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Sequestro preventivo: ricorso inammissibile. Cassazione

La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una donna avverso il sequestro preventivo di 21.000 euro. La ricorrente sosteneva che la somma fosse provento della sua attività e non del compagno, indagato per spaccio. La Corte ha ritenuto la sua versione implausibile e priva di prove, confermando che il ricorso contro un sequestro preventivo è possibile solo per violazione di legge e non per contestare la logicità della motivazione.

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Pubblicato il 5 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Sequestro Preventivo: Quando il Ricorso in Cassazione è Inammissibile?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16446 del 2024, ha chiarito i limiti dell’impugnazione avverso un provvedimento di sequestro preventivo. La decisione nasce dal ricorso di una donna, terza interessata, che rivendicava la proprietà di una cospicua somma di denaro sequestrata al compagno, indagato per traffico di stupefacenti. La Corte, nel dichiarare inammissibile il ricorso, ha ribadito un principio fondamentale: il sindacato di legittimità non può entrare nel merito della valutazione del giudice, a meno che non si configuri una palese violazione di legge, come la totale assenza di motivazione.

I Fatti di Causa

Il caso ha origine da un’ordinanza del Tribunale di Torino, che aveva confermato il rigetto di un’istanza di restituzione della somma di 21.000 euro. Il denaro era stato rinvenuto in contanti durante una perquisizione domiciliare nell’abitazione di un uomo indagato per reati legati al traffico di droga. La sua compagna, ritenendosi proprietaria esclusiva della somma, aveva presentato ricorso, sostenendo che quei soldi fossero il frutto della sua attività di meretrice e, quindi, di provenienza lecita e a lei riconducibile.

Il Ricorso in Cassazione e il Vizio di Motivazione sul Sequestro Preventivo

La ricorrente ha impugnato la decisione del Tribunale di Torino dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando due vizi principali:

1. Difetto assoluto di motivazione: La difesa sosteneva che il provvedimento del Tribunale fosse privo di una reale motivazione che giustificasse il mantenimento del sequestro.
2. Violazione di legge: Si contestava l’errata attribuzione della somma all’indagato, anziché alla ricorrente che ne rivendicava la legittima provenienza.

La Cassazione ha preliminarmente ricordato che, ai sensi dell’art. 325 c.p.p., il ricorso avverso le ordinanze in materia di sequestro è consentito solo per violazione di legge. Un vizio di motivazione può rientrare in questa categoria solo se si traduce in una motivazione totalmente assente o meramente apparente, tale da non rendere comprensibile il ragionamento del giudice. Non è invece ammissibile un ricorso che critichi la logicità o la concludenza della motivazione, poiché ciò implicherebbe una valutazione di merito preclusa alla Corte di legittimità.

Le Motivazioni della Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per manifesta infondatezza, smontando punto per punto la tesi della ricorrente. La sua affermazione sulla provenienza del denaro è stata definita un mero flatus vocis, ovvero una dichiarazione verbale priva di qualsiasi riscontro probatorio.

Il Collegio ha evidenziato diverse criticità che rendevano la versione della donna del tutto implausibile:

* Mancanza di prove: La ricorrente non ha fornito alcun elemento a sostegno della sua presunta attività.
* Modalità di conservazione del denaro: La somma di 21.000 euro era nascosta in contanti all’interno della cassetta di una tapparella. Secondo la Corte, questa modalità di occultamento, contraria a ogni minima cautela, è un forte indizio della provenienza illecita del denaro, piuttosto che del suo accumulo tramite un’attività lecita.
* Mancata disponibilità dell’immobile: Non è stato provato che la donna avesse la piena disponibilità dell’appartamento, le cui chiavi erano in possesso esclusivo del compagno e dove non sono stati trovati suoi effetti personali.
* Incongruità temporale: È emerso che la donna era stata lontana dall’Italia per diversi mesi. Risultava quindi irragionevole che avesse potuto risparmiare una somma così ingente in soli quattro mesi.

Il Tribunale di Torino, secondo la Cassazione, aveva correttamente ritenuto non plausibile la tesi difensiva, fornendo una motivazione adeguata che, sebbene contestata nel merito dalla ricorrente, non presentava alcun profilo di violazione di legge.

Conclusioni

La sentenza in esame riafferma con forza i confini del giudizio di legittimità in materia di misure cautelari reali. Il ricorso per cassazione contro un provvedimento di sequestro preventivo non può trasformarsi in un terzo grado di giudizio sul merito dei fatti. La Corte può intervenire solo in presenza di una chiara violazione di norme di diritto, inclusa l’ipotesi di una motivazione inesistente o talmente apparente da essere equiparata a una sua totale assenza. Nel caso specifico, la debolezza e l’inverosimiglianza delle giustificazioni fornite dalla ricorrente hanno portato la Corte a considerare il suo ricorso manifestamente infondato, confermando la legittimità del sequestro e condannandola al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.

È possibile contestare in Cassazione un sequestro preventivo lamentando che la motivazione del giudice è poco convincente?
No. Secondo la Corte, il ricorso per cassazione avverso un’ordinanza in materia di sequestro preventivo è ammesso solo per ‘violazione di legge’. Una motivazione ritenuta semplicemente illogica o poco concludente non costituisce violazione di legge, a meno che non sia totalmente assente o meramente apparente, al punto da non poter essere considerata una motivazione.

Cosa significa che una dichiarazione è un ‘flatus vocis’ in un processo?
Significa che è un’affermazione verbale non supportata da alcun elemento di prova. Nel caso specifico, la dichiarazione della ricorrente di aver guadagnato i soldi sequestrati con la sua attività è stata considerata un ‘flatus vocis’ perché non ha fornito alcuna prova a sostegno di tale affermazione.

Perché la provenienza lecita del denaro non è stata creduta dalla Corte?
La Corte ha ritenuto la tesi della provenienza lecita implausibile per diverse ragioni: la donna non ha fornito prove della sua attività; il denaro era nascosto in contanti in un modo sospetto (nella cassetta di una tapparella) anziché essere depositato in banca; non è stato dimostrato che avesse la piena disponibilità dell’appartamento; e l’ingente somma sarebbe stata accumulata in un periodo di soli 4 mesi, giudicato irragionevolmente breve.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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