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LexCEDpedia

Rebus Sic Stantibus

Definizione

La clausola rebus sic stantibus (locuzione latina traducibile con 'stando così le cose') specifica che le parti di un contratto, trattato internazionale o, più in generale, accordo hanno concluso lo stesso tenendo in considerazione la situazione di fatto esistente in quel momento, sicché fatti sopravvenuti, straordinari ed imprevedibili, che modificano l'equilibrio dell'accordo a svantaggio di una parte, autorizzano questa a chiederne la modificazione o la risoluzione. In relazione a questa clausola, si pone il problema se gli accordi debbano ritenersi implicitamente subordinati ad essa, quand'anche non inserita in modo esplicito. In caso affermativo, si ammetterebbe un principio che va a limitare l'operatività del principio espresso dal brocardo pacta sunt servanda. Il problema si è posto nel diritto privato, con riferimento ai contratti, e nel diritto internazionale, con riferimento ai trattati.

Orientamento della Cassazione

Su LexCED 114 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 36% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

Esito del ricorso

  • Accolto, anche in parte 32%
  • Rigettato 30%
  • Inammissibile 36%
  • Altro 3%

Provvedimenti per anno

2022 2023 2024 2025 2026

Sezioni

  • Penale Sez. 173%
  • Penale Sez. 515%
  • Civile Sez. 112%

Precedenti più richiamati

  • Cass. 47233/2016in 10 provvedimenti
  • Cass. 15341/2010in 11 provvedimenti
  • Cass. S.U. 600/2009in 13 provvedimenti
  • Cass. 5613/1993in 3 provvedimenti
  • Cass. 53941/2018in 7 provvedimenti

Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Carcere e tumore: detenzione domiciliare per motivi di salute
Un detenuto gravemente malato, affetto da tumore renale, problemi cardiaci, epilessia e ridotta mobilità, ha richiesto la proroga della detenzione domiciliare per motivi di salute o il differimento della pena. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la domanda escludendo il pericolo di vita imminente e ritenendo la struttura carceraria idonea a gestire il quadro clinico. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione evidenziando la manifesta illogicità del provvedimento. Il giudice deve esaminare lo stato di salute nel suo sviluppo dinamico e attuale, senza limitarsi a schemi statici passati, e ha il dovere di confrontarsi apertamente con la documentazione medica depositata dalla difesa.
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Espulsione dello straniero confermata dopo la pena per omicidio
La Corte di Cassazione ha confermato l'espulsione dello straniero condannato per l'omicidio della moglie al termine dell'espiazione di dodici anni di reclusione. Il Tribunale di sorveglianza aveva ritenuto ancora attuale la pericolosità sociale del condannato perché l'uomo si era reso irreperibile per anni dopo la scarcerazione, non aveva mostrato alcun ripensamento critico per il delitto e viveva senza permesso di soggiorno né un lavoro lecito. La Suprema Corte ha respinto il ricorso del condannato. I giudici hanno chiarito che i benefici carcerari non bastano a dimostrare un reale recupero se mancano segni di evoluzione della personalità. Inoltre, la totale assenza di mezzi di sostentamento e di documenti di soggiorno crea un pericolo concreto di reiterazione del crimine.
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Incidente di esecuzione: no a istanze ripetute senza mandato
Un condannato ha presentato un incidente di esecuzione per chiedere l'annullamento della sentenza definitiva emessa a suo carico. L'uomo sosteneva che il suo difensore avesse presentato l'appello senza averne il potere e dopo una revoca orale del mandato. I giudici territoriali hanno respinto la richiesta per due motivi essenziali: l'istanza riproponeva senza novità argomenti già bocciati tre volte in passato e l'avvocato non possedeva un incarico valido per la fase esecutiva. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso, ribadendo che la riproposizione identica di domande già respinte è preclusa dalla legge e che la nomina fiduciaria svolta per il processo ordinario non si estende automaticamente alle contestazioni successive alla condanna definitiva. Il ricorrente è stato condannato alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Revoca della confisca: la prova nuova batte il vizio formale
La Corte di appello dichiarava inammissibile senza udienza la richiesta di revoca della confisca presentata dalla ex moglie del condannato. La misura riguardava un fabbricato, un terreno e due polizze assicurative di sua esclusiva titolarità. I giudici territoriali ritenevano la richiesta preclusa da una precedente decisione che aveva respinto un ricorso per decorrenza dei termini. La ricorrente sosteneva invece la piena liceità degli acquisti e la novità degli elementi documentali presentati. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della donna e annulla il provvedimento impugnato. La Suprema Corte stabilisce che la tardività di una precedente opposizione non impedisce di proporre una nuova istanza se si introducono elementi di fatto mai valutati. Il giudice deve tutelare il diritto di difesa del terzo proprietario estraneo al reato.
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Revoca obbligo di presentazione DASPO: novità sul lavoro e rinvio
Un tifoso ha ricevuto un divieto di accesso alle manifestazioni sportive per cinque anni con obbligo di firma in questura. Dopo due anni di rigoroso rispetto delle prescrizioni, l'interessato ha trovato lavoro stabile in Sardegna con regolare contratto e trasferimento di residenza. La nuova situazione geografica e l'impeccabile condotta rendevano impossibile la violazione del divieto. L'uomo ha quindi richiesto la revoca obbligo di presentazione DASPO. Il Giudice per le indagini preliminari ha respinto l'istanza ritenendo la misura immodificabile per via di un precedente DASPO. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'interessato e ha annullato la decisione impugnata. Il giudice deve sempre esaminare in concreto i fatti nuovi sopravvenuti e rivalutare l'effettiva pericolosità sociale del soggetto.
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Confisca di prevenzione: lecito il riesame su fatti nuovi
La Corte d'appello confermava la confisca di prevenzione su numerosi immobili intestati a un uomo e alla madre, ritenuti provento di reati associativi e sproporzionati rispetto alle entrate lecite. Il proposto impugnava la decisione dinanzi alla Cassazione sostenendo la violazione del principio del ne bis in idem: un precedente procedimento di sorveglianza speciale era terminato con il rigetto per asserita mancanza di pericolosità sociale attuale. Anche un terzo acquirente ricorreva, lamentando la perdita dei beni di cui si dichiarava possessore in buona fede. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del proposto e dichiarato inammissibile quello del terzo. Gli ermellini hanno chiarito che il divieto di doppio giudizio opera soltanto a parità di elementi fattuali. L'acquisizione di nuove sentenze di condanna consente una rinnovata valutazione della pericolosità e la legittima applicazione della confisca di prevenzione.
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Ordinanza di demolizione: sicurezza idraulica prevale su parcheggio privato
