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Daspo

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Provvedimenti

Convalida del DASPO: salta l’obbligo di firma per un vizio di forma
Il Questore di Bergamo ha imposto a un tifoso recidivo il divieto di accesso alle manifestazioni sportive con l'obbligo di firma in questura. Il Giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l'obbligo di firma. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso, sostenendo che per i recidivi l'obbligo di firma sia un automatismo di legge che non richiede una specifica motivazione sulla pericolosità del soggetto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per violazione del principio di autosufficienza, poiché il Pubblico Ministero si è limitato ad affermare la recidività senza allegare le prove necessarie. Vince il tifoso: la mancata convalida del DASPO, nella parte relativa all'obbligo di firma, viene confermata.
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Prescrizione del reato o assoluzione: il bivio del tifoso violento
Un tifoso ha forzato il settore di sicurezza dello stadio per aggredire la tifoseria locale. Identificato tramite i filmati delle emittenti televisive, il tifoso ha ricevuto una condanna in primo grado. Successivamente, la Corte d'appello ha dichiarato la prescrizione del reato, escludendo però un'assoluzione nel merito per mancanza di prove evidenti di innocenza. Il tifoso ha proposto ricorso in Cassazione per ottenere l'assoluzione piena e annullare il DASPO. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la prescrizione del reato impedisce ulteriori accertamenti se non vi è prova evidente di innocenza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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DASPO e particolare tenuità del fatto: la decisione
Quattro tifosi sottoposti a DASPO sono stati condannati per essere stati sorpresi in un mercato rionale adiacente allo stadio durante una partita a porte chiuse. La Corte di Cassazione ha confermato la loro responsabilità penale per aver violato le prescrizioni del Questore. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso dei tifosi in merito alla mancata concessione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici d'appello avevano infatti negato il beneficio basandosi su criteri errati, come la capacità a delinquere e la vicinanza temporale della violazione, anziché valutare l'effettiva entità del danno e l'occasionalità della condotta. La sentenza è stata annullata limitatamente a questo punto con rinvio per un nuovo esame.
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Violazione del DASPO: la dimenticanza non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione per un tifoso colpevole di violazione del DASPO. L'uomo, sottoposto all'obbligo di presentarsi due volte in questura durante una partita di calcio, non si era presentato, arrivando con venti minuti di ritardo rispetto alla fine dell'incontro. La difesa ha sostenuto che il ritardo fosse dovuto a una semplice dimenticanza, escludendo così l'intenzione di commettere il reato. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che la violazione del DASPO è un reato di pericolo che si consuma con la semplice condotta volontaria. Inoltre, la Cassazione ha negato la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto a causa della doppia violazione commessa nella stessa giornata e dei precedenti penali del soggetto. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Revoca dell’obbligo di presentazione DASPO: rissa archiviata
Il Questore imponeva a un tifoso il DASPO con l'obbligo di firma per una rissa tra tifoserie. Successivamente, il procedimento penale per rissa veniva archiviato e la misura cautelare annullata per mancanza di prove sulla sua partecipazione o incitamento alla violenza. Il tifoso chiedeva quindi la revoca dell'obbligo di presentazione, ma il Giudice delle indagini preliminari rigettava l'istanza richiamando semplicemente la pericolosità sociale originaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del tifoso, stabilendo che il giudice non può ignorare i nuovi elementi favorevoli sopravvenuti, come l'archiviazione penale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di rigetto, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione.
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Convalida del DASPO senza orario: la Cassazione annulla l’obbligo
Il Questore ha imposto a un tifoso il divieto di accesso alle manifestazioni sportive per otto anni, con l'obbligo di presentarsi in Questura per cinque anni. Il Giudice per le indagini preliminari ha convalidato la misura, ma senza indicare l'orario della firma sul provvedimento. Il tifoso ha fatto ricorso in Cassazione contestando l'impossibilità di verificare il rispetto del termine di quarantotto ore per la decisione del giudice. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la mancata indicazione dell'orario impedisce il controllo sulla tempestività della misura. Di conseguenza, la Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza, dichiarando l'inefficacia dell'obbligo di firma. La convalida del DASPO è quindi nulla per vizio di forma.
