Definizione
Canone per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche, ovvero la somma dovuta al Comune per l'utilizzo di suolo pubblico.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 118 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2019–2026). Nel 58% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 26%
- Rigettato 58%
- Inammissibile 10%
- Altro 6%
Provvedimenti per anno
2019
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 180%
- Civile Sez. 514%
- Civile Sez. 35%
Precedenti più richiamati
- Cass. 1435/2018in 24 provvedimenti
- Cass. 24541/2019in 22 provvedimenti
- Cass. 17296/2019in 16 provvedimenti
- Cass. 18037/2009in 19 provvedimenti
- Cass. 10733/2018in 13 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un ente locale ha richiesto a un istituto bancario oltre 71.000 euro per l'occupazione permanente di suolo pubblico relativa a tre annualità. La banca ha impugnato l'ingiunzione sostenendo l'intervenuta prescrizione COSAP, ritenendo applicabile il termine quinquennale previsto per le prestazioni periodiche. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'istituto di credito, confermando la decisione d'appello favorevole all'ente pubblico. I giudici hanno chiarito che il canone per l'uso del suolo pubblico non è assimilabile a un affitto o a un debito unitario frazionato a rate. Ogni singolo anno di occupazione costituisce un'obbligazione autonoma, calcolata con tariffe e parametri propri del periodo. Di conseguenza, il diritto del Comune di riscuotere il canone soggiace alla prescrizione ordinaria decennale e non a quella breve di cinque anni. La banca deve quindi pagare l'intero importo e le spese di giudizio.
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Un Comune ha ingiunto a un istituto di credito il pagamento del canone per l'occupazione di spazi e aree pubbliche per oltre diciottomila euro. L'istituto bancario si è opposto, sostenendo che l'occupazione permanente generasse un debito periodico soggetto alla prescrizione breve di cinque anni. La Corte di Cassazione ha invece respinto la tesi della banca, stabilendo che la prescrizione COSAP segue il termine ordinario di dieci anni. Il canone non rappresenta una frazione di un debito unitario ma un corrispettivo patrimoniale autonomo, calcolato di anno in anno in base alle tariffe vigenti. Di conseguenza, la richiesta dell'ente locale rimane pienamente valida ed efficace.
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Un istituto di credito ha impugnato un'ingiunzione di pagamento con cui un Comune richiedeva oltre trentaquattromila euro a titolo di canone per l'occupazione permanente di suolo pubblico per l'anno 2014. La banca sosteneva l'avvenuta prescrizione COSAP, ritenendo applicabile il termine breve di cinque anni previsto per i pagamenti periodici ad annualità. La Corte di Cassazione ha invece respinto il ricorso dell'istituto. I giudici hanno chiarito che il canone rappresenta un'entrata patrimoniale non tributaria autonoma per ciascun anno solare. Ogni annualità sorge su basi tariffarie proprie e non deriva da un unico debito frazionato nel tempo. Di conseguenza, il credito del Comune si estingue solo con la prescrizione ordinaria decennale e la pretesa dell'ente locale resta pienamente valida.
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La Società riceve una cartella di pagamento dal Comune per somme relative all'occupazione abusiva di suolo pubblico con impianti pubblicitari. La Società contesta la cartella, sostenendo che l'ente non possa procedere direttamente a ruolo senza una decisione del giudice. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della Società. I giudici chiariscono che l'indennità pretesa dall'amministrazione ha natura privatistica. Pertanto, nel caso di occupazione abusiva di suolo pubblico, il Comune deve prima munirsi di un titolo esecutivo idoneo mediante le ordinarie procedure giudiziarie. La Cassazione annulla la sentenza impugnata e rinvia la controversia a un nuovo giudice.
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Un Cittadino ha contestato al Comune la richiesta di Canone per l'Occupazione di Spazi ed Aree Pubbliche (COSAP) per un "passo carrabile a raso", cioè un semplice accesso alla sua proprietà senza opere fisiche. Il Comune aveva applicato un regolamento che estendeva la definizione di passo carrabile anche a questi accessi. La Corte di Cassazione ha stabilito che il regolamento comunale era illegittimo. Ha chiarito che un passo carrabile, per essere tassabile con il COSAP, deve prevedere opere che modifichino il suolo pubblico. Il Giudice ordinario può disapplicare regolamenti comunali che contrastano con la legge nazionale. Il Cittadino ha vinto, e la pretesa del Comune è stata annullata.
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Una società impugna davanti ai giudici tributari un'ingiunzione di pagamento per somme dovute a titolo di COSAP. Il giudice di primo grado decide la controversia nel merito, respingendo le ragioni dell'impresa senza trattare la giurisdizione. In appello, la contribuente contesta solo gli aspetti di merito, ma i giudici regionali dichiarano d'ufficio il difetto di giurisdizione tributaria a causa della sentenza costituzionale che ha trasferito la materia al giudice ordinario. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società: la pronuncia di merito iniziale comporta una decisione implicita sul potere di giudicare. Senza una specifica impugnazione delle parti su tale punto, scatta il giudicato interno sulla giurisdizione, che impedisce al giudice d'appello di spogliarsi d'ufficio della causa.
