Il divieto di partecipare agli eventi sportivi incide fortemente sulla libertà personale del cittadino. Quando l’autorità impone anche il dovere di recarsi in caserma durante le gare, la misura assume una natura afflittiva notevole. La legge consente tuttavia di domandare la revoca obbligo di presentazione DASPO quando sopraggiungono novità sostanziali. La Corte di Cassazione ha chiarito che il cambiamento delle condizioni personali impone una verifica immediata dell’attualità del pericolo.
Il caso esaminato dai giudici supremi riguarda un sostenitore sportivo colpito da un provvedimento interdittivo quinquennale. L’ordinanza prevedeva il dovere di firma mezz’ora dopo l’inizio del primo e del secondo tempo di ogni gara disputata dalla propria squadra. Nel corso del biennio successivo, il destinatario ha mantenuto una condotta ineccepibile. L’uomo ha poi sottoscritto un contratto di lavoro a tempo indeterminato in un’altra regione, fissando la propria dimora lontano dallo stadio abituale. Questa nuova condizione lavorativa e logistica rendeva oggettivamente difficile raggiungere le manifestazioni sportive e commettere disordini.
Competenza del giudice sulla revoca obbligo di presentazione DASPO
Il lavoratore ha presentato istanza al Giudice per le indagini preliminari per ottenere la rimozione del vincolo orario di firma. Il magistrato ha rigettato la domanda difensiva fondando la decisione sulla presenza di una recidiva (la ripetizione di violazioni simili nel tempo). L’ordinanza riteneva infatti intangibile la durata minima stabilita dalla legge per i soggetti già sanzionati in passato.
La Suprema Corte ha invece affermato un principio differente a tutela dei diritti dell’interessato. Il Giudice delle indagini preliminari competente sulla convalida iniziale ha sempre il potere e il dovere di vagliare i fatti sopravvenuti. L’obbligo di firma segue le regole generali delle misure di prevenzione previste dal codice antimafia. Di conseguenza, il tribunale non può trincerarsi dietro automatismi formali o scadenze rigide.
Le motivazioni: i criteri per la revoca obbligo di presentazione DASPO
I giudici di legittimità hanno individuato un grave difetto di motivazione nel provvedimento impugnato. La legge stabilisce che il vincolo decade se mutano i presupposti posti a base del decreto originario. L’esistenza di un precedente non esclude la valutazione del caso concreto da parte dell’organo giudicante.
Il tribunale doveva verificare l’efficacia dei fatti nuovi dedotti dal difensore. L’attività lavorativa stabile e il trasferimento di residenza su un’isola costituiscono elementi fattuali decisivi. Questi fattori modificano il contesto e riducono significativamente il rischio di condotte violente. Inoltre, il rispetto costante delle prescrizioni per oltre due anni dimostra l’assenza di una pericolosità attuale. Il magistrato ha omesso questa doverosa ponderazione discrezionale, limitandosi a citare la presenza della recidiva.
Le conclusioni: l’annullamento della decisione e i risvolti pratici
La Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza del tribunale con rinvio per un nuovo giudizio. Il giudice di merito dovrà rivalutare l’istanza e analizzare puntualmente il nuovo stile di vita del lavoratore. La decisione conferma che nessuna misura cautelare o preventiva può rimanere immutata di fronte alla prova della riabilitazione sociale e lavorativa del cittadino.
Quale autorità giudiziaria decide sulla richiesta di revoca dell’obbligo di firma?
La competenza appartiene al Giudice per le indagini preliminari che ha precedentemente convalidato il provvedimento emesso dal Questore.
Quali elementi consentono di modificare o revocare la misura applicata?
Occorre dimostrare fatti nuovi sopravvenuti, come un impiego lontano dal luogo delle manifestazioni, il cambio di residenza e una condotta impeccabile e costante.
La presenza di un precedente provvedimento impedisce la revoca anticipata della prescrizione?
No, il giudice non può applicare automatismi preclusivi ma deve sempre verificare in concreto se la pericolosità sociale persiste.