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Atti persecutori contro i Carabinieri: condanna confermata

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un’imputata condannata per diversi reati, tra cui istigazione a delinquere, oltraggio, diffamazione e atti persecutori ai danni di un maresciallo dei Carabinieri. L’imputata aveva pubblicato messaggi di elogio all’ISIS sui social, imbrattato muri pubblici con scritte offensive e perseguitato il pubblico ufficiale con pedinamenti costanti, costringendola a cambiare abitudini di vita. La difesa contestava l’identificazione dell’autrice tramite i profili social e le telecamere di sorveglianza. La Suprema Corte ha confermato la condanna, ritenendo l’identificazione certa grazie alle foto sui profili e ai filmati visionati dalla polizia. Di conseguenza, l’imputata perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.

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Pubblicato il 23 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

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Riferimento Sentenza di Cassazione Penale Sez. 1 Num. 15829 Anno 2022 (Cass. pen. sez. 1 n. 15829/2022)

La condanna per atti persecutori e propaganda estremista

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un’imputata responsabile di una serie di gravi condotte illecite. Tra i reati contestati spiccano l’istigazione a delinquere, l’oltraggio a corpi politici e giudiziari, l’imbrattamento di edifici pubblici e il reato di atti persecutori ai danni di un maresciallo dei Carabinieri. La vicenda unisce l’uso distorto dei social network a reali azioni di disturbo e minaccia sul territorio. La Suprema Corte ha respinto ogni obiezione difensiva, dichiarando il ricorso del tutto inammissibile e confermando la decisione dei giudici di merito.

I comportamenti contestati e la difesa dell’imputata

L’imputata ha posto in essere una serie di azioni coordinate nel tempo. Inizialmente, ha esposto una bandiera di un’organizzazione terroristica davanti agli uffici del Giudice di pace. Successivamente, ha pubblicato messaggi di esaltazione della stessa associazione sul proprio profilo Facebook. Oltre a questo, l’imputata ha imbrattato i muri della città con scritte offensive rivolte al Governo, al Parlamento e alle istituzioni locali.

La situazione è peggiorata quando l’imputata ha preso di mira un maresciallo dei Carabinieri in servizio sul territorio. Il pubblico ufficiale ha subito ripetute minacce durante le procedure di identificazione. L’imputata ha anche tentato di bloccare la marcia dell’auto del militare e ha pubblicato messaggi diffamatori su Instagram. Infine, ha attuato continui pedinamenti che hanno costretto la vittima a modificare radicalmente i propri tragitti quotidiani e i luoghi di sosta del veicolo.

La difesa ha cercato di smontare le accuse contestando l’identificazione della colpevole. Secondo i difensori, non vi era la prova che l’indirizzo IP dei profili social appartenesse all’imputata. Inoltre, la difesa riteneva non affidabile il riconoscimento dell’autrice dei graffiti tramite le videocamere di sorveglianza cittadine.

Le motivazioni della Cassazione sugli atti persecutori

I giudici della Suprema Corte hanno ritenuto l’apparato probatorio assolutamente solido e coerente. Riguardo alla paternità dei profili social, la Corte ha evidenziato che l’imputata non ha mai negato la titolarità degli account durante il procedimento. Inoltre, le bacheche virtuali mostravano chiaramente le sue fotografie personali, rendendo l’identificazione immediata e priva di dubbi.

Per quanto riguarda l’imbrattamento dei muri, i giudici hanno confermato la validità dei riconoscimenti effettuati dalla Polizia di Stato. Gli agenti hanno esaminato direttamente le immagini registrate dai sistemi di videosorveglianza urbana, identificando l’imputata senza incertezze.

La Cassazione ha poi analizzato la configurabilità del reato di atti persecutori. I pedinamenti costanti e le condotte moleste hanno provocato un effettivo cambiamento delle abitudini di vita del maresciallo. Questo elemento è sufficiente per integrare il reato, indipendentemente dal fatto che l’imputata non abbia raggiunto altri scopi personali. Anche l’ostruzione stradale configura un tentativo di violenza privata, poiché idonea a limitare la libertà di movimento della vittima.

Le conclusioni della sentenza e le sanzioni

La Corte di Cassazione ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso presentato dall’imputata. I motivi di impugnazione sono stati giudicati generici, ripetitivi e privi di reale confronto con le decisioni dei gradi precedenti. La determinazione della pena base a un anno e tre mesi di reclusione rispetta pienamente i criteri di legge, essendo vicina al minimo edittale previsto.

L’imputata perde definitivamente la causa penale. Oltre alla conferma della condanna detentiva, la ricorrente deve farsi carico delle spese del procedimento giudiziario. La Corte l’ha inoltre condannata al pagamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende a causa dell’infondatezza del ricorso.

Come si prova la titolarità di un profilo social in un processo penale?
La presenza di foto personali sulla bacheca e la mancata smentita dell’imputato costituiscono elementi sufficienti per attribuire la paternità dell’account.

Quando si configura il reato di atti persecutori?
Il reato si configura quando condotte ripetute di minaccia o molestia costringono la vittima a cambiare le proprie abitudini quotidiane.

Cosa rischia chi presenta un ricorso in Cassazione palesemente infondato?
Il ricorrente rischia la dichiarazione di inammissibilità, il pagamento delle spese processuali e una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.

Termini giuridici

Atti persecutori
Comportamenti ripetuti di minaccia o molestia che causano un grave stato di ansia o paura, o costringono a cambiare le proprie abitudini di vita (noto comunemente come stalking).
Istigazione a delinquere
L'azione di spingere pubblicamente altri a commettere uno o più reati.
Inammissibilità
La condizione per cui un ricorso non può essere esaminato nel merito dai giudici perché presenta difetti formali o sostanziali insanabili.
Violenza privata
Il reato commesso da chi, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa.
Dosimetria della pena
Il calcolo e la determinazione della misura della pena da applicare al condannato, effettuati dal giudice in base alla gravità del reato.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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