Una recente ordinanza della Corte di Cassazione offre un importante chiarimento su come la recidiva reiterata influisca sul calcolo della prescrizione di un reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato, confermando che la sua condizione di recidivo qualificato estende notevolmente i termini per l’estinzione del reato, rendendo il suo motivo di appello manifestamente infondato. Questo caso sottolinea l’importanza di una corretta valutazione di tutti gli elementi giuridici prima di presentare un ricorso.
I Fatti del Caso
Il procedimento trae origine dal ricorso presentato da un soggetto condannato in via definitiva per il delitto di calunnia, previsto dall’art. 368 del codice penale. La Corte d’Appello di Bologna aveva confermato la sua colpevolezza con una sentenza del 19 dicembre 2023. L’imputato ha proposto ricorso per cassazione, basando la sua difesa su un unico motivo: la violazione di legge per l’intervenuta estinzione del reato per prescrizione, che a suo dire si sarebbe maturata durante il giudizio d’appello.
La Decisione della Corte di Cassazione
La Settima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile per la manifesta infondatezza del motivo. Secondo i giudici, il calcolo della prescrizione effettuato dal ricorrente era errato, in quanto non teneva conto di un elemento cruciale: la sua condizione di recidivo.
Le Motivazioni: L’Impatto della Recidiva Reiterata sulla Prescrizione
La Corte ha fondato la sua decisione su un’analisi rigorosa delle norme che regolano la prescrizione nel diritto penale, in particolare gli articoli 157 e 161 del codice penale. Il punto centrale della motivazione risiede nell’applicazione dell’art. 99, quarto comma, del codice penale, che disciplina la recidiva reiterata.
I giudici hanno spiegato che, in presenza di tale aggravante, il termine massimo di prescrizione viene significativamente aumentato. Nel caso specifico, sommando gli effetti della recidiva agli aumenti previsti per le interruzioni, il termine massimo di prescrizione per il reato contestato (commesso il 22 luglio 2013) ammontava a sedici anni e otto mesi. Di conseguenza, alla data della sentenza d’appello impugnata (19 dicembre 2023), tale termine non era affatto decorso.
La Corte ha quindi concluso che l’argomentazione del ricorrente era palesemente priva di fondamento giuridico. L’inammissibilità del ricorso ha comportato, come previsto dalla legge, la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, non essendo stata ravvisata alcuna assenza di colpa nella proposizione del ricorso.
Conclusioni
Questa ordinanza ribadisce un principio fondamentale del nostro ordinamento penale: lo status di recidivo ha conseguenze sostanziali e processuali di grande rilievo. La recidiva reiterata non solo aggrava la pena, ma estende anche i tempi necessari perché un reato si estingua, impedendo che l’imputato possa beneficiare del decorso del tempo. La decisione serve da monito sulla necessità di valutare attentamente tutti i presupposti giuridici prima di adire la Suprema Corte, poiché un ricorso basato su motivi manifestamente infondati comporta non solo il rigetto, ma anche sanzioni economiche a carico del proponente.
In che modo la recidiva reiterata influisce sulla prescrizione di un reato?
La recidiva reiterata e qualificata, ai sensi dell’art. 99, quarto comma, cod. pen., estende il termine massimo di prescrizione del reato, come previsto dagli articoli 157 e 161 del codice penale. Nel caso esaminato, questo ha portato il termine a sedici anni e otto mesi.
Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato ritenuto inammissibile per la manifesta infondatezza del motivo. L’affermazione del ricorrente secondo cui il reato si era prescritto era palesemente errata, poiché un corretto calcolo del termine, tenendo conto della sua condizione di recidivo, dimostrava che la prescrizione non era ancora maturata.
Quali sono le conseguenze per il ricorrente quando un ricorso viene dichiarato inammissibile per colpa?
Quando un ricorso è dichiarato inammissibile e si ravvisa la colpa del ricorrente nella sua proposizione, quest’ultimo viene condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di una somma di denaro in favore della Cassa delle ammende, che nel caso di specie è stata fissata in tremila euro.