Definizione
Il reato comunemente noto come stalking, che consiste in minacce o molestie ripetute capaci di causare un grave stato di ansia o paura nella vittima.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 84 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 81% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 9%
- Rigettato 10%
- Inammissibile 81%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 761%
- Penale Sez. 533%
- Penale Sez. 27%
Precedenti più richiamati
- Cass. 28682/2020in 6 provvedimenti
- Cass. 43085/2015in 3 provvedimenti
- Cass. 15625/2021in 3 provvedimenti
- Cass. 6402/1997in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 877/2022in 5 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un uomo ha subito la condanna definitiva per atti persecutori e violenza privata verso due persone offese. L'imputato ha impugnato la decisione sostenendo che la reciproca conflittualità escludesse la sua responsabilità penale e contestando la veridicità delle dichiarazioni rese dalle vittime. I giudici di legittimità hanno respinto integralmente l'impostazione difensiva. La Corte ha chiarito che la reciprocità delle condotte non elimina la sussistenza del reato quando la vittima subisce un effettivo stato di timore o un cambiamento delle abitudini quotidiane. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Una condomina ha subito una condanna penale per stalking condominiale ai danni di due vicine dello stabile. L'imputata ha contestato la decisione dei gradi precedenti presentando ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando vizi logici nella motivazione del verdetto e chiedendo il riconoscimento delle attenuanti per ridurre la pena. I giudici supremi hanno dichiarato l'impugnazione inammissibile: il ricorso riproponeva pedissequamente le stesse lamentele già respinte in appello, senza muovere critiche concrete e specifiche. Inoltre, i giudici di merito avevano negato correttamente le attenuanti a causa della condotta reiterata, gratuita e prolungata nel tempo. La condannata dovrà pagare le spese del procedimento e una sanzione di tremila euro.
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Un Lavoratore è stato condannato per la violazione del divieto di avvicinamento alla persona offesa, precedentemente riqualificato da atti persecutori a minacce. La Corte d'Appello aveva estinto il reato principale di atti persecutori per remissione di querela, ma aveva confermato la responsabilità per la violazione del divieto. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la punibilità e la pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché le contestazioni riguardavano un capo d'accusa non oggetto di appello precedente e la pena era stata correttamente motivata. Il Lavoratore deve pagare le spese processuali.
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Un Imputato ha presentato ricorso in Cassazione contro la condanna per atti persecutori e lesioni subita dalla sua ex compagna. La Corte d'Appello aveva parzialmente confermato la sentenza di primo grado, assolvendolo da altri reati. L'Imputato contestava la logica della decisione. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale, giudicando le sue argomentazioni generiche e mirate a una rivalutazione dei fatti, non permessa in Cassazione. La sentenza d'appello aveva già spiegato chiaramente le proprie conclusioni. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Un individuo è stato condannato per atti persecutori e lesioni personali. Ha presentato un ricorso in Cassazione contestando la sentenza e la mancata concessione della sospensione condizionale della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale. Ha ritenuto le doglianze ripetitive, volte a una rivalutazione dei fatti non consentita, e le contestazioni sulla sospensione condizionale generiche e infondate. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende.
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Un Lavoratore aveva presentato ricorso in Cassazione contro una sentenza che aveva ridotto la sua pena per reati residui, dopo essere stato assolto dal reato di atti persecutori. Il ricorso contestava la motivazione della sentenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale. Ha stabilito che i motivi di ricorso non rientravano tra quelli ammissibili per le sentenze emesse con rito speciale, che limitano la possibilità di contestare vizi sulla determinazione della pena o motivi rinunciati. Il Lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale presentato da un Imputato, condannato per atti persecutori e appropriazione indebita. L'Imputato contestava la sua responsabilità per l'appropriazione indebita, la misura della pena inflitta e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha ritenuto le sue doglianze infondate o già adeguatamente esaminate dai giudici precedenti, confermando la decisione della Corte d'Appello. L'esito finale ha visto il ricorso dichiarato inammissibile, con la condanna dell'Imputato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle Ammende.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un Imputato condannato per atti persecutori e lesioni personali. L'Imputato contestava il mancato riconoscimento dell'attenuante della provocazione per le lesioni e la credibilità della persona offesa per gli atti persecutori. La Corte ha confermato la condanna, ritenendo la reazione violenta sproporzionata rispetto alla presunta provocazione. Ha inoltre ribadito la piena credibilità della vittima, supportata da certificazioni mediche e testimonianze, e ha confermato che il reato di atti persecutori era provato anche per l'elemento del dolo. L'Imputato dovrà pagare le spese processuali e una sanzione.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un Lavoratore condannato per atti persecutori. Il Lavoratore contestava la sua responsabilità e la mancata concessione di circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso si basava su una rilettura dei fatti, non consentita in sede di legittimità. Ha inoltre ribadito che la motivazione sul diniego delle attenuanti era sufficiente. La decisione ha confermato la condanna e imposto al Lavoratore il pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Un individuo è stato condannato per atti persecutori. La Corte d'Appello ha confermato la condanna. Durante il ricorso in Cassazione, la persona offesa ha ritirato la sua querela, e l'imputato ha accettato la `remissione di querela`. La Corte di Cassazione ha quindi annullato la sentenza senza rinvio, dichiarando il reato estinto. Questo significa che il procedimento penale si è concluso. L'imputato è stato comunque condannato al pagamento delle spese processuali. La decisione sottolinea che la remissione di querela estingue il reato anche in presenza di vizi del ricorso.
