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Sezione Seconda Penale — Anno 2026

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Reato di usura: la Cassazione conferma condanna e prova via chat
Un uomo ha ottenuto diversi prestiti di denaro con l'obbligo di restituire somme gravate da tassi di interesse usurai pari a circa il cinquanta per cento. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'imputato per il reato di usura, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la testimonianza della vittima è sufficiente a dimostrare l'accordo illecito, specialmente se riscontrata da altri testimoni. Inoltre, la Corte ha stabilito la piena validità degli screenshot delle chat consegnati spontaneamente dalla vittima alle forze dell'ordine, senza necessità di un decreto di sequestro del giudice. L'imputato perde definitivamente la causa con la conferma della pena detentiva, della multa, della confisca del profitto illecito e l'obbligo di versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: nessun ricorso se rinunci ai motivi
Due soggetti condannati per usura ed estorsione hanno stipulato un concordato in appello ottenendo la rideterminazione delle pene. In seguito, gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata riqualificazione del reato di estorsione in una fattispecie meno grave. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello implica la rinuncia formale ai motivi di impugnazione e preclude la possibilità di sollevare successive contestazioni in sede di legittimità. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella i rischi
L'Indagato ha proposto ricorso per cassazione contro la conferma della custodia cautelare in carcere per estorsione aggravata dal metodo mafioso. La difesa sosteneva che il tempo trascorso da una vecchia condanna escludesse il pericolo di reiterazione e richiedeva gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che nei reati aggravati da contesto mafioso la custodia cautelare in carcere resta la sola misura idonea se l'indagato non prova il suo effettivo allontanamento dal clan. Il mero scorrere del tempo non basta ad attenuare le esigenze cautelari. L'Indagato rimane in carcere con condanna al pagamento delle spese e della sanzione.
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Sequestro di denaro contante: quando il tesoro in casa è reato
Un controllo delle forze dell'ordine ha portato al sequestro di denaro contante per oltre ottantamila euro, trovati nascosti nell'abitazione di una famiglia. I familiari hanno sostenuto che la somma derivasse da risparmi di lavoro agricolo e pensione. Tuttavia, le giustificazioni fornite sono cambiate nel tempo e risultavano sproporzionate rispetto ai redditi dichiarati. La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare per il reato di ricettazione. I giudici hanno chiarito che, per mantenere il sequestro di denaro contante, non occorre provare subito il reato preciso da cui il denaro proviene. Bastano elementi logici come l'ingente somma, l'occultamento, la mancanza di redditi adeguati e le versioni contrastanti fornite dagli indagati. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese.
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Autoriciclaggio con criptovalute: legittimo il sequestro dei beni
Un contribuente ha subito il sequestro preventivo dei propri beni, inclusa un'abitazione e portafogli digitali, per reati tributari e autoriciclaggio con criptovalute. L'Istituzione Finanziaria ha accertato un'omessa dichiarazione dei redditi derivanti da plusvalenze su criptoattività e la successiva simulazione di operazioni di garanzia patrimoniale mediante l'uso di servizi di mixing per anonimizzare i flussi finanziari. Il Ricorrente ha impugnato il sequestro sostenendo l'assenza di dolo e l'impossibilità di configurare il reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il vincolo cautelare. I giudici hanno chiarito che le criptovalute costituiscono beni giuridici ed economicamente valutabili. L'impiego di strategie volte a spezzare la tracciabilità dei profitti illeciti integra pienamente il delitto di autoriciclaggio con criptovalute, giustificando la confisca dei beni anche se trasferiti a terzi.
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Sequestro preventivo e attualità del pericolo: la decisione
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul ricorso presentato dalla Procura contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva revocato il sequestro preventivo e attualità del pericolo inerente ai beni e alle quote di una Società Armatoriale. I giudici del riesame avevano ritenuto insussistente il rischio di reiterazione dei reati a causa del profondo mutamento organizzativo dell'azienda, avvenuto con il rinnovo della flotta, la riorganizzazione dei vertici e l'implementazione di nuovi sistemi di controllo. La Procura sosteneva che la motivazione fosse solo apparente. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. La decisione stabilisce che il ricorso per cassazione contro le misure cautelari reali è ammesso solo per violazione di legge e non per presunte illogicità. Inoltre, la Procura ha violato il principio di autosufficienza non allegando i documenti necessari a dimostrare le proprie tesi.
