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Assegno di natalità stranieri: il permesso non conta, vince la parità

La Corte di Cassazione ha stabilito che negare l’assegno di natalità a cittadini stranieri con un permesso di soggiorno per lavoro o famiglia, ma privi di quello di lungo periodo, costituisce una discriminazione. L’Ente Previdenziale aveva respinto le domande basandosi su una norma che limitava il beneficio. La Corte, richiamando una precedente sentenza della Corte Costituzionale, ha confermato il diritto dei lavoratori stranieri a ricevere la prestazione. Il principio è che l’accesso alle prestazioni di sicurezza sociale non può dipendere dal tipo di permesso di soggiorno. Di conseguenza, l’Ente Previdenziale ha perso la causa e deve riconoscere l’assegno di natalità stranieri a tutti i lavoratori legalmente residenti.

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Pubblicato il 22 aprile 2026 in Giurisprudenza Civile

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Riferimento Ordinanza di Cassazione Civile Sez. Lavoro Num. 4704 Anno 2023 (Cass. civ. sez. lavoro n. 4704/2023)

Assegno di natalità stranieri: un diritto per tutti i residenti legali

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha consolidato un principio fondamentale di parità di trattamento. La Corte ha stabilito che l’accesso alle prestazioni di sicurezza sociale, come l’assegno di natalità, non può essere limitato in base al tipo di permesso di soggiorno. Questa decisione chiarisce che il diritto all’assegno di natalità per stranieri spetta a tutti i cittadini di Paesi terzi che lavorano e risiedono legalmente in Italia, anche se non sono in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo. Si tratta di una vittoria importante contro la discriminazione nell’accesso al welfare.

Il caso: il bonus bebè negato per il tipo di permesso di soggiorno

La vicenda ha origine dal ricorso di un gruppo di Lavoratori stranieri. Essi risiedevano legalmente in Italia con un permesso di soggiorno per motivi di lavoro o familiari. Dopo la nascita dei loro figli, avevano presentato domanda all’Ente Previdenziale per ottenere l’assegno di natalità, comunemente noto come ‘bonus bebè’.

L’Ente Previdenziale, però, aveva respinto tutte le richieste. La motivazione era netta: i richiedenti non possedevano il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. Secondo l’Ente, la legge riservava quel beneficio economico solo ai cittadini italiani, ai cittadini dell’Unione Europea e agli stranieri con il permesso di lungo periodo. I Lavoratori hanno quindi deciso di agire in giudizio, sostenendo che tale esclusione fosse una vera e propria discriminazione.

La difesa dell’Ente Previdenziale: una prestazione selettiva

L’Ente Previdenziale ha difeso la sua posizione sostenendo di aver semplicemente applicato la legge. Secondo la sua interpretazione, l’assegno di natalità non era una prestazione di sicurezza sociale universale, ma un ‘bonus’ selettivo. L’obiettivo del legislatore, a suo dire, era incentivare la natalità tra le famiglie stabilmente residenti sul territorio nazionale. La richiesta del permesso di lungo periodo serviva proprio a identificare questo nucleo di residenti stabili.

Inoltre, l’Ente sosteneva che estendere il beneficio a tutti i residenti temporanei avrebbe snaturato lo scopo della norma e creato problemi di spesa pubblica. La sua condotta, quindi, non era discriminatoria ma una corretta applicazione di una scelta politica del legislatore.

L’illegittimità della distinzione per l’assegno di natalità stranieri

La Corte di Cassazione ha respinto completamente la tesi dell’Ente Previdenziale. I giudici hanno richiamato una fondamentale sentenza della Corte Costituzionale (n. 54 del 2022). Questa sentenza aveva già dichiarato incostituzionale la norma che escludeva i titolari di altri permessi di soggiorno.

Il punto centrale è la natura della prestazione. L’assegno di natalità non è un semplice ‘bonus’, ma rientra a pieno titolo tra le prestazioni di sicurezza sociale. Queste prestazioni sono destinate a sostenere i lavoratori e le loro famiglie. Il diritto dell’Unione Europea, recepito in Italia, stabilisce un principio di parità di trattamento tra i lavoratori nazionali e quelli provenienti da Paesi terzi legalmente ammessi a lavorare. Distinguere in base al tipo di permesso di soggiorno viola questo principio.

Le motivazioni della Cassazione: il principio di non discriminazione

La Corte ha spiegato che il diritto a percepire l’assegno di natalità stranieri sorge dal fatto di essere un lavoratore legalmente soggiornante nel territorio dello Stato. Il tipo di permesso posseduto è irrilevante. Escludere una categoria di lavoratori stranieri crea una disparità di trattamento ingiustificata, basata unicamente sulla nazionalità e sulla durata del soggiorno.

I giudici hanno affermato che la norma nazionale, nella parte in cui creava questa esclusione, doveva essere disapplicata perché in contrasto con il diritto dell’Unione Europea e con la Costituzione italiana. La Corte ha quindi confermato le sentenze dei giudici di merito, che avevano già riconosciuto il diritto dei Lavoratori a percepire l’assegno.

Le conclusioni: l’assegno di natalità stranieri è una prestazione di sicurezza sociale

In conclusione, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’Ente Previdenziale. L’esito pratico è che i Lavoratori stranieri hanno vinto la causa. L’Ente deve riconoscere loro il diritto all’assegno di natalità alle stesse condizioni previste per i cittadini italiani. Questa sentenza ribadisce che le prestazioni di sicurezza sociale sono legate allo status di lavoratore e non possono essere usate come strumento per discriminare tra cittadini stranieri legalmente residenti. Un principio di civiltà giuridica che garantisce tutele uguali a chi contribuisce al sistema sociale del Paese.

Un lavoratore straniero con un normale permesso per lavoro ha diritto all’assegno di natalità?
Sì, la Cassazione ha stabilito che il diritto spetta a tutti i cittadini stranieri legalmente residenti e autorizzati a lavorare, senza che sia necessario il permesso di soggiorno di lungo periodo.

Perché l’Ente Previdenziale negava l’assegno?
L’Ente applicava una legge che limitava il beneficio ai soli cittadini italiani, comunitari o stranieri con permesso di soggiorno di lungo periodo. Questa legge è stata poi dichiarata incostituzionale.

Questa decisione si applica solo all’assegno di natalità o anche ad altri bonus?
Il principio affermato è ampio: le prestazioni di sicurezza sociale non possono essere negate ai lavoratori stranieri legalmente residenti sulla base del tipo di permesso di soggiorno posseduto, poiché sarebbe una discriminazione.

Termini giuridici

Assegno di natalità
Un contributo economico, noto anche come 'bonus bebè', previsto dallo Stato per sostenere le famiglie alla nascita o adozione di un figlio.
Permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo
Un particolare tipo di permesso di soggiorno che può essere richiesto dai cittadini stranieri che risiedono legalmente e ininterrottamente in Italia da almeno cinque anni.
Condotta discriminatoria
Un comportamento che crea una differenza di trattamento ingiustificata tra persone, in questo caso basata sulla nazionalità e sul tipo di permesso di soggiorno posseduto.
Disapplicazione della norma
L'atto con cui un giudice decide di non applicare una legge nazionale perché la considera in contrasto con una fonte di diritto superiore, come la Costituzione o il diritto dell'Unione Europea.
Ratione temporis
Espressione latina che significa 'in ragione del tempo'. Indica che una legge o una sentenza si applica a fatti avvenuti in un determinato periodo di tempo.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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