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La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di patteggiamento per atti persecutori. L'imputata aveva subordinato la sua richiesta di patteggiamento alla concessione della sospensione condizionale della pena. Il giudice di primo grado aveva applicato la pena concordata ma non aveva concesso il beneficio richiesto. La Cassazione ha stabilito che, in caso di patteggiamento condizionato, il giudice deve accogliere la richiesta con il beneficio o rigettarla integralmente. Non è possibile applicare la pena senza concedere la condizione. Pertanto, la sentenza è nulla e gli atti sono stati trasmessi al Tribunale di Bergamo per un nuovo esame, evidenziando l'importanza del rispetto delle condizioni nel patteggiamento e sospensione condizionale.
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Un Imputato aveva concordato una pena (patteggiamento) per i reati di atti persecutori e violazione di domicilio. Successivamente, ha presentato ricorso contro tale sentenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che un ricorso contro il patteggiamento è possibile solo per motivi specifici, come vizi nella volontà dell'Imputato o illegalità della pena, e il ricorso presentato non rientrava in questi casi. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Due imputate hanno proposto ricorso in Cassazione dopo la condanna per il delitto di atti persecutori. La difesa lamentava vizi di motivazione nella sentenza di appello e contestava il mancato riconoscimento dell'attenuante della provocazione. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I giudici di legittimità hanno chiarito che le ricorrenti miravano a ottenere un nuovo esame dei fatti, precluso in sede di Cassazione, senza evidenziare macroscopiche illogicità. Inoltre, la richiesta sull'attenuante riproduceva pedissequamente censure già superate senza confrontarsi con la sentenza impugnata. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna e sanzionato le imputate con il pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle ammende.
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Un individuo è stato condannato per atti persecutori aggravati contro due vicini, di cui uno con disabilità, a seguito di dispute condominiali. La Corte d'Appello ha confermato la condanna. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la credibilità delle vittime, il movente e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la responsabilità penale e la pena. Ha ribadito la validità delle prove raccolte e la corretta applicazione dei criteri per la determinazione della pena, inclusa la negazione delle attenuanti generiche, data la pericolosità sociale del reo.
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Due vicini di casa subiscono una condanna irrevocabile per atti persecutori a causa di condotte moleste reiterate, tra cui immissioni continue di fumo, getto di liquidi e danneggiamento di recinzioni. I condannati presentano istanza di revisione della sentenza di condanna allegando registrazioni video inedite, atti di procedimenti civili e pronunce collegate per dimostrare l'inattendibilità delle persone offese. La Corte d'appello respinge la richiesta e la Corte di Cassazione conferma la decisione. I giudici evidenziano che i nuovi elementi coprono solo un ridotto lasso temporale rispetto alla prolungata durata dello stalking e mirano unicamente a ottenere una diversa interpretazione dei fatti già accertati. La revisione richiede infatti prove decisive capaci di escludere la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Il ricorso viene pertanto rigettato con condanna alle spese legali.
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Un uomo ammesso alla misura alternativa affronta la revoca dell'affidamento in prova a seguito di una denuncia per atti persecutori presentata contro di lui. Il Tribunale di Sorveglianza accerta la gravità dei comportamenti contestati e dichiara la loro totale incompatibilità con il percorso rieducativo esterno. Il condannato impugna la decisione davanti alla Corte di Cassazione, chiedendo una differente interpretazione delle accuse della persona offesa. I giudici di legittimità dichiarano inammissibile il ricorso: la Suprema Corte non può riesaminare il merito delle prove testimoniali ma solo verificare la coerenza logica della motivazione. L'ordinanza impugnata risulta solida e priva di vizi. La Corte conferma la revoca della misura alternativa e condanna il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per diversi reati, tra cui istigazione a delinquere, oltraggio, diffamazione e atti persecutori ai danni di un maresciallo dei Carabinieri. L'imputata aveva pubblicato messaggi di elogio all'ISIS sui social, imbrattato muri pubblici con scritte offensive e perseguitato il pubblico ufficiale con pedinamenti costanti, costringendola a cambiare abitudini di vita. La difesa contestava l'identificazione dell'autrice tramite i profili social e le telecamere di sorveglianza. La Suprema Corte ha confermato la condanna, ritenendo l'identificazione certa grazie alle foto sui profili e ai filmati visionati dalla polizia. Di conseguenza, l'imputata perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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L'Imputato ha concordato una pena di due anni e due mesi di reclusione per il reato continuato di atti persecutori. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione contestando la qualificazione giuridica del fatto ritenuta dal giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di patteggiamento, il ricorso riguardante la qualificazione giuridica nel patteggiamento è ammesso solo se l'errore del giudice è macroscopico, evidente e immediato rispetto all'imputazione. Non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove o dei fatti. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per i reati di sostituzione di persona e atti persecutori aggravati dall'uso di mezzi telematici. L'Imputata, per quattro anni, aveva molestato la vittima fingendosi al telefono un uomo inesistente, supportata da una coimputata che si presentava come sorella del fantomatico personaggio. La Suprema Corte ha confermato la condanna, rilevando la genericità dei motivi di ricorso, volti a una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, i giudici hanno ribadito che la provvisionale non è impugnabile in Cassazione e che l'inammissibilità del ricorso preclude la rilevabilità della prescrizione maturata successivamente alla sentenza d'appello. L'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di atti persecutori, commesso pubblicando continui messaggi offensivi e minacciosi su internet contro due persone. L'imputato sosteneva che la reciprocità delle offese escludesse lo stato di ansia delle vittime e invocava il principio del divieto di un secondo giudizio per lo stesso fatto. I giudici hanno chiarito che la pubblicazione ripetuta di post molesti sui social network configura il reato, poiché crea un clima intimidatorio che distrugge la serenità familiare e relazionale delle vittime. La Corte ha confermato la condanna dell'imputato al pagamento delle spese processuali e al risarcimento dei danni in favore delle vittime.
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