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Risoluzione permuta cosa futura: è inadempimento?

La Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso di risoluzione permuta cosa futura. La controversia nasce da un contratto preliminare per lo scambio di un terreno contro due villette da costruire. I proprietari del terreno avevano richiesto la risoluzione per inadempimento, accusando il costruttore di aver agito in malafede richiedendo i permessi a proprio nome. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il promissario acquirente era legittimato a richiedere il titolo edilizio e che il comportamento dei proprietari, che si erano rifiutati di collaborare per la creazione di un vincolo a parcheggio, era contrario a buona fede.

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Risoluzione permuta cosa futura: quando il rifiuto dei venditori è illegittimo?

La stipulazione di un contratto di permuta di un bene presente, come un terreno edificabile, con un bene futuro, quale un immobile da costruire, è una pratica comune nel settore immobiliare. Tuttavia, possono sorgere complessità che portano a contenziosi. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha affrontato un caso di risoluzione permuta cosa futura, fornendo chiarimenti cruciali sulla legittimità delle azioni del promissario acquirente e sui doveri di cooperazione dei promittenti venditori.

I Fatti di Causa: Il Contratto di Permuta e l’Inizio del Contenzioso

Due coniugi, proprietari di un terreno, stipulavano un contratto preliminare di permuta con un costruttore. L’accordo prevedeva la cessione del terreno in cambio della realizzazione di due villette, una da destinare ai proprietari e l’altra al costruttore. Quest’ultimo si attivava prontamente per ottenere tutti i permessi necessari, presentando la documentazione al Comune e agli altri organi competenti.

Il contenzioso nasceva quando i proprietari del terreno citavano in giudizio il costruttore, chiedendo la risoluzione del contratto per grave inadempimento. L’accusa principale era che il costruttore avesse agito in malafede, presentando la richiesta per il permesso di costruire qualificandosi falsamente come proprietario del terreno. A loro avviso, questo comportamento, unito al loro successivo rifiuto di costituire un vincolo urbanistico per un’area a parcheggio (richiesto dal Comune), giustificava la fine dell’accordo.

L’Iter Giudiziario: Dal Tribunale alla Corte d’Appello

Il Tribunale di primo grado, rilevando l’impossibilità di stabilire quale delle due parti fosse incorsa nell’inadempimento più grave, dichiarava cessati gli effetti del contratto.

La Corte d’Appello, invece, ribaltava la decisione. Accoglieva l’appello del costruttore, ritenendo che egli avesse agito diligentemente per adempiere ai suoi obblighi. I giudici di secondo grado stabilivano che il promissario acquirente era legittimato a richiedere il titolo edilizio e che il rifiuto dei proprietari di cooperare per l’ottenimento del permesso finale costituiva un comportamento contrario a buona fede. Di conseguenza, rigettava la domanda di risoluzione del contratto avanzata dai coniugi.

I Motivi del Ricorso in Cassazione

I proprietari del terreno proponevano ricorso in Cassazione, basandolo su tre motivi principali:

1. Omesso esame di un fatto decisivo: la Corte d’Appello non avrebbe considerato adeguatamente la falsità della dichiarazione di proprietà resa dal costruttore.
2. Violazione del principio di buona fede: il comportamento del costruttore sarebbe stato contrario all’art. 1375 c.c.
3. Nullità della notifica dell’atto d’appello: l’appello sarebbe stato nullo per vizi procedurali nella notifica via PEC, come la mancanza della procura e della firma digitale.

La Decisione della Suprema Corte: Analisi della Risoluzione permuta cosa futura

La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, confermando la sentenza d’appello. Vediamo nel dettaglio le argomentazioni.

La Validità della Notifica Telematica dell’Appello

Esaminando con priorità il motivo procedurale, la Corte ha stabilito che i vizi lamentati non comportavano la nullità della notifica. La mancanza della firma digitale e della procura allegata sono difetti sanabili se l’atto raggiunge il suo scopo e se la paternità dell’atto è chiaramente riconducibile al difensore (come nel caso di invio dalla sua casella PEC certificata). La procura, inoltre, era già stata conferita in primo grado e valeva anche per l’appello.

