equivalenti a 56 dosi, nascosti in due lavanderie industriali. Insieme alla droga, sono stati trovati strumenti per il confezionamento e appunti con nomi e cifre. Secondo la Corte, questi elementi dimostrano una capacità organizzativa e una diffusione della droga a una clientela numerosa. Tali circostanze sono incompatibili con la qualifica di 'fatto di lieve entità', che richiede una minima offensività della condotta. La decisione sottolinea che non basta guardare solo alla quantità di droga, ma a tutto il contesto dell'azione criminale.
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Fatto di lieve entità negato: 260 dosi di cocaina sono troppe
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un imputato trovato in possesso di 50,05 grammi di cocaina, da cui si potevano ricavare 260 dosi. L'imputato chiedeva il riconoscimento del 'fatto di lieve entità', ma i giudici hanno stabilito che la quantità ingente della sostanza è un elemento così negativo da escludere automaticamente la minore gravità del reato. La Corte ha ritenuto questo 'dato ponderale' assorbente rispetto a ogni altra valutazione. Anche la richiesta di attenuanti generiche è stata negata a causa dei precedenti penali dell'imputato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese.
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Spaccio con staffetta: non è mai un fatto di lieve entità
La Corte di Cassazione ha escluso la possibilità di qualificare come 'fatto di lieve entità' il trasporto di 80,86 grammi di eroina. Sebbene la difesa puntasse sulla quantità, i giudici hanno dato peso decisivo alle modalità dell'azione. L'uso di due auto, di cui una con funzione di 'staffetta' per proteggere il carico, dimostra una capacità organizzativa che è incompatibile con la minore gravità del reato. La Corte ha quindi respinto i ricorsi, confermando la condanna per il reato di spaccio nella sua forma non attenuata. L'organizzazione del trasporto prevale sulla mera quantità della sostanza.
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Fatto di lieve entità negato: corriere con 1000 dosi condannato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un corriere trovato in possesso di cocaina per oltre mille dosi. I giudici hanno respinto la sua difesa, basata su un presunto 'trasporto di cortesia' inconsapevole. La Corte ha inoltre escluso l'applicazione del 'fatto di lieve entità', stabilendo un principio importante: la notevole quantità di droga agisce come un 'indice negativamente assorbente'. Questo significa che un quantitativo così elevato è sufficiente, da solo, a qualificare il reato come grave, rendendo irrilevante ogni altra circostanza potenzialmente attenuante. L'imputato perde quindi il ricorso e la sua condanna diventa definitiva.
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Custodisce 2000 dosi per debito: non è fatto di lieve entità
Un uomo viene condannato per aver custodito un'ingente quantità di droga (oltre duemila dosi) per conto di un'altra persona, con lo scopo di saldare un debito. L'imputato chiede ai giudici di riconoscere il 'fatto di lieve entità droga' per ottenere una pena più bassa. La Corte di Cassazione respinge la richiesta, stabilendo un principio chiaro: la detenzione di una quantità così massiccia di stupefacente è incompatibile con la qualifica di 'fatto lieve'. Il ruolo di custode, anche se motivato da un debito, non attenua la gravità del reato. La condanna più severa viene quindi confermata.
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Pochi grammi, molti indizi: confermata la detenzione per spaccio
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per detenzione ai fini di spaccio, stabilendo che la colpevolezza non si basa solo sulla quantità di droga. Nel caso specifico, un uomo è stato condannato sulla base di un insieme di indizi: il tentativo di disfarsi della sostanza, la sua presenza lontano da casa e i precedenti penali. La difesa aveva chiesto di riconoscere il reato come 'fatto di lieve entità', ma la richiesta è stata respinta. La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile, poiché mirava a una nuova valutazione dei fatti, e ha chiarito che la valutazione complessiva degli elementi è sufficiente a provare l'intenzione di spacciare.