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DASPO con obbligo di firma: la Cassazione frena sugli eccessi
Un tifoso è stato colpito da un DASPO con obbligo di firma per la durata di otto anni a causa di scontri violenti. Il provvedimento gli imponeva di presentarsi in Questura quattro volte per ogni partita della sua squadra dilettantistica, incluse le amichevoli, sia in casa che in trasferta. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso del tifoso, stabilendo che l'estensione dell'obbligo alle partite amichevoli di un club dilettantistico e la frequenza di firma così elevata richiedono una motivazione specifica e dettagliata da parte del giudice. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente a questi profili, con rinvio al giudice di merito per una nuova valutazione.
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Diritto di difesa nel DASPO: nullo l’obbligo senza avviso
Il Questore ha emesso un provvedimento di DASPO con obbligo di firma a carico di un tifoso. Il Giudice delle indagini preliminari ha convalidato la misura, ma l'atto del Questore non conteneva l'avviso della facoltà di presentare memorie o deduzioni difensive. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del tifoso, evidenziando la violazione del diritto di difesa nel DASPO. La mancanza di questo avviso impedisce l'instaurazione del necessario contraddittorio cartolare davanti al giudice della convalida. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza di convalida, dichiarando l'inefficacia dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
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Possesso di torcia bengala: DASPO confermato anche senza lancio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un tifoso contro la convalida del DASPO di quattro anni con obbligo di firma. Il provvedimento era stato emesso a seguito del ritrovamento di un fumogeno nei pantaloni dell'uomo durante una partita. La Suprema Corte ha chiarito che il semplice possesso di torcia bengala (artifizio pirotecnico) all'interno dello stadio è sufficiente a giustificare la misura di prevenzione. Non è necessario che l'oggetto sia stato lanciato o abbia creato un pericolo concreto per l'incolumità pubblica. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Convalida del DASPO: nullo l’obbligo di firma senza difesa
Il Questore imponeva a un tifoso il divieto di accedere alle manifestazioni sportive per sei anni, con l'obbligo di presentarsi in Questura durante le partite. Il Giudice per le indagini preliminari convalidava la misura. Il tifoso ricorreva in Cassazione lamentando il mancato esame delle sue memorie difensive, in particolare sulla responsabilità collettiva per il ritrovamento di fumogeni sul pullman. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la convalida del DASPO è nulla se il giudice non valuta criticamente le deduzioni della difesa. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio il provvedimento limitatamente all'obbligo di firma, ritenendo violato il diritto di difesa.
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Convalida del DASPO: nullo l’obbligo di firma se il GIP ha fretta
Il Questore ha applicato a un tifoso il DASPO con l'obbligo di presentarsi in questura durante le partite. Il provvedimento è stato notificato all'interessato, ma il Giudice per le indagini preliminari ha convalidato la misura prima che decorressero quarantotto ore dalla notifica, impedendo di fatto la presentazione di memorie difensive. La Corte di Cassazione ha stabilito che la convalida del DASPO avvenuta prima del termine minimo di quarantotto ore viola il diritto di difesa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza di convalida limitatamente all'obbligo di firma, che perde efficacia, mentre rimane valido il divieto di accesso agli stadi.
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Convalida del DASPO troppo rapida: annullato l’obbligo di firma
Il Questore imponeva a un tifoso il divieto di accedere alle manifestazioni sportive con l'obbligo di presentarsi alla polizia. Il provvedimento veniva notificato l'otto marzo e convalidato dal Giudice per le indagini preliminari il dieci marzo, prima che decorressero quarantotto ore dalla notifica. La difesa presentava le proprie memorie solo dopo la decisione del giudice. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'obbligo di firma, stabilendo che la convalida del DASPO effettuata prima del decorso del termine minimo di quarantotto ore viola il diritto di difesa e determina la nullità del provvedimento.
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Convalida del DASPO: la fretta del giudice annulla l’obbligo
Il Questore di Bergamo applica a un tifoso il divieto di accesso alle manifestazioni sportive per otto anni, con l'obbligo di firma in questura per cinque anni. Il provvedimento viene notificato l'8 marzo 2023. Il Giudice per le indagini preliminari convalida la misura il 10 marzo alle ore 14:00, prima della scadenza del termine di 48 ore concesso alla difesa per presentare memorie. La difesa deposita regolarmente le proprie osservazioni via PEC alle ore 16:44 dello stesso giorno, ma il giudice ha già deciso senza poterle valutare. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del tifoso e stabilisce che la frettolosa convalida del DASPO, avvenuta prima del decorso delle 48 ore, viola il diritto di difesa e determina la nullità del provvedimento. Di conseguenza, la Corte annulla la decisione impugnata, rendendo inefficace l'obbligo di firma.