Due società, proprietarie di un supermercato a Cortina d'Ampezzo, avevano realizzato un parcheggio coprendo un tratto del torrente Bigontina, in un'area vincolata. Il Comune ha emesso un'ordinanza di demolizione a causa del rischio idraulico persistente. Le società hanno impugnato questo provvedimento. La Corte di Cassazione, Sezioni Unite, ha rigettato il ricorso delle società. Ha confermato la legittimità dell'ordinanza di demolizione, sottolineando la permanenza del pericolo e l'assenza di una valida alternativa. Le società sono state condannate al pagamento delle spese legali. La decisione evidenzia l'importanza della sicurezza pubblica sul mantenimento di opere private.
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Misure di prevenzione: il Ne bis in idem non blocca nuove valutazioni
La Cassazione ha chiarito i limiti del principio del Ne bis in idem nelle misure di prevenzione. Un individuo aveva ricevuto una misura di sorveglianza speciale, nonostante una precedente richiesta fosse stata respinta. Il ricorso dell'individuo contestava la violazione del Ne bis in idem. La Corte ha stabilito che una nuova valutazione della pericolosità sociale è possibile se emergono elementi ulteriori, anche preesistenti ma non considerati prima, che giustificano una misura più severa. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la possibilità di rivalutare la pericolosità in presenza di nuove circostanze o fatti non esaminati precedentemente.
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Sequestro preventivo: Sgravio fiscale annulla il profitto del reato?
Il caso riguarda il **sequestro preventivo** di beni di alcuni Indagati, inizialmente disposto per reati tributari e di riciclaggio. Un Tribunale aveva rigettato la richiesta di revoca del sequestro, nonostante un provvedimento di sgravio fiscale avesse annullato il debito tributario originario. Gli Indagati hanno contestato la mancanza di motivazione sulla persistenza del profitto del reato e sulla proporzionalità del sequestro. La Cassazione ha accolto il ricorso. Ha stabilito che il Tribunale non ha adeguatamente motivato l'esistenza di altre pretese erariali che giustificassero il mantenimento del sequestro, rendendo la motivazione "apparente". La Corte ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando per un nuovo esame.
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Sorveglianza speciale confermata: legittima con nuovi reati
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale per tre anni, con obbligo di soggiorno, a carico di un individuo ritenuto socialmente pericoloso. Il proposto contestava la violazione del divieto di doppio giudizio e la mancanza di attualità dei fatti, sostenendo che le sue recenti condotte costituissero mere sanzioni amministrative legate alle restrizioni sanitarie. I giudici hanno invece accertato nuovi e gravi episodi penalmente rilevanti successivi ai precedenti provvedimenti, consistenti nell'organizzazione di manifestazioni pubbliche non autorizzate e nell'istigazione alla violenza e alla disobbedienza alle leggi. La Suprema Corte ha respinto integralmente il ricorso, ribadendo che l'acquisizione di nuove condotte lesive dell'ordine pubblico legittima pienamente una nuova valutazione della pericolosità del soggetto.
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Preclusione del giudicato: beni confiscati nonostante precedente legittimità?
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di due soggetti che contestavano la confisca di beni immobili, nonostante un precedente giudizio avesse riconosciuto la legittima provenienza di altri beni. I ricorrenti invocavano la preclusione del giudicato in misure di prevenzione, sostenendo che non potessero essere nuovamente giudicati sullo stesso oggetto. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. Ha ribadito che il principio del bis in idem nei procedimenti di prevenzione opera rebus sic stantibus, cioè solo se le circostanze e le prove rimangono invariate. Poiché la base probatoria della nuova decisione era diversa e più ampia, la preclusione non si applicava, permettendo una nuova valutazione della pericolosità e della provenienza dei beni.
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Confisca di prevenzione: beni intestati a terzi e redditi esigui
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale e la confisca di prevenzione disposta nei confronti di un soggetto ritenuto vertice di un sodalizio criminale. I giudici hanno respinto i ricorsi presentati dal proposto e dai suoi familiari, ai quali erano formalmente intestati diversi immobili. La Corte ha chiarito che un precedente rigetto non impedisce una nuova misura se emergono elementi ulteriori sulla pericolosità attuale. Inoltre, l'assenza di matrimonio formale all'epoca degli acquisti non esclude la convivenza di fatto e l'interposizione fittizia. Le entrate dichiarate dai parenti sono risultate del tutto sproporzionate rispetto all'ingente valore delle proprietà e dei lavori di ricostruzione eseguiti.
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Revoca Permesso Premio: Nuovi Fatti Riscrivono la Concessione
Un detenuto aveva ottenuto un permesso premio. Successivamente, il Magistrato di Sorveglianza ha scoperto nuove informazioni su gravi infrazioni disciplinari commesse dal detenuto in un altro carcere, non note al momento della concessione. Queste condotte, che includevano atteggiamenti prevaricatori e una sanzione formale, avevano portato al trasferimento del detenuto per motivi di ordine e sicurezza. Il permesso premio è stato revocato. La Corte di Cassazione ha confermato la revoca, stabilendo che la decisione poteva essere riconsiderata in presenza di nuovi elementi decisivi, anche se preesistenti, perché la condotta non era più regolare.
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Revoca ordine di demolizione: Sanatoria non basta senza udienza
