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Credito prededucibile: quando non è ammesso

La Corte di Cassazione ha negato il riconoscimento di un credito prededucibile a un professionista per l’assistenza in una procedura di concordato preventivo. La Corte ha stabilito che la rinuncia alla domanda di concordato da parte della società, prima del decreto di ammissione, interrompe il nesso di funzionalità necessario, rendendo il credito non prededucibile nel successivo fallimento.

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Credito prededucibile: la Cassazione chiarisce i limiti per i professionisti

L’ordinanza n. 17962/2024 della Corte di Cassazione affronta un tema cruciale nel diritto fallimentare: il riconoscimento del credito prededucibile al professionista che assiste un’impresa in una procedura di concordato, poi abbandonata prima dell’ammissione. La decisione stabilisce un principio netto: senza l’ammissione formale alla procedura, il nesso di funzionalità viene meno e, con esso, il diritto alla prededuzione nel successivo fallimento.

I fatti del caso

Una società di capitali si avvaleva della consulenza di un avvocato per preparare e depositare una domanda di concordato preventivo con riserva. Oltre a questa attività, il professionista svolgeva anche attività di difesa legale per la società in alcune cause di opposizione a decreto ingiuntivo. Successivamente, la società decideva di rinunciare alla domanda di concordato e, poco dopo, veniva dichiarata fallita.

L’avvocato chiedeva quindi l’ammissione al passivo del fallimento dei propri crediti per l’attività svolta, sostenendo che dovessero essere considerati prededucibili, ossia da pagare con priorità rispetto agli altri creditori.

La decisione del Tribunale

In prima istanza, il Tribunale accoglieva parzialmente la richiesta del professionista. I giudici ritenevano che, nonostante la rinuncia alla domanda, esistesse una continuità tra le procedure e un rapporto di funzionalità tra la prestazione professionale e il tentativo di risanamento. Pertanto, ammettevano il credito del legale in prededuzione, sia per l’attività legata al concordato sia per quella giudiziale, considerata utile a salvaguardare il patrimonio sociale.

L’analisi della Corte di Cassazione e il concetto di credito prededucibile

La curatela fallimentare ha impugnato la decisione del Tribunale dinanzi alla Corte di Cassazione, che ha ribaltato completamente il verdetto. La Suprema Corte ha richiamato un principio consolidato, in particolare quello stabilito dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 42093/2021.

Il punto centrale è il requisito della “funzionalità” della prestazione professionale agli obiettivi della procedura concorsuale. Affinché un credito possa essere considerato prededucibile, non basta che l’attività sia stata svolta in vista di un concordato; è necessario che la procedura venga formalmente ammessa con il decreto previsto dall’art. 163 della Legge Fallimentare. Questo atto segna il momento in cui la procedura produce effetti giuridici stabili e consente ai creditori di esprimersi sulla proposta.

Le motivazioni della decisione

La Cassazione ha spiegato che la rinuncia alla domanda di concordato, avvenuta prima del decreto di ammissione, ha compromesso in modo irreparabile il nesso di funzionalità. La mancata apertura della procedura concorsuale vera e propria rende l’attività del professionista, seppur astrattamente utile, priva di quel collegamento concreto con gli obiettivi di conservazione e accrescimento del patrimonio a beneficio dei creditori.

Di conseguenza, la rinuncia opera ex tunc, cioè con effetto retroattivo, vanificando la possibilità di riconoscere il credito prededucibile. Secondo la Corte, l’ammissione alla procedura non è un mero passaggio formale, ma l’elemento condizionante e imprescindibile per il riconoscimento della prededuzione nel successivo e consecutivo fallimento. Lo stesso principio si applica anche ai crediti per l’attività giudiziale svolta parallelamente, poiché anche la loro utilità è legata all’effettivo avvio del concordato.

Le conclusioni

Con questa ordinanza, la Corte di Cassazione rafforza un orientamento rigoroso: il compenso del professionista per l’attività preparatoria a un concordato preventivo non gode della prededuzione se l’impresa rinuncia alla domanda prima che il Tribunale la ammetta formalmente. Questa decisione ha importanti implicazioni pratiche, poiché chiarisce i rischi per i professionisti che assistono imprese in crisi, legando la priorità del loro pagamento all’effettivo progresso della procedura di risanamento e non solo al tentativo.

Il compenso del professionista per un concordato poi rinunciato è un credito prededucibile nel successivo fallimento?
No. Secondo la Corte di Cassazione, se la società debitrice rinuncia alla domanda di concordato prima del decreto di ammissione del tribunale, il credito del professionista per l’attività svolta non può essere considerato prededucibile nel successivo fallimento, perché viene a mancare il nesso di funzionalità con la procedura.

Qual è il requisito fondamentale affinché un credito sia considerato prededucibile in questi casi?
Il requisito fondamentale è l’ammissione della società alla procedura di concordato preventivo tramite il decreto del tribunale ai sensi dell’art. 163 della Legge Fallimentare. Questo atto è considerato l’elemento imprescindibile che condiziona il riconoscimento della prededuzione.

La rinuncia alla domanda di concordato prima dell’ammissione ha effetti retroattivi?
Sì. La Corte chiarisce che la rinuncia alla domanda di ammissione al concordato, prima che questa venga formalmente accolta, produce un’inefficacia ex tunc (retroattiva) sugli effetti della domanda stessa. Di conseguenza, viene meno il presupposto per considerare le prestazioni professionali come funzionali alla procedura.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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