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Patto di opzione: risarcimento e valore societario

La Corte d’Appello di Venezia ha confermato il rigetto di una domanda risarcitoria derivante dalla violazione di un patto di opzione. Nonostante l’inadempimento del socio che ha operato una scissione rendendo impossibile il riacquisto della quota, il danno non è stato riconosciuto poiché la consulenza tecnica ha accertato che, al momento dell’esercizio dell’opzione, il valore della società era negativo a causa di perdite pregresse e debiti.

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Pubblicato il 25 febbraio 2026 in Diritto Societario, Giurisprudenza Civile

Il Patto di Opzione e la Valutazione del Danno: Il Caso della Società in Crisi

In ambito legale e commerciale, il patto di opzione rappresenta uno strumento strategico per gestire la circolazione delle quote societarie. Tuttavia, cosa accade quando il diritto di riacquisto viene ostacolato da operazioni straordinarie come una scissione, ma la società versa in condizioni economiche critiche? Una recente sentenza della Corte d’Appello di Venezia chiarisce che l’inadempimento contrattuale non genera automaticamente un risarcimento se non viene provato un effettivo danno economico.

I fatti della controversia

La vicenda trae origine dal recesso di un socio da una società di persone che gestiva strutture ricettive. Contestualmente al recesso, i soci avevano sottoscritto un patto di opzione che riconosceva al recedente il diritto di riacquistare il 50% delle quote entro un determinato arco temporale o, in alternativa, di ottenere la liquidazione della quota secondo il patrimonio esistente al momento dell’accordo.

Durante la vigenza del patto, il socio rimanente effettuava operazioni di straordinaria amministrazione senza il consenso dell’optante, tra cui una scissione parziale e la successiva cessione delle quote a terzi (parenti e nuove società). Quando il socio titolare dell’opzione decideva di esercitare il proprio diritto, si trovava di fronte all’impossibilità di ottenere le quote. Ne scaturiva un’azione legale per la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni, quantificati in oltre un milione di euro sulla base della sommatoria dei patrimoni delle società risultanti dalla scissione.

La decisione della Corte d’Appello

Il Tribunale, in primo grado, aveva già accertato l’inadempimento del socio rimanente, dichiarando risolto il contratto di compravendita sorto dall’esercizio dell’opzione. Tuttavia, la domanda risarcitoria era stata rigettata. La Corte d’Appello di Venezia ha confermato questa impostazione, rigettando integralmente il gravame proposto dall’ex socio.

Il punto centrale della decisione riguarda la quantificazione del pregiudizio subito. Secondo i giudici, il danno non può essere calcolato sommando semplicemente i patrimoni delle nuove società nate dalla scissione. È necessario, invece, ricostruire in via prospettica quale sarebbe stato il valore della quota se l’operazione di scissione non fosse avvenuta.

L’importanza della consulenza tecnica nel patto di opzione

Le indagini peritali hanno dimostrato che la società originaria presentava un trend decisamente negativo già anni prima della scissione. Il patrimonio netto era risultato negativo sin dal 2009 e l’azienda mostrava un avviamento negativo (badwill). Di conseguenza, anche se il patto di opzione fosse stato regolarmente adempiuto, il socio avrebbe acquistato una quota priva di valore economico positivo o, peggio, legata a una realtà in forte perdita.

le motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano sulla corretta applicazione dei principi contabili (OIC 24) e sulla distinzione tra inadempimento e danno risarcibile. I giudici hanno chiarito che, sebbene la scissione sia un’operazione patrimonialmente neutra per i soci in una prospettiva statica, essa non garantisce che il valore futuro della partecipazione sia positivo. Il CTU ha correttamente utilizzato il metodo della redditività, evidenziando che l’azienda non aveva la capacità di produrre utili. Inoltre, la Corte ha sottolineato che le scelte gestorie del socio amministratore (come una permuta immobiliare contestata) rientrano nel rischio d’impresa che il titolare dell’opzione aveva accettato decidendo di restare estraneo alla gestione per sei anni.

le conclusioni

Le conclusioni della sentenza ribadiscono un principio cardine della responsabilità civile: il risarcimento deve tendere alla riparazione di un pregiudizio reale. Nel caso del patto di opzione, se il valore della partecipazione al momento dell’esercizio è nullo o negativo, l’optante non subisce un danno patrimoniale dalla mancata acquisizione. La sentenza evidenzia come la protezione contrattuale offerta dall’opzione non possa trasformarsi in una garanzia contro l’andamento negativo del mercato o l’insolvenza della società target, a meno di specifiche clausole di garanzia patrimoniale non presenti in questo caso.

Cosa succede se il socio non rispetta il patto di opzione compiendo operazioni straordinarie?
L’inadempimento comporta la risoluzione del contratto e l’obbligo di risarcire il danno, ma solo se l’altra parte dimostra che la quota che avrebbe dovuto ricevere aveva un valore economico effettivo.
Il valore della società scissa coincide sempre con la somma delle società risultanti?
No, la Corte ha chiarito che si tratta di soggetti giuridici distinti e che la valutazione deve essere fatta ricostruendo il valore della società originaria in via prospettica, senza automatismi.
Come influisce l’avviamento negativo sul calcolo del risarcimento?
Se una società ha un avviamento negativo, significa che non è in grado di generare reddito. In tale scenario, il valore della quota è nullo e il titolare dell’opzione non può vantare un danno economico per non averla potuta acquistare.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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