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Errore materiale della sentenza: condannato l’imputato sbagliato
Il caso riguarda un tifoso condannato per aver violato l'obbligo di firma (DASPO) durante una partita di calcio. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna e negato la particolare tenuità del fatto. Tuttavia, la sentenza d'appello conteneva gravissimi scambi di persona, riportando il cognome di un altro soggetto, indicando pene errate e attribuendo al tifoso precedenti penali specifici inesistenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la presenza di così tante incongruenze non costituisce un semplice errore materiale della sentenza, ma ne mina l'intera validità, rendendo dubbia la stessa riferibilità della decisione all'imputato. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo processo.
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Obbligo di presentazione DASPO: la PEC ignorata annulla la firma
Il Questore impone a un cittadino l'obbligo di presentazione DASPO per la durata di tre anni. Il difensore invia una memoria difensiva tramite posta elettronica certificata entro il termine di quarantotto ore. Il Giudice per le indagini preliminari convalida la misura, affermando erroneamente che non è pervenuta alcuna difesa scritta. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del cittadino, stabilendo che l'omesso esame della memoria difensiva inviata via PEC determina la nullità dell'ordinanza di convalida. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla senza rinvio il provvedimento del giudice, rendendo inefficace l'obbligo di firma.
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Diritto di difesa nel DASPO: la PEC ignorata annulla l’obbligo
Il caso riguarda un tifoso colpito da DASPO con obbligo di firma durante le partite. Il difensore ha inviato una memoria difensiva via PEC entro le quarantotto ore, ma il giudice per le indagini preliminari ha convalidato la misura affermando erroneamente che non fosse pervenuto alcun atto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del tifoso, ribadendo che il Diritto di difesa nel DASPO deve essere effettivo. Poiché la procedura di convalida non prevede un'udienza orale, la memoria scritta rappresenta l'unico strumento di tutela per l'interessato. Di conseguenza, il giudice ha l'obbligo di esaminarla, anche se inviata tramite posta elettronica certificata. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio l'ordinanza di convalida, dichiarando inefficace l'obbligo di presentazione alla polizia.
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Convalida del DASPO: la PEC ignorata cancella l’obbligo di firma
Il caso riguarda un tifoso colpito da DASPO con obbligo di presentazione in questura durante le partite. L'avvocato del destinatario ha inviato una memoria difensiva tramite PEC entro le quarantotto ore previste. Tuttavia, il giudice per le indagini preliminari ha convalidato la misura affermando erroneamente che non fosse giunto alcun documento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del tifoso, stabilendo che la mancata valutazione della memoria difensiva inviata via PEC viola il diritto di difesa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza di convalida del DASPO, rendendo inefficace l'obbligo di firma per il tifoso, che ha così ottenuto la cancellazione della misura restrittiva.
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Termine per impugnare il DASPO: il ricorso tardivo costa caro
Il caso riguarda un cittadino, denominato Il Ricorrente, che ha presentato ricorso in Cassazione contro un provvedimento emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) di Venezia in relazione a una misura di prevenzione sportiva (DASPO) ex art. 6 della Legge 401/1989. Il provvedimento originario era stato notificato il 28 settembre 2022, mentre il ricorso è stato depositato solo il 25 novembre 2022. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché proposto oltre il termine per impugnare il DASPO stabilito dalla legge. Di conseguenza, Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, perdendo definitivamente la possibilità di contestare la misura.
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Convalida del DASPO: il ritardo del PM non salva il tifoso
Un tifoso ha impugnato il provvedimento di DASPO con obbligo di firma, contestando il mancato rispetto del termine di quarantotto ore da parte del Pubblico Ministero per richiedere la convalida del DASPO. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la misura non perde efficacia se il Giudice per le indagini preliminari emette il provvedimento di convalida entro il termine complessivo di novantasei ore dalla notifica all'interessato. Il termine intermedio del Pubblico Ministero non ha infatti una sanzione autonoma di inefficacia.
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Convalida del DASPO: l’errore del giudice salva il tifoso
Il Questore imponeva a un tifoso il DASPO per sei anni con l'obbligo di firma durante le partite. Il provvedimento veniva notificato il 30 agosto, ma il Giudice per le indagini preliminari procedeva alla convalida del DASPO il primo settembre, prima della scadenza delle quarantotto ore concesse per presentare memorie difensive. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del tifoso: il termine di quarantotto ore per esercitare il diritto di difesa è inderogabile. Di conseguenza, i giudici annullano senza rinvio l'ordinanza impugnata, dichiarando inefficace l'obbligo di presentazione alla polizia.
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