La Legittimità del Promissario Acquirente a Richiedere il Permesso di Costruire

Sul punto centrale della controversia, la Cassazione ha chiarito che la Corte d’Appello non aveva omesso di valutare la condotta del costruttore. Al contrario, l’aveva analizzata correttamente alla luce della normativa vigente (art. 11 del D.P.R. 380/2001). Tale norma consente di richiedere il permesso di costruire non solo al proprietario, ma a chiunque abbia “titolo per richiederlo”, ovvero un rapporto giuridico qualificato con l’immobile. Il promissario acquirente di un preliminare di permuta rientra pienamente in questa categoria.

La dichiarazione di essere “proprietario” non è stata ritenuta un inadempimento grave, poiché i proprietari avevano già espresso nel preliminare il loro consenso all’edificazione. Inoltre, il Comune è tenuto a verificare solo la legittimazione del richiedente, senza incidere sul diritto di proprietà, che rimane tutelato dalla clausola “salvi i diritti dei terzi”.

L’Inammissibilità della Censura sulla Violazione della Buona Fede

Infine, la Corte ha dichiarato inammissibile il secondo motivo. I ricorrenti non avevano specificato in che modo la sentenza d’appello avesse violato il precetto della buona fede. Anzi, la sentenza aveva ampiamente documentato la diligenza del costruttore, che aveva intrapreso tutte le azioni necessarie per l’avanzamento della pratica edilizia. Il rifiuto dei proprietari di consentire l’asservimento dell’area a parcheggio, dopo che era stata chiarita la legittimità del costruttore a procedere, è stato quindi considerato un ostacolo ingiustificato all’esecuzione del contratto.

Le Motivazioni

Le motivazioni della Suprema Corte si fondano su un’interpretazione sostanziale e non formalistica degli obblighi contrattuali e delle norme urbanistiche. La Corte ha dato prevalenza al principio di conservazione del contratto e all’obbligo di cooperazione secondo buona fede. Il comportamento del promissario acquirente è stato valutato nel suo complesso, riconoscendo la sua diligenza e il suo diritto, derivante dal contratto preliminare, a compiere tutti gli atti necessari per la realizzazione dell’opera. Al contrario, il comportamento dei promittenti venditori è stato qualificato come ostruzionistico, poiché il loro rifiuto non era supportato da un legittimo timore di perdere la proprietà, ma mirava a bloccare l’esecuzione di un contratto validamente stipulato.

Le Conclusioni

Questa ordinanza ribadisce un principio fondamentale: in un contratto di permuta di cosa presente con cosa futura, il promissario acquirente/costruttore è legittimato a richiedere i titoli edilizi necessari. La sua dichiarazione, anche se imprecisa sulla qualifica di proprietario, non costituisce di per sé un grave inadempimento se i proprietari hanno già dato il loro consenso all’edificazione. La decisione sottolinea l’importanza del dovere di buona fede e cooperazione, sanzionando il comportamento di quella parte che, con pretesti formali, ostacola l’adempimento della controparte.

Un promissario acquirente può richiedere il permesso di costruire a proprio nome?
Sì. La Corte di Cassazione ha confermato che, ai sensi dell’art. 11 del d.P.R. 380/2001, chiunque abbia un titolo qualificato per richiederlo, come il promissario acquirente in un contratto preliminare, è legittimato a presentare la domanda per il rilascio del permesso di costruire.

Dichiararsi falsamente proprietario nella richiesta di un permesso di costruire costituisce un inadempimento grave?
No, secondo la sentenza, non costituisce un inadempimento così grave da giustificare la risoluzione del contratto, specialmente quando i proprietari effettivi hanno già manifestato il loro consenso all’edificazione nel contratto preliminare. Il diritto di proprietà è comunque tutelato dalla clausola “salvi i diritti dei terzi” che accompagna il rilascio del titolo edilizio.

Il rifiuto dei proprietari di un terreno di cooperare per ottenere i permessi è legittimo?
No, non è legittimo se ostacola l’esecuzione del contratto. Il dovere di buona fede impone alle parti di cooperare per consentire l’adempimento. Nel caso di specie, il rifiuto dei proprietari di consentire l’asservimento di un’area a parcheggio, necessario per la pratica edilizia, è stato considerato ingiustificato e contrario a buona fede.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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