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La Polizia Municipale sanzionava una società pubblicitaria per la posa di impianti pubblicitari stradali privi dei titoli necessari. L'impresa contestava i verbali sostenendo che la concessione di occupazione del suolo pubblico includesse automaticamente il nulla osta stradale. I giudici di merito confermavano la validità delle multe per violazione del Codice della Strada. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società. I giudici hanno chiarito che l'autorizzazione cartelli pubblicitari risponde a primarie esigenze di sicurezza stradale e incolumità pubblica. Tale provvedimento resta del tutto autonomo rispetto alla concessione di suolo pubblico e non ammette alcun rinnovo tramite silenzio-assenso.
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La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una società pubblicitaria contro l'avviso di accertamento emesso per il pagamento del Canone occupazione spazi pubblici (COSAP) e delle relative sanzioni. La società aveva installato impianti pubblicitari senza una valida concessione comunale, configurando un'occupazione abusiva. I giudici hanno chiarito che l'onere di provare l'esatta superficie occupata non grava sull'ente creditore se la contestazione viene sollevata tardivamente solo in appello. Inoltre, la sanzione per occupazione abusiva è pienamente legittima in mancanza di un titolo autorizzativo valido. La società è stata quindi condannata al pagamento del canone, delle sanzioni e delle spese di giudizio.
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Una società pubblicitaria si è opposta alle richieste di pagamento del Comune per l'uso di spazi pubblici a fini pubblicitari. La società sosteneva che mancasse un formale atto di concessione e che il credito fosse prescritto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, stabilendo che il canone occupazione suolo pubblico è dovuto anche in caso di occupazione di fatto, senza necessità di un atto formale. Inoltre, la Corte ha chiarito che questo canone non è assimilabile a un affitto e quindi non si applica la prescrizione breve di cinque anni. Infine, ha confermato che il canone ha natura patrimoniale e può coesistere con l'imposta sulla pubblicità, che ha invece natura tributaria. Di conseguenza, la società è stata condannata a pagare le somme dovute e le spese legali.
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Una società concessionaria autostradale ha impugnato gli avvisi di liquidazione emessi dal concessionario della riscossione di un Comune per il Pagamento COSAP viadotti autostradali relativo agli anni dal 2004 al 2008. La società sosteneva di avere diritto all'esenzione in quanto l'infrastruttura apparteneva al demanio statale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il canone è dovuto dal soggetto che occupa concretamente lo spazio pubblico e ne trae un beneficio economico diretto tramite la riscossione dei pedaggi. L'esenzione prevista per lo Stato non si applica al concessionario privato che gestisce l'opera in piena autonomia organizzativa e imprenditoriale.
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Una società concessionaria autostradale ha impugnato gli avvisi di liquidazione emessi dal concessionario della riscossione di un Comune, che richiedevano il Pagamento COSAP per gli anni 2010 e 2011. La richiesta riguardava l'occupazione di spazi soprastanti il suolo pubblico tramite viadotti autostradali. La concessionaria sosteneva di avere diritto all'esenzione prevista per lo Stato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società autostradale, stabilendo che il Pagamento COSAP è dovuto da chi trae un beneficio economico diretto dall'occupazione del suolo pubblico, come il concessionario che riscuote i pedaggi, agendo in piena autonomia organizzativa e non come mero sostituto dello Stato.
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Una società di pubblicità ha chiesto al Comune la restituzione delle somme versate a titolo di COSAP tra il 2002 e il 2006 per i cartelloni pubblicitari. L'azienda sosteneva di avere diritto all'esenzione COSAP per gli impianti inferiori a mezzo metro quadrato, prevista da un regolamento generale del 1998. I giudici di merito avevano accolto la domanda di rimborso. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso del Comune. La Suprema Corte ha stabilito che l'esenzione non si applica automaticamente se la delibera specifica di settore non la richiama espressamente. Di conseguenza, la società pubblicitaria perde la causa e non riceverà alcun rimborso.
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Il Comune ha richiesto a un'associazione il pagamento del canone per l'occupazione di suolo pubblico (COSAP) per l'utilizzo di un'area aeroportuale comunale, nonostante il provvedimento di sgombero fosse stato sospeso dal giudice amministrativo. L'associazione si è opposta, sostenendo che la sospensione legittimasse la permanenza gratuita e che l'area non fosse aperta al pubblico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'associazione, stabilendo che la sospensione cautelare dello sgombero non esclude l'obbligo di pagare il canone. L'occupazione di suolo pubblico genera sempre l'obbligo di indennizzare l'ente proprietario per l'uso effettivo del bene, a prescindere dalla pendenza di un giudizio amministrativo o dalla tipologia di accesso all'area.