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Detenzione ai fini di spaccio: senza soldi non basta per salvarsi
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per detenzione ai fini di spaccio, stabilendo un principio chiaro. Anche in assenza di denaro, elementi come la quantità della droga, il suo confezionamento in singole dosi e il comportamento dell'imputato (come la fuga) sono sufficienti a dimostrare l'intenzione di vendere. La Corte ha respinto la tesi difensiva dell'uso personale, ritenendo il ricorso un tentativo non consentito di rivalutare i fatti. È stata inoltre negata l'applicazione della non punibilità per particolare tenuità del fatto a causa dei precedenti penali specifici dell'imputato, che indicavano un comportamento abituale.
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1kg di cocaina pura: non è spaccio di lieve entità per la Cassazione
Un uomo, condannato per la detenzione di oltre un chilogrammo di cocaina, ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo di riconoscere l'ipotesi di spaccio di lieve entità. Sosteneva che i giudici avessero dato peso solo alla quantità della droga. La Suprema Corte ha respinto il ricorso, dichiarandolo inammissibile. Ha stabilito un principio chiaro: per escludere lo spaccio di lieve entità non basta il dato quantitativo. In questo caso, l'elevata purezza della sostanza e il ruolo di fiducia ricoperto dall'imputato nella catena dello spaccio erano elementi decisivi per confermare la gravità del reato e la condanna originale.
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Notevole scorta di droga: la Cassazione nega lo spaccio di lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che chiedeva il riconoscimento del reato di spaccio di lieve entità. La richiesta è stata respinta perché la quantità di droga detenuta era una 'notevole scorta'. I giudici hanno stabilito che, per negare la lieve entità, non basta il solo dato della quantità, ma è necessario valutare anche tutte le altre circostanze del fatto. In questo caso, la valutazione complessiva ha escluso la possibilità di qualificare il reato come minore. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione.
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Spaccio di lieve entità negato: Cassazione conferma la condanna
Un uomo condannato per detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio ha presentato ricorso in Cassazione, chiedendo il riconoscimento del reato di 'spaccio di lieve entità'. Sosteneva che i giudici non avessero considerato adeguatamente la sua condizione di consumatore abituale e le circostanze del fatto. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile perché troppo generico e non specifico. I giudici hanno confermato che la decisione precedente era corretta nel considerare il fatto non lieve, basandosi non solo sulla notevole quantità di droga, ma anche sulle modalità e le circostanze complessive della detenzione. L'imputato ha perso il ricorso ed è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione.
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Gravità del fatto spaccio: scorta di droga nega le attenuanti
Un uomo condannato per detenzione di droga si è rivolto alla Corte di Cassazione. Sosteneva che il fatto fosse di lieve entità e di meritare le attenuanti generiche. La Corte ha respinto il ricorso, giudicandolo inammissibile. I giudici hanno confermato che la valutazione sulla gravità del fatto spaccio non si basa solo sulla quantità di droga, che era comunque una 'notevole scorta', ma anche sulle circostanze complessive e sulla genericità delle dichiarazioni dell'imputato. L'appello mirava a una nuova valutazione dei fatti, compito che non spetta alla Cassazione. La condanna è quindi diventata definitiva, con l'aggiunta del pagamento delle spese processuali e di una sanzione.
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Detenzione di stupefacenti: ricorso generico, condanna certa
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio, dichiarando inammissibile il ricorso dell'imputato. L'uomo sosteneva di essere un semplice consumatore e che il fatto fosse di lieve entità, ma i suoi motivi di ricorso sono stati giudicati troppo generici. I giudici hanno stabilito che la Corte d'Appello aveva correttamente valutato non solo la notevole quantità di droga, ma anche le circostanze del ritrovamento e la recidiva dell'imputato. Questi elementi, nel loro insieme, dimostravano in modo univoco che la sostanza era destinata alla vendita e non all'uso personale, escludendo la possibilità di qualificare il reato come minore.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: due droghe, due reati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per la detenzione di due diversi tipi di droga. La sentenza stabilisce un principio chiaro: la detenzione di sostanze stupefacenti di diversa natura non costituisce un unico reato, ma due reati distinti, unificati solo ai fini della pena dal 'vincolo della continuazione'. I giudici hanno ribadito che per valutare la destinazione allo spaccio non basta il solo peso della droga (dato ponderale), ma contano tutte le circostanze del caso. L'imputato ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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