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Sostituzione misura cautelare: il tempo in carcere non basta
L'Indagato ha svolto il ruolo di basista in una violenta rapina a due furgoni portavalori. Un commando armato ha sottratto oltre tre milioni di euro. Le forze dell'ordine hanno poi trovato armi ed esplosivi nella sua abitazione. Dopo undici mesi di carcere, l'Indagato ha chiesto la sostituzione misura cautelare con gli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto l'affievolimento del pericolo di recidiva grazie al lavoro svolto in carcere e al tempo trascorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che il semplice decorso del tempo non costituisce un fatto nuovo idoneo ad attenuare le esigenze di custodia. La gravità del reato e il materiale bellico ritrovato confermano la pericolosità del soggetto. L'Indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: i limiti della prova
La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza della Corte di Appello che aveva condannato l'Imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. I giudici di merito avevano riqualificato l'imputazione iniziale di partecipazione interna in concorso esterno, ritenendo il reato residuo rispetto alla mancata prova dell'appartenenza stabile alla cosca. La Suprema Corte ha stabilito che la partecipazione e il concorso esterno in associazione mafiosa sono figure giuridiche distinte e alternative, non sovrapponibili. Per configurare il concorso esterno occorre dimostrare un apporto causale concreto, consapevole e intenzionale al rafforzamento dell'organizzazione criminale, superando la mera contiguità ambientale. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame motivato.
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Responsabilità dell’ente: no alla prescrizione dei fondi UE
L'Azienda Agricola ha percepito indebitamente contributi europei destinati alla produzione di tabacco mediante false dichiarazioni sui terreni. Condannata per la responsabilità dell'ente, la società ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la prescrizione dell'illecito per le prime annualità e il difetto di prova. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la richiesta di rinvio a giudizio interrompe la prescrizione dell'illecito societario e ne sospende il corso fino alla sentenza definitiva. L'eventuale prescrizione del reato a carico delle persone fisiche non estingue la responsabilità della società, in virtù del principio di autonomia dell'illecito amministrativo. L'Azienda Agricola è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Prescrizione del reato di usura: condanna confermata
L'Imputato ha prestato denaro a tassi spropositati alla Vittima, incassando l'ultimo assegno in esecuzione dell'accordo illecito il 27 dicembre 2007. Successivamente, L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la prescrizione del reato di usura fosse già maturata. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta e stabilito che la prescrizione del reato di usura decorre esclusivamente dalla data dell'ultima riscossione degli interessi o del capitale. Trattandosi di un illecito a consumazione prolungata, i versamenti successivi costituiscono parte integrante della condotta tipica. Calcolando anche i periodi di sospensione del processo, il termine prescrizionale risulta ancora lontano dal maturarsi. L'Imputato perde definitivamente il ricorso e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali e al risarcimento dei costi di difesa sostenuti dall'Associazione Antiracket costituita parte civile.
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Misure cautelari minorili: dal carcere alla comunità negata
Un minorenne accusato di aver organizzato una rapina pluriaggravata ai danni di un supermercato ha proposto ricorso contro la conferma della custodia cautelare in carcere. La difesa chiedeva l'applicazione di misure cautelari minorili meno afflittive, come la permanenza in casa o il collocamento in comunità, contestando la mancata valutazione della sospensione condizionale della pena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la custodia nell'istituto penale minorile. I giudici hanno stabilito che la gravità del fatto, il ruolo di promotore e il pericolo di reiterazione giustificano il carcere. Inoltre, le difficoltà familiari rendono inidonea la permanenza in casa, mentre la chiusura psicologica del giovane impedisce, al momento, il collocamento in comunità.
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Applicazione della recidiva: condanna ferma ma l’aumento cade
L'Imputato contestava la decisione della Corte d'appello che aveva confermato l'aumento di pena legato ai reati di droga. La precedente pronuncia della Corte di Cassazione aveva già annullato la condanna relativamente alla sola recidiva, chiedendo di verificare la presenza di fatti criminosi commessi dopo una sentenza definitiva. I giudici di merito hanno confermato la recidiva sulla base di una cessione di stupefacenti avvenuta nel 2008. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha nuovamente annullato la sentenza sul punto. I giudici di legittimità hanno stabilito che l'applicazione della recidiva non può basarsi sul mero dato formale del precedente giudiziario. Il giudice deve motivare in modo concreto la maggiore pericolosità sociale e la riprovevolezza della condotta. Resta invece irrevocabile la responsabilità penale per il reato contestato.
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Vendita di prodotti con marchi contraffatti: reato per l’orafo
Un orafo e una commerciante sono stati condannati per la vendita di prodotti con marchi contraffatti dopo essere stati trovati in possesso di ciondoli artigianali che riproducevano la celebre corona a cinque punte di un noto marchio di orologi. La difesa ha sostenuto l'assenza di inganno per la natura decorativa e artigianale dell'oggetto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, precisando che il reato punisce la semplice detenzione per la vendita di prodotti recanti marchi contraffatti a tutela della fede pubblica. La natura artigianale dell'oggetto e la presunta grossolanità della riproduzione non escludono il reato. La Suprema Corte ha inoltre confermato la responsabilità penale degli imputati anche per il reato di ricettazione.
