Pene sostitutive e Riforma Cartabia: le nuove regole della Cassazione
L’introduzione delle pene sostitutive nel nostro ordinamento, operata dal D.Lgs. 150/2022, ha sollevato numerosi dubbi applicativi, specialmente per i processi in corso. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione fa chiarezza sulla competenza del giudice e sui tempi per richiedere queste sanzioni alternative.
Il caso: furti e ricettazione sotto la lente della Suprema Corte
La vicenda trae origine dalla condanna di due soggetti per una serie di reati contro il patrimonio, tra cui furti in abitazione e ricettazione. Gli imputati avevano presentato ricorso lamentando il mancato riconoscimento della continuazione tra i reati e il diniego delle attenuanti generiche. Uno dei ricorrenti, inoltre, aveva impugnato l’ordinanza che dichiarava inammissibile la richiesta di accesso alle pene sostitutive della detenzione.
La questione della tardività del ricorso
Un aspetto preliminare fondamentale affrontato dalla Corte riguarda i termini per impugnare. Per uno dei ricorrenti, il ricorso è stato depositato ben oltre i quarantacinque giorni previsti dalla legge, decorrenti dalla scadenza del termine per il deposito della motivazione. Questa negligenza procedurale ha reso il ricorso insanabilmente tardivo, precludendo ogni analisi nel merito delle doglianze.
La decisione sulla competenza per le pene sostitutive
Il cuore giuridico della sentenza risiede nell’interpretazione delle norme transitorie della Riforma Cartabia. La difesa sosteneva che la Corte d’Appello avrebbe dovuto applicare le pene sostitutive ai sensi dell’art. 545 bis c.p.p. Tuttavia, la Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: la pendenza del procedimento si determina con la lettura del dispositivo in udienza.
Poiché la sentenza di secondo grado era stata deliberata prima del 30 dicembre 2022 (data di entrata in vigore della riforma), il processo non era più pendente davanti alla Corte d’Appello, ma si considerava già passato alla fase di legittimità. Di conseguenza, il giudice di secondo grado era funzionalmente incompetente a decidere sulla sostituzione della pena.
Le motivazioni
Le motivazioni della Suprema Corte si fondano sul dato letterale dell’art. 95 del d.lgs. 150/2022. Tale norma prevede che, per i processi pendenti in Cassazione al momento dell’entrata in vigore della riforma, il condannato debba presentare istanza di applicazione delle pene sostitutive al giudice dell’esecuzione. Questa richiesta va formulata entro trenta giorni dalla data in cui la sentenza diventa irrevocabile. La Corte ha inoltre rigettato i dubbi di legittimità costituzionale, affermando che rientra nella discrezionalità del legislatore modulare l’applicazione della nuova legge a seconda del grado di giudizio in cui si trova il procedimento.
Le conclusioni
In conclusione, la Cassazione ha ribadito che il sistema delle pene sostitutive non può essere attivato arbitrariamente in ogni fase. Se il giudizio di merito si è concluso prima della riforma, l’unica via percorribile è quella della fase esecutiva. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, con conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende. Questa pronuncia sottolinea l’importanza di una corretta individuazione del giudice competente per non incorrere in preclusioni processuali fatali.
Quando si può chiedere la sostituzione della pena detentiva?
La sostituzione è possibile quando la pena detentiva inflitta non supera i quattro anni e non è stata ordinata la sospensione condizionale della pena.
Chi è competente a decidere sulle pene sostitutive se l’appello è finito?
Se la sentenza di appello è stata pronunciata prima del 30 dicembre 2022, la competenza spetta esclusivamente al giudice dell’esecuzione dopo che la condanna è diventata definitiva.
Entro quanto tempo va presentata l’istanza al giudice dell’esecuzione?
L’istanza deve essere presentata entro trenta giorni dal momento in cui la sentenza di condanna diventa irrevocabile.