La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 43030/2023, ha fornito importanti chiarimenti sui criteri di ammissibilità dei ricorsi e sulle modalità di calcolo della pena in caso di delitto tentato. Questa decisione sottolinea la necessità per i ricorrenti di presentare critiche specifiche e argomentate alla sentenza impugnata, evitando la semplice riproposizione di motivi già esaminati nei gradi di giudizio precedenti.
I Fatti del Caso
Il caso trae origine dal ricorso presentato da un imputato avverso la sentenza della Corte di Appello di Genova, la quale aveva confermato la sua condanna per concorso in furto aggravato. L’unico motivo di ricorso verteva su un presunto vizio di motivazione relativo alla determinazione della pena. In particolare, il ricorrente lamentava che la corte territoriale non avesse specificato adeguatamente il processo logico-giuridico seguito per quantificare la sanzione applicata per il reato nella sua forma tentata.
La Decisione della Corte di Cassazione sul delitto tentato
La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende. La decisione si fonda su due pilastri argomentativi distinti ma convergenti, che evidenziano la carenza dei requisiti minimi per un valido esame nel merito.
Le Motivazioni della Sentenza
Il primo motivo di inammissibilità risiede nella natura stessa del ricorso. I Giudici hanno rilevato che i motivi presentati non erano altro che una ‘pedissequa reiterazione’ di quelli già dedotti in appello e puntualmente disattesi dalla corte di merito. Un ricorso in Cassazione, per essere ammissibile, deve contenere una critica specifica e argomentata della decisione impugnata, e non limitarsi a riproporre le stesse doglianze. La mancanza di specificità rende i motivi solo apparenti, privandoli della loro funzione essenziale.
Il secondo profilo di inammissibilità riguarda la manifesta infondatezza della questione sollevata. La Corte ha colto l’occasione per ribadire un principio consolidato nella sua giurisprudenza: la determinazione della pena per il delitto tentato può avvenire secondo due diverse modalità, entrambe legittime.
- Metodo diretto o sintetico: il giudice determina la pena direttamente, senza un calcolo esplicito a partire dalla pena prevista per il reato consumato.
- Metodo bifasico: il giudice parte dalla pena fissata per la corrispondente ipotesi di delitto consumato e, successivamente, opera la diminuzione prevista dalla legge per il tentativo.
La scelta tra i due metodi è discrezionale, ma il giudice ha sempre l’obbligo di motivare la sua decisione, dando conto dei criteri seguiti nella commisurazione della pena e assicurando che la riduzione rimanga entro i limiti legali. Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che il motivo di ricorso fosse infondato proprio perché la legge non impone un unico metodo di calcolo.
Conclusioni
L’ordinanza in esame offre due importanti lezioni pratiche. In primo luogo, ribadisce che un ricorso per cassazione deve essere formulato con precisione, introducendo critiche nuove e specifiche alla sentenza di secondo grado, pena l’inammissibilità. In secondo luogo, conferma la flessibilità concessa al giudice di merito nel calcolare la pena per il delitto tentato, a patto che la scelta sia trasparente e motivata. Questa pronuncia consolida l’orientamento secondo cui ciò che conta non è il metodo di calcolo in sé, ma la coerenza logica e la conformità alla legge del ragionamento del giudice.
Quando un motivo di ricorso in Cassazione viene considerato inammissibile?
Un motivo di ricorso è considerato inammissibile quando si limita a una ‘pedissequa reiterazione’ di argomenti già presentati e respinti nel giudizio di appello, risultando così non specifico e privo di una critica argomentata contro la sentenza impugnata.
Come può essere legalmente calcolata la pena per un delitto tentato?
La pena per un delitto tentato può essere calcolata indifferentemente con un metodo ‘diretto’ o ‘sintetico’, oppure con un ‘metodo bifasico’, che parte dalla pena del reato consumato per poi applicare la prevista diminuzione.
Quale obbligo ha il giudice nel determinare la pena per il delitto tentato?
Il giudice ha l’obbligo di contenere la riduzione della pena entro i limiti stabiliti dalla legge e di fornire una motivazione che dia conto della scelta commisurativa effettuata, indipendentemente dal metodo di calcolo prescelto.