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Una società pubblicitaria ha contestato ventotto avvisi di pagamento emessi dal Comune per differenze dovute a titolo di canone occupazione suolo pubblico relative ad alcuni cartelloni pubblicitari. La società sosteneva che gli impianti inferiori a mezzo metro quadrato fossero esenti dal pagamento, in base a un rinvio regolamentare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, stabilendo che il rinvio operato dal regolamento comunale sulle affissioni riguardava solo la determinazione e riscossione del canone, e non le esenzioni. Di conseguenza, la società non ha diritto all'agevolazione e deve pagare le somme richieste dal Comune.
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Una società concessionaria di spazi pubblicitari ha impugnato ventuno avvisi di liquidazione emessi dal Comune per il pagamento del canone di occupazione del suolo pubblico. La società sosteneva di avere diritto all'esenzione canone COSAP per i propri impianti pubblicitari di dimensioni inferiori a mezzo metro quadrato, richiamando il regolamento generale comunale. Sia il Tribunale che la Corte d'appello hanno rigettato l'opposizione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, rigettando il ricorso della società. La Suprema Corte ha stabilito che il rinvio operato dalla delibera speciale sulle affissioni al regolamento generale riguardava solo i criteri di calcolo e riscossione, escludendo l'applicazione automatica delle agevolazioni. Di conseguenza, la società è stata condannata al pagamento della somma richiesta dal Comune.
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Un Condominio ha installato un ponteggio su suolo pubblico ottenendo una tariffa agevolata. Successivamente, ha utilizzato la struttura per esporre un telo pubblicitario. Il Comune ha quindi richiesto il pagamento della tariffa ordinaria per l'intero spazio e per tutta la durata dei lavori. Il Condominio ha fatto ricorso, sostenendo che la pubblicità copriva solo una parte del ponteggio e per un tempo ridotto, e invocando il lungo tempo trascorso prima della richiesta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'uso commerciale fa decadere l'agevolazione sul canone occupazione suolo pubblico per l'intera area e per tutta la durata della concessione. Il silenzio o l'inerzia del Comune non equivalgono a una rinuncia al credito.
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Il Gestore Idrico ha proposto opposizione all'esecuzione contro una cartella di pagamento per il canone di occupazione del suolo pubblico (COSAP). Il Tribunale ha accolto l'opposizione dichiarando l'esenzione. L'Ente Locale ha proposto appello, accolto in secondo grado. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione d'appello, dichiarando l'appello dell'Ente Locale inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che l'opposizione a cartella esattoriale per crediti non tributari costituisce una comune opposizione all'esecuzione. Poiché la sentenza di primo grado è stata pubblicata nel periodo in cui la legge escludeva l'appellabilità di tali decisioni, l'appello non poteva essere proposto. Di conseguenza, la sentenza di primo grado favorevole al Gestore Idrico è passata in giudicato.
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Il Comune ha richiesto a un Condominio il pagamento del Canone occupazione spazi pubblici per alcune griglie e intercapedini poste sul marciapiede. Il Condominio si è opposto, dimostrando che l'edificio e le relative griglie erano stati costruiti su suolo privato prima che l'area venisse destinata al pubblico passaggio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Comune, confermando che se l'opera privata preesiste all'asservimento pubblico dell'area, il Canone occupazione spazi pubblici non è dovuto. La collettività, infatti, inizia a usare il passaggio con la limitazione già esistente della griglia. Il Condominio vince definitivamente la causa e il Comune deve rimborsare le spese legali.
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Un'azienda comunale ha richiesto a una società concessionaria autostradale il pagamento del Canone occupazione spazi pubblici per i cavalcavia che sovrastano le strade comunali. La società si è opposta, sostenendo che lo spazio aereo appartiene allo Stato e che l'opera è pubblica. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società concessionaria. I giudici hanno chiarito che il proprietario del suolo (il Comune) possiede anche lo spazio sovrastante e che la società concessionaria, beneficiando economicamente della gestione dell'autostrada, è il vero soggetto obbligato al pagamento. Di conseguenza, la società concessionaria perde la causa e deve pagare il canone, le sanzioni per omessa dichiarazione e le spese processuali.
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Una società, conduttrice di un immobile, ha impugnato gli avvisi di accertamento emessi dal Comune per il pagamento del canone dovuto per l'occupazione di suolo pubblico. La società sosteneva di non dover pagare in quanto semplice inquilina e non proprietaria. La Corte d'Appello ha invece ritenuto legittima la richiesta del Comune, evidenziando che l'obbligo di pagamento nasce dall'uso effettivo dello spazio pubblico. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso della società. I giudici hanno chiarito che il presupposto per l'applicazione del canone è l'occupazione di suolo pubblico di fatto, a prescindere dalla titolarità di una concessione formale o dalla proprietà del bene. Di conseguenza, chi utilizza concretamente lo spazio pubblico è tenuto a pagare il canone.
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