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Rapina impropria consumata: oltre le casse scatta la condanna
L'imputata ha prelevato dei beni dagli scaffali di un esercizio commerciale per un valore di circa 147 euro. Ha superato la barriera delle casse ed è stata fermata dai vigilanti in prossimità dell'uscita. Per scappare, ha spintonato la guardia e il direttore. La difesa ha sostenuto che il fatto costituisse solo un tentativo, in quanto la sorveglianza continuativa non le aveva permesso di acquisire l'autonomo possesso della merce. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che la rapina impropria si considera consumata con la semplice sottrazione della merce. L'intervento della vigilanza impedisce l'impossessamento definitivo, ma non cancella la sottrazione già avvenuta. L'uso della violenza per guadagnare la fuga perfeziona il reato consumato. La condanna resta confermata.
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Rapina impropria: la fuga violenta in auto trasforma il furto
Una donna sottrae merce da un supermercato e sale in auto per fuggire. Un agente di polizia fuori servizio tenta di fermarla infilando il braccio nel finestrino. La donna accelera bruscamente, trascinando l'agente per garantirsi la fuga con i beni sottratti. Il Tribunale applica la misura cautelare dell'obbligo di firma alla polizia per il reato di rapina impropria. La donna ricorre in Cassazione sostenendo che si tratti di semplice furto, poiché la violenza è avvenuta dopo l'impossessamento della merce. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la rapina impropria sussiste anche se la violenza avviene a breve distanza temporale e spaziale dal furto, purché vi sia un'unica azione diretta a mantenere il possesso della merce o a procurarsi l'impunità. La misura cautelare viene confermata integralmente.
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Truffa aggravata: l’assenza della vittima non cancella il reato
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di truffa aggravata. La difesa sosteneva che il processo non potesse proseguire per la presunta assenza di una valida denuncia-querela e per l'assenza della vittima al dibattimento, interpretata come una remissione tacita della querela. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarificando due aspetti fondamentali. In primo luogo, la denuncia-querela risultava regolarmente depositata agli atti fin dall'inizio del procedimento. In secondo luogo, la semplice mancata comparizione della persona offesa non costituisce remissione tacita se la vittima non è stata espressamente citata in qualità di testimone. Di conseguenza, i giudici hanno confermato la responsabilità penale e la pena stabilita nei precedenti gradi di giudizio, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: condotta e minacce
Un presunto creditore ha preteso la restituzione di un prestito tramite minacce e violenza. Il Tribunale ha qualificato i fatti come esercizio arbitrario delle proprie ragioni, escludendo l'usura. La Corte d'Appello ha invece condannato l'imputato per tentata estorsione. La Corte di Cassazione ha annullato quest'ultima decisione, evidenziando che l'uso della violenza per soddisfare un credito reale configura il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni e non quello di estorsione, a meno che non sia provata la consapevolezza di conseguire un profitto ingiusto. Il processo è stato rinviato per un nuovo giudizio.
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Elezione di domicilio nell’atto di appello: salva l’impugnazione
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza della Corte d'Appello che aveva dichiarato inammissibile il suo ricorso di secondo grado. Il giudice d'appello riteneva errata la dichiarazione del luogo di notifica, sostenendo l'assenza di firma e di idonea allegazione. La difesa ha dimostrato che la procura al legale, allegata all'atto e firmata dall'assistito, conteneva espressamente l'indicazione della residenza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso stabilendo che l'elezione di domicilio nell'atto di appello, inserita nella procura speciale sottoscritta, soddisfa pienamente i requisiti di legge previsti dall'articolo 581 del codice di procedura penale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza senza rinvio e ha disposto la trasmissione degli atti per lo svolgimento del processo d'appello.
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Prescrizione del reato: la Cassazione conferma la condanna
L'Imputato propone un ricorso straordinario in Cassazione sostenendo la prescrizione del reato di falsa testimonianza commesso nel 2017. La difesa argomentava che le successive modifiche legislative avessero abrogato le norme sulla sospensione della prescrizione e che tali novità, essendo più favorevoli, dovessero essere applicate retroattivamente al caso concreto. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e manifestamente infondato, recependo l'orientamento della Corte Costituzionale. La Consulta ha chiarito che non è possibile estrapolare singole disposizioni da leggi diverse per creare un regime fittizio favorevole. Pertanto, per i fatti commessi tra agosto 2017 e dicembre 2019 rimangono operative le sospensioni dei termini di prescrizione previste dalla normativa vigente al momento del fatto. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricettazione di lieve entità: la prescrizione sfuma in Cassazione
L'Imputato è stato condannato per la ricettazione di due smartphone. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'avvenuta prescrizione del reato e contestando il mancato riconoscimento della speciale attenuante della ricettazione di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Riguardo alla prescrizione, i giudici hanno chiarito che il termine era slittato a causa del congelamento dei tempi dovuto allo sciopero degli avvocati. Riguardo alla ricettazione di lieve entità, la Cassazione ha evidenziato la corretta valutazione dei giudici di merito, i quali hanno considerato il valore non trascurabile dei telefoni e la natura seriale della condotta. Il ricorso inammissibile non permette di beneficiare della prescrizione e comporta la condanna al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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