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D.P.R. 309/1990 — Anno 2024

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Altri anni per D.P.R. 309/1990

Detenzione stupefacenti: quando è spaccio e non uso
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un individuo condannato per detenzione stupefacenti ai fini di spaccio. La Corte conferma la decisione dei giudici di merito, basata su indizi quali l'ingente quantità di dosi (142), l'elevata purezza della cocaina e il possesso di denaro contante non compatibile con l'assenza di reddito. Questi elementi, nel loro complesso, escludono la tesi dell'uso personale.
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Spaccio di lieve entità: quando non è concesso?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per spaccio. La richiesta di riconoscere il reato come spaccio di lieve entità è stata respinta poiché l'attività, protratta per quasi due anni con l'ausilio di complici e rivolta a numerosi clienti, dimostrava un'organizzazione e una continuità incompatibili con la fattispecie di minor gravità.
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Concordato in appello: limiti al ricorso in Cassazione
Un imputato, dopo aver raggiunto un accordo sulla pena in secondo grado per reati di spaccio, presenta ricorso in Cassazione lamentando diversi vizi della sentenza. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, ribadendo che il concordato in appello preclude la possibilità di contestare nel merito le accuse o la congruità della pena, salvo casi eccezionali come l'illegalità della sanzione. Viene chiarito che l'accettazione dell'accordo implica la rinuncia ai motivi di appello originari.
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Uso personale stupefacenti: quando è spaccio?
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato condannato per la detenzione di quasi 100 grammi di hashish. La difesa sosteneva l'uso personale stupefacenti, ma per i giudici la quantità detenuta è un indizio decisivo della finalità di spaccio, confermando che la valutazione dei fatti spetta ai giudici di merito e non è sindacabile in sede di legittimità se la motivazione è logica e coerente.
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Concordato in appello: limiti al ricorso per Cassazione
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso contro una sentenza emessa a seguito di 'concordato in appello' (art. 599-bis c.p.p.). L'imputato aveva lamentato la mancata applicazione dell'art. 129 c.p.p. per una possibile assoluzione. La Corte ha ribadito che, una volta raggiunto l'accordo, i motivi di ricorso sono limitati ai vizi di volontà o procedurali dell'accordo stesso, escludendo doglianze sui motivi di appello a cui si è rinunciato.
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Inammissibilità ricorso Cassazione: motivi generici
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso presentato contro una sentenza di condanna per un reato in materia di stupefacenti. La decisione si fonda sulla violazione dell'art. 581 cod. proc. pen., poiché il ricorso era formulato in modo assolutamente generico, limitandosi a chiedere l'annullamento della sentenza senza specificare le ragioni di diritto e di fatto a sostegno della richiesta. Questa mancanza di specificità ha comportato l'inammissibilità ricorso cassazione e la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso inammissibile: i limiti del concordato
La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile avverso una sentenza di patteggiamento in appello. La decisione sottolinea che, una volta accettato il concordato, non è più possibile contestare la valutazione di merito sulla colpevolezza o la mancata applicazione del proscioglimento, essendo tali doglianze implicitamente rinunciate. L'appello è consentito solo per vizi specifici legati alla formazione della volontà, al consenso del PM o a un'illegalità della pena.
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Ricorso inammissibile: genericità dei motivi e Cassazione
La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile in materia di stupefacenti. La decisione si fonda sulla totale genericità dei motivi presentati, che non specificavano le ragioni di diritto e di fatto a sostegno della richiesta di annullamento, violando così i requisiti essenziali previsti dal codice di procedura penale.
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Trattamento sanzionatorio: limiti al sindacato di merito
Un imputato ricorre in Cassazione contestando l'entità della pena per spaccio, ritenendola eccessiva. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione sul trattamento sanzionatorio è di competenza del giudice di merito e non è sindacabile in sede di legittimità se la motivazione è logica e giuridicamente corretta, come nel caso di specie, dove si è tenuto conto della durata dell'attività, del numero di dosi e delle modalità del reato.
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Ricorso patteggiamento: i limiti dell’impugnazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile un ricorso patteggiamento, ribadendo che l'impugnazione di una sentenza emessa ai sensi dell'art. 444 c.p.p. è consentita solo per i motivi tassativamente elencati dall'art. 448, comma 2-bis, c.p.p. La contestazione relativa a un'aggravante non rientra tra queste ipotesi, rendendo il ricorso non esaminabile nel merito.
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Abitualità del reato: Cassazione su art. 131-bis
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato condannato per detenzione di stupefacenti. Viene ribadito che l'abitualità del reato, desunta da precedenti condanne per reati della stessa indole, costituisce un ostacolo insormontabile all'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall'art. 131-bis del codice penale.
