Assegno per il nucleo familiare: la Cassazione contro le discriminazioni
Il diritto alla previdenza sociale non può conoscere confini discriminatori basati sulla residenza dei familiari. Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione ha messo un punto fermo sulla questione dell’assegno per il nucleo familiare spettante ai lavoratori stranieri regolarmente soggiornanti in Italia. La decisione rappresenta un pilastro per l’integrazione e la parità di trattamento nel nostro sistema giuridico.
Il caso del lavoratore straniero
La vicenda trae origine dal diniego opposto dall’ente previdenziale alla richiesta di un lavoratore straniero, titolare di un permesso unico di lavoro, di ottenere l’assegno per il nucleo familiare per la moglie e i figli residenti all’estero. L’ente sosteneva che, in base alla legge nazionale, il beneficio fosse limitato ai soli familiari residenti nel territorio della Repubblica, salvo accordi di reciprocità con lo Stato di origine.
La Corte d’Appello aveva già ribaltato la decisione di primo grado, dichiarando il carattere discriminatorio di tale condotta. L’ente ha quindi proposto ricorso in Cassazione, sostenendo la legittimità della distinzione basata sulla residenza e la necessità di controlli amministrativi complessi sui familiari residenti fuori dall’Unione Europea.
Il contrasto tra legge interna e diritto UE
Il cuore della controversia risiede nell’incompatibilità tra l’Art. 2 del D.L. 69/1988 e la Direttiva 2011/98/UE. Mentre la norma italiana esclude dal nucleo familiare i membri residenti all’estero, la direttiva europea impone agli Stati membri di garantire la parità di trattamento ai titolari di permesso unico nel settore della sicurezza sociale. Questa discrepanza ha richiesto l’intervento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.
Le motivazioni
La Suprema Corte ha basato la sua decisione sulla sentenza della Corte di Giustizia UE (causa C-302/19), la quale ha chiarito che uno Stato membro non può ridurre o rifiutare una prestazione di sicurezza sociale a un lavoratore straniero solo perché i suoi familiari risiedono in un paese terzo, se lo stesso beneficio è concesso ai propri cittadini indipendentemente dal luogo di residenza dei congiunti.
Inoltre, la Corte Costituzionale italiana ha confermato che il principio di parità di trattamento ha effetto diretto. Ciò significa che i giudici e la pubblica amministrazione hanno l’obbligo di disapplicare le norme nazionali contrastanti con il diritto dell’Unione. Le difficoltà tecniche di controllo addotte dall’ente previdenziale non sono state ritenute una giustificazione valida per limitare un diritto fondamentale legato alla dignità del lavoratore e della sua famiglia.
Le conclusioni
Il rigetto del ricorso conferma che l’assegno per il nucleo familiare deve essere erogato senza discriminazioni basate sulla nazionalità o sulla residenza dei beneficiari, purché il richiedente sia titolare di un permesso unico di lavoro. Questa sentenza rafforza il primato del diritto europeo e assicura che le prestazioni sociali siano distribuite in modo equo, promuovendo l’integrazione dei lavoratori stranieri nel tessuto sociale ed economico italiano. La certezza del diritto prevale sulle restrizioni burocratiche, garantendo una tutela effettiva ai diritti dei singoli.
Il lavoratore straniero ha diritto all’assegno se i figli vivono all’estero?
Sì, se il lavoratore è titolare di un permesso unico di lavoro, ha diritto alla parità di trattamento e può richiedere l’assegno anche per i familiari residenti fuori dall’Italia.
Cosa prevale tra la legge italiana e la direttiva europea?
La direttiva europea prevale sulla legge nazionale contrastante. Il giudice ha l’obbligo di disapplicare la norma italiana discriminatoria per applicare quella dell’Unione Europea.
L’ente previdenziale può negare il beneficio per difficoltà di controllo?
No, la Corte ha stabilito che presunte difficoltà amministrative o di verifica non giustificano la negazione di un diritto garantito dal principio di parità di trattamento.