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Clausola Risolutiva Espressa: Perde la Causa Chi Attende Troppo

Una società acquirente, dopo la mancata presentazione dei venditori al rogito, non ha utilizzato subito la clausola risolutiva espressa prevista nel contratto. Al contrario, ha atteso tre anni prima di convocarli nuovamente. La Cassazione ha stabilito che questo comportamento equivale a una rinuncia tacita alla clausola. La seconda convocazione ha dimostrato un interesse a proseguire il rapporto, annullando di fatto il diritto alla risoluzione automatica per il primo inadempimento. Di conseguenza, la richiesta di risoluzione della società è stata respinta, poiché il suo comportamento ha neutralizzato l’efficacia della clausola risolutiva espressa.

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Pubblicato il 20 maggio 2026 in Diritto Immobiliare, Giurisprudenza Civile

Riferimento Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 2 Num. 12693 Anno 2026 (Cass. civ. sez. 2 n. 12693/2026)

La clausola che si disattiva con la pazienza

Un contratto può contenere meccanismi per proteggere le parti in caso di problemi. Uno dei più efficaci è la clausola risolutiva espressa, un patto che prevede lo scioglimento automatico del contratto se un obbligo specifico non viene rispettato. Tuttavia, una recente ordinanza della Corte di Cassazione ci mostra come anche questo potente strumento possa perdere efficacia se la parte che ne ha diritto tiene un comportamento ambiguo. La vicenda riguarda una società edile, promissaria acquirente di un immobile, che si è vista negare la risoluzione del contratto proprio a causa della sua eccessiva tolleranza.

I fatti: un’attesa di tre anni che costa cara

Una società costruttrice stipula un contratto preliminare per l’acquisto di un immobile. Il contratto contiene una clausola risolutiva espressa molto chiara: se i venditori non si fossero presentati davanti al notaio per la stipula del contratto definitivo (il rogito), il contratto si sarebbe risolto automaticamente. Arriva il giorno stabilito, ma i venditori non si presentano. A questo punto, la società acquirente avrebbe potuto dichiarare immediatamente di volersi avvalere della clausola e considerare il contratto concluso. Invece, non fa nulla. Passano ben tre anni. Solo allora la società decide di inviare una seconda convocazione ai venditori per stipulare il rogito. Anche questa volta, i venditori non si presentano. A seguito di questo secondo episodio, la società si rivolge al Tribunale per far dichiarare la risoluzione del contratto.

Il comportamento che annulla la clausola risolutiva espressa

Il punto centrale della questione legale è il seguente: il comportamento della società acquirente, che ha atteso tre anni e ha inviato una seconda convocazione, può essere interpretato come una rinuncia a far valere la clausola risolutiva espressa? Secondo i giudici, sia in primo grado che in appello, la risposta è sì. La decisione di inviare una nuova convocazione per la stipula è un atto incompatibile con la volontà di risolvere il contratto. Dimostra, al contrario, un persistente interesse a portarlo a compimento, nonostante il primo, grave inadempimento dei venditori. Questo comportamento equivale a una rinuncia tacita all’effetto risolutivo automatico che si era già verificato con la prima assenza.

Le motivazioni: la rinuncia alla clausola risolutiva espressa

La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, rigettando il ricorso della società. I giudici supremi hanno spiegato che la risoluzione di diritto tramite clausola risolutiva espressa non è un evento che si impone contro la volontà delle parti. La parte a cui favore è prevista la clausola deve dichiarare di volersene avvalere. Se, invece di farlo, compie atti che dimostrano un interesse alla prosecuzione del contratto, come fissare una nuova data per l’adempimento, rinuncia implicitamente al diritto di risolvere il contratto per quell’inadempimento specifico. La condotta della società non è stata una mera tolleranza, ma un’azione positiva (la nuova convocazione) che ha manifestato in modo inequivocabile la volontà di dare un’altra possibilità ai venditori, sanando di fatto la situazione precedente e rinunciando agli effetti della clausola.

Le conclusioni: chi perde il diritto non può più usarlo

L’esito finale è la sconfitta della società acquirente. Il suo ricorso è stato integralmente rigettato e la società è stata condannata a pagare le spese legali ai venditori. Questa sentenza insegna un principio fondamentale: i diritti contrattuali devono essere esercitati con coerenza e tempestività. Avere una clausola risolutiva espressa a proprio favore non è sufficiente se poi il proprio comportamento contraddice la volontà di applicarla. La tolleranza prolungata e, soprattutto, azioni concrete che dimostrano la volontà di mantenere in vita il contratto possono essere interpretate come una rinuncia tacita, rendendo di fatto inefficace la protezione che la clausola avrebbe dovuto offrire. In questo caso, la pazienza non è stata una virtù, ma la causa della perdita di un diritto.

Cosa succede se non utilizzo subito una clausola risolutiva espressa?
Si rischia di perdere il diritto di avvalersene. Un comportamento che dimostra un interesse a proseguire il contratto, nonostante l’inadempimento, può essere interpretato da un giudice come una rinuncia tacita alla clausola.

La semplice tolleranza di un ritardo fa perdere il diritto alla clausola?
La mera tolleranza non sempre equivale a una rinuncia. Tuttavia, compiere un’azione positiva, come convocare nuovamente la controparte per l’adempimento, è un segnale forte e inequivocabile di voler mantenere in vita il contratto, e quindi di rinunciare alla risoluzione automatica.

Come si esercita correttamente una clausola risolutiva espressa?
Una volta che si verifica l’inadempimento specifico previsto dalla clausola, la parte interessata deve comunicare all’altra, in modo chiaro e inequivocabile, la propria volontà di avvalersi della clausola per risolvere il contratto.

Termini giuridici

Clausola risolutiva espressa
Una clausola inserita in un contratto che stabilisce la sua risoluzione automatica se una specifica obbligazione non viene eseguita come pattuito.
Risoluzione del contratto
Lo scioglimento del vincolo contrattuale a causa di un grave inadempimento di una delle parti, che libera entrambe dagli obblighi futuri.
Inadempimento
La mancata, inesatta o tardiva esecuzione della prestazione dovuta in base a un contratto.
Contratto preliminare
Un accordo con cui le parti si obbligano a stipulare un futuro contratto definitivo, di cui definiscono già gli elementi essenziali.
Rinuncia tacita
L'abbandono di un proprio diritto che non avviene con una dichiarazione esplicita, ma si desume da un comportamento incompatibile con la volontà di esercitarlo.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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