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Continuazione tra reati: l’errore del giudice
La Corte di Cassazione analizza un caso di continuazione tra reati in cui il giudice di merito ha commesso un errore nel calcolo della pena. Nonostante l'errore, che ha portato all'applicazione di una pena illegale, il ricorso è stato dichiarato inammissibile. La Corte ha stabilito che, in assenza di uno specifico motivo di ricorso che denunci la violazione normativa, non può correggere d'ufficio l'errore, sottolineando l'importanza della specificità dei motivi di impugnazione.
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Trattamento sanzionatorio: quando è insindacabile?
Un imputato, condannato in appello per detenzione di 21 kg di stupefacenti, ha presentato ricorso in Cassazione lamentando un trattamento sanzionatorio eccessivo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la determinazione della pena da parte del giudice di merito non è sindacabile se supportata da una motivazione logica e coerente, come nel caso di specie, basata sui precedenti penali dell'imputato e sulla gravità del reato.
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Concorso spaccio: non basta la consapevolezza
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una donna condannata per concorso in detenzione di stupefacenti. La sentenza chiarisce che il suo non fu un caso di mera connivenza, ma una partecipazione attiva all'attività di spaccio dell'ex coniuge, provata da intercettazioni e altri elementi. Si consolida così il principio che per il concorso spaccio è necessario un contributo materiale e consapevole al reato, non bastando la sola conoscenza della presenza di droga nell'abitazione familiare.
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Associazione a delinquere: quando scatta il reato?
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27517/2024, ha dichiarato inammissibili i ricorsi di diversi imputati condannati per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. La Corte ha ribadito che il confine tra mero acquirente e partecipe dell'associazione si supera quando l'approvvigionamento diventa costante e continuativo, creando un vincolo stabile e durevole che va oltre il singolo rapporto di compravendita e si trasforma in un'adesione al programma criminale dell'organizzazione.
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Retrodatazione e custodia cautelare: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto indagato per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa chiedeva la retrodatazione dei termini di custodia cautelare, sostenendo che l'arresto avesse interrotto il vincolo associativo. La Corte ha confermato la decisione del Tribunale del riesame, il quale, sulla base di nuove prove (intercettazioni), ha ritenuto persistente il legame dell'indagato con l'associazione anche dopo l'arresto, rendendo inapplicabile il meccanismo della retrodatazione.
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Pericolosità sociale: la valutazione del giudice
La Corte di Cassazione ha confermato la misura di prevenzione della sorveglianza speciale nei confronti di un individuo, rigettando il suo ricorso. La sentenza sottolinea che la valutazione della pericolosità sociale può basarsi su una progressione criminale che parte da lontano nel tempo, se questa dimostra una tendenza costante e non episodica al delitto. La Corte ha ritenuto logica e sufficiente la motivazione dei giudici di merito, che avevano collegato i precedenti più datati con arresti recenti per reati legati agli stupefacenti, evidenziando una chiara matrice di profitto illecito e una pericolosità sociale attuale e concreta.
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Gravi indizi di colpevolezza: la Cassazione decide
Un soggetto, indagato per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ha presentato ricorso in Cassazione contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. I motivi includevano la presunta inutilizzabilità delle intercettazioni e la carenza di prove. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, chiarendo che la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza da parte del tribunale del riesame era logica e coerente. La Corte ha inoltre ribadito la validità della presunzione di adeguatezza della custodia in carcere per reati di tale gravità, confermando la decisione impugnata.
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Messa alla prova: no se la prognosi è negativa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per detenzione di stupefacenti, la cui richiesta di messa alla prova era stata respinta. La Corte ha confermato che il giudice può legittimamente negare il beneficio basandosi unicamente su una prognosi sfavorevole circa la futura commissione di reati da parte dell'imputato. Tale valutazione preliminare sulla pericolosità sociale rende superfluo l'esame del programma di trattamento.
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Capacità drogante canapa: CBD non esclude reato
La Corte di Cassazione conferma la condanna di tre persone per detenzione e spaccio di derivati della canapa. La difesa sosteneva che l'alta percentuale di CBD neutralizzasse la capacità drogante del THC, rendendo la sostanza non stupefacente. La Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che, sebbene il CBD possa ridurre l'effetto psicoattivo, non lo elimina. Il reato sussiste se la sostanza mantiene una concreta efficacia drogante, indipendentemente dal rapporto THC/CBD, soprattutto se destinata al consumo come il fumo.
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