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Confisca denaro da spaccio: legittima anche con patteggiamento

Due persone, condannate per spaccio di lieve entità tramite patteggiamento, hanno impugnato la decisione del giudice di sequestrare 1.090 euro. Sostenevano che la legge non prevedesse la confisca obbligatoria per quel tipo di reato. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi, stabilendo un principio chiaro: la confisca del denaro da spaccio è legittima quando i soldi rappresentano il ‘corrispettivo’, cioè il pagamento diretto della droga venduta. In questo caso, il denaro è considerato profitto del reato e deve essere confiscato secondo le regole generali del codice penale, indipendentemente dal patteggiamento o dalla lieve entità del fatto. L’esito è la conferma della confisca.

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Pubblicato il 15 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Riferimento Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 23230 Anno 2023 (Cass. pen. sez. 7 n. 23230/2023)

Denaro da spaccio: profitto del reato o no?

La gestione dei proventi illeciti è un tema centrale nel diritto penale. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha affrontato un caso specifico ma molto comune, quello della confisca denaro da spaccio. La vicenda riguarda due persone accusate di aver venduto cocaina e hashish in cambio di 1.090 euro. Oltre alla detenzione di altra droga, il punto focale del processo è diventato il destino di quella somma di denaro. Gli imputati hanno scelto la via del patteggiamento, accordandosi sulla pena, ma hanno contestato la decisione del giudice di confiscare i soldi. La loro tesi era semplice: il reato contestato, quello di spaccio di lieve entità, non prevedeva un obbligo di confisca del denaro. La questione è quindi arrivata fino alla Corte Suprema.

Il fatto: una cessione di droga e il sequestro del denaro

La vicenda inizia con un’operazione di polizia. Due soggetti vengono fermati e trovati in possesso di sostanze stupefacenti e di una somma di denaro pari a 1.090 euro. Le indagini dimostrano che quei soldi erano il corrispettivo appena ricevuto per la vendita di una parte della droga. L’accusa è quindi duplice: detenzione ai fini di spaccio e cessione di stupefacenti. In tribunale, gli imputati patteggiano la pena, ma il giudice dispone anche la confisca della somma di denaro, ritenendola il profitto diretto dell’attività criminale. È contro questa misura accessoria che i due decidono di ricorrere in Cassazione, sperando di ottenere la restituzione dei soldi.

La tesi difensiva: una contestazione sulla legittimità della confisca

La difesa ha basato il ricorso su un’argomentazione tecnica. Secondo i legali, la confisca del denaro non era legittima perché la norma specifica sullo spaccio di lieve entità (articolo 73, comma 5, del Testo Unico Stupefacenti) non la impone come obbligatoria. In altre parole, se la legge non lo dice espressamente per quel reato, il giudice non potrebbe sequestrare i soldi in automatico. Si cercava di creare una distinzione tra il denaro trovato addosso a uno spacciatore, la cui provenienza è incerta, e il denaro che la legge definisce esplicitamente come profitto da confiscare. Questa linea difensiva mirava a dimostrare che, in assenza di un collegamento provato e di una norma specifica, il denaro avrebbe dovuto essere restituito.

Le motivazioni: la confisca del denaro da spaccio è legittima

La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili, confermando la decisione del giudice. I magistrati hanno chiarito un punto fondamentale. La confisca in questo caso non si basa su una norma speciale, ma sulla regola generale prevista dall’articolo 240 del codice penale. Questa norma stabilisce che il profitto di qualsiasi reato deve essere sempre confiscato. La Corte ha spiegato che i 1.090 euro non erano semplicemente ‘denaro trovato in possesso’ degli imputati, ma erano stati identificati con certezza come il ‘corrispettivo’ della cessione di droga. Essendo il pagamento diretto per l’azione illegale, quel denaro rappresenta inequivocabilmente il profitto del reato. Pertanto, la sua confisca denaro da spaccio è non solo legittima, ma doverosa.

Conclusioni: cosa insegna questa sentenza

Questa decisione ribadisce un principio di diritto molto importante: quando è provato il legame diretto tra il denaro e la vendita di droga, quella somma è considerata profitto del crimine e va confiscata. Non importa se il reato è di lieve entità o se si è arrivati a una sentenza di patteggiamento. Il patteggiamento incide sulla pena principale (reclusione e multa), ma non sulle misure accessorie come la confisca del guadagno illecito. Lo Stato, attraverso questa misura, mira a privare i criminali dei vantaggi economici derivanti dalle loro attività, riaffermando che il crimine non deve mai pagare. La sentenza chiude quindi ogni dubbio sulla legittimità della confisca denaro da spaccio quando questo è il ricavato diretto della vendita.

Se vengo trovato con dei soldi e della droga, i soldi vengono sempre confiscati?
Non automaticamente. La confisca è certa se viene provato che quei soldi sono il diretto pagamento, cioè il ‘corrispettivo’, di una vendita di droga. Se questo collegamento diretto non è dimostrato, la confisca è più complessa.

La confisca del denaro avviene anche se patteggio la pena?
Sì. Come chiarito da questa sentenza, il patteggiamento riguarda la pena principale (reclusione e multa), ma non impedisce al giudice di ordinare la confisca dei beni che sono il profitto del reato.

Qual è la differenza tra confiscare il denaro come ‘profitto’ e altre forme di confisca?
Confiscare il denaro come ‘profitto’ significa togliere il guadagno diretto del reato, come i soldi di una vendita. Altre forme di confisca, più ampie, possono riguardare beni di valore sproporzionato al reddito del condannato, anche se non direttamente collegati a un singolo episodio criminale.

Termini giuridici

Confisca
L'atto con cui lo Stato acquisisce la proprietà di beni utilizzati per commettere un reato o che ne costituiscono il prodotto o il profitto.
Patteggiamento
Un accordo tra l'imputato e il pubblico ministero su una pena ridotta, che viene poi approvata dal giudice per evitare un processo completo.
Ricorso inammissibile
Un'impugnazione che viene respinta dalla Corte senza essere esaminata nel merito, perché non rispetta i requisiti di legge o solleva questioni non ammesse.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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