Un Cittadino aveva ricevuto un ordine di demolizione per un manufatto abusivo. Successivamente, ottenne una concessione in sanatoria. Il Giudice dell'esecuzione revocò l'ordine di demolizione, ritenendo la precedente omissione una "mera svista" e agendo "de plano" (senza udienza). Il Pubblico Ministero ricorse in Cassazione, contestando la procedura. La Corte di Cassazione ha annullato la revoca dell'ordine di demolizione. Ha stabilito che il giudice non può modificare una decisione precedente senza un pieno contraddittorio e senza verificare la legittimità della sanatoria, poiché la procedura "de plano" è affetta da nullità assoluta.
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Sostituzione misura cautelare: Carcere confermato per grave traffico di droga
Un Lavoratore, condannato in primo grado per traffico di eroina (226,8 grammi), ha chiesto la sostituzione della misura cautelare della custodia in carcere con gli arresti domiciliari. Il Tribunale ha respinto la richiesta, confermando la pericolosità del Lavoratore e l'inadeguatezza degli arresti domiciliari, anche con strumenti di controllo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il solo decorso del tempo o l'osservanza delle prescrizioni non bastano a modificare le misure cautelari. Servono nuovi elementi che dimostrino un effettivo cambiamento della situazione iniziale. La gravità del reato e il rischio di reiterazione hanno prevalso.
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Ne bis in idem e misure di prevenzione: latitanza aggrava pericolosità
Un individuo ha ricevuto due misure di prevenzione personali, la prima nel 2001 e la seconda nel 2010, entrambe basate sulla stessa indagine penale. Ha contestato la seconda misura invocando il principio del "ne bis in idem", sostenendo di essere stato giudicato due volte per gli stessi fatti. La Corte ha rigettato il ricorso. Ha chiarito che il principio del "Ne bis in idem e misure di prevenzione" si applica, ma con la clausola "rebus sic stantibus". La seconda misura era giustificata da nuovi elementi, come la condanna definitiva e la persistente latitanza del soggetto, che avevano attualizzato e aggravato la sua pericolosità sociale. Non c'è stata violazione perché i fatti non erano identici.
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Inammissibilità istanza misure alternative: nuovi elementi cambiano tutto
Un condannato ha richiesto l'applicazione di misure alternative alla detenzione, ma il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato l'inammissibilità dell'istanza. Il Tribunale ha ritenuto che la richiesta fosse una semplice riproposizione di una precedente già rigettata, basata sugli stessi elementi. Il condannato ha presentato ricorso, sostenendo di aver introdotto nuovi elementi, come una concreta possibilità lavorativa e un diverso contesto territoriale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il principio del ne bis in idem (non giudicare due volte per lo stesso fatto) non si applica se la nuova istanza si fonda su fatti o questioni giuridiche inedite, anche se preesistenti ma non valutate in precedenza. La Suprema Corte ha annullato la decisione di inammissibilità, rinviando gli atti al Tribunale di Sorveglianza per una nuova valutazione nel merito.
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Confisca di prevenzione: la giurisprudenza non revoca il passato
Un Individuo ha cercato la revoca confisca di prevenzione di alcuni beni, sostenendo che un mutamento nell'interpretazione giuridica (giurisprudenza) dovesse permettere l'annullamento di una confisca definitiva del 1997. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, affermando che un'evoluzione interpretativa non è un "fatto nuovo" rilevante per la revoca. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. Ha ribadito che una confisca definitiva non può essere revocata solo per un successivo cambio di orientamento giurisprudenziale sulla correlazione temporale tra pericolosità sociale e acquisizione dei beni. La pericolosità dell'Individuo era stata accertata negli anni '70, prima dell'acquisto dei beni.
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Revoca Affidamento in Prova: Fallimento e Diritto alla Detenzione Domiciliare
Il Tribunale di Sorveglianza aveva dichiarato l'esito negativo dell'affidamento in prova per un condannato, revocando la misura con efficacia retroattiva a causa di violazioni delle prescrizioni e abbandono del programma terapeutico. Il condannato aveva chiesto la detenzione domiciliare, ma la richiesta non era stata esaminata. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della revoca affidamento in prova e la sua retroattività, ritenendo fondata la valutazione negativa sul percorso di recupero. Tuttavia, la Cassazione ha annullato la parte dell'ordinanza che non aveva valutato la domanda di detenzione domiciliare, stabilendo che il Tribunale di Sorveglianza deve esaminare tale richiesta anche dopo la revoca della misura alternativa.
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Esclusione della recidiva: no a nuovi ricorsi senza novità
Il Condannato ha presentato ricorso per ottenere l'esclusione della recidiva e la conseguente riduzione della pena detentiva. Egli ha sostenuto che un nuovo orientamento dei giudici richiedesse una diversa valutazione della sua pericolosità sociale. Il giudice dell'esecuzione aveva già respinto una richiesta identica in passato. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile riproporre la stessa domanda senza presentare fatti o elementi giuridici realmente nuovi. Il semplice richiamo a un mutamento di orientamento, senza dimostrare il suo impatto concreto sulla vicenda, non supera il blocco del giudicato esecutivo. Di conseguenza, la Corte ha respinto il ricorso e ha condannato il richiedente al pagamento delle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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