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D.Lgs. 81/2015

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Cessione ramo d’azienda: il diritto alla doppia paga
Una lavoratrice, illegittimamente trasferita attraverso una cessione ramo d'azienda, ha visto ripristinato il suo rapporto di lavoro con il datore originale. La Corte di Cassazione ha confermato che, se il datore di lavoro originale non la reintegra, deve corrisponderle l'intera retribuzione, anche se la lavoratrice ha continuato a lavorare e a percepire uno stipendio dalla nuova società. Il pagamento del cessionario non estingue il debito del cedente.
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Rifiuto proroga missione: no al licenziamento
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento di un lavoratore in somministrazione che aveva rifiutato la proroga della sua missione. La decisione si basa sull'interpretazione del CCNL di settore, che non prevede sanzioni disciplinari per un singolo rifiuto, ma solo per la "reiterazione del rifiuto non giustificato". Il rifiuto della proroga missione, pertanto, non costituisce una giusta causa di licenziamento.
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Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo?
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di cessione ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto alla retribuzione completa dal datore di lavoro originario (cedente) dal momento in cui offre la propria prestazione. La somma percepita dal datore di lavoro di fatto (cessionario) non può essere detratta, poiché si originano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' con il cedente e uno 'de facto' con il cessionario. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando il principio della non detraibilità delle somme percepite altrove.
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Cessione ramo d’azienda: doppio stipendio legittimo
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20314/2025, ha stabilito che in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, il lavoratore ha diritto alla retribuzione sia dal datore di lavoro originario (cedente) che da quello di fatto (cessionario). La Corte ha chiarito che si configurano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' ripristinato con il cedente e uno 'de facto' proseguito con il cessionario. Di conseguenza, la retribuzione versata da quest'ultimo non può essere detratta da quella dovuta dal cedente, poiché non si applica il principio della 'compensatio lucri cum damno'.
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Somministrazione fraudolenta: la decadenza non basta
La Corte di Cassazione ha stabilito che la decadenza dall'impugnazione dei singoli contratti di somministrazione non impedisce al giudice di valutare se la reiterazione di centinaia di contratti configuri una somministrazione fraudolenta. Analizzando il caso di un autista con circa 800 contratti in dieci anni, la Corte ha cassato la decisione di merito che aveva dichiarato inammissibile il ricorso, ordinando un nuovo esame per verificare l'abuso del diritto e la violazione delle norme imperative, anche di derivazione europea.
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Contratti a termine stagionali: quando sono legittimi?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di contratti a termine successivi che superano i 36 mesi per un'attività di ristorazione, qualificandola come stagionale. La decisione chiarisce che l'onere di provare la natura stagionale spetta al datore di lavoro, il quale può utilizzare come prova le comunicazioni agli enti pubblici e i contratti collettivi. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore, che mirava a una nuova valutazione dei fatti, convalidando così i contratti a termine stagionali stipulati.
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Rifiuto del lavoratore: quando è legittimo?
Una società ha licenziato una dipendente per giusta causa dopo il suo rifiuto di prendere servizio in una nuova sede con mansioni inferiori. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento, ritenendo il rifiuto del lavoratore una reazione proporzionata e legittima (ai sensi dell'art. 1460 c.c.) a fronte di una serie di gravi e continui inadempimenti da parte del datore di lavoro, tra cui il demansionamento, un precedente trasferimento illegittimo e il mancato pagamento di retribuzioni. La Corte ha chiarito che per valutare la proporzionalità della reazione, il giudice deve considerare la condotta datoriale nel suo complesso.
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Contributi istruttori sportivi: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società sportiva dilettantistica, confermando l'obbligo di versare i contributi previdenziali per i propri istruttori sportivi e addetti alla segreteria. La Corte ha stabilito che l'esenzione contributiva si applica solo a prestazioni genuinamente dilettantistiche e non professionali. Spetta alla società dimostrare la sussistenza di tali requisiti, non essendo sufficiente la sola iscrizione al CONI. L'ordinanza chiarisce i criteri per distinguere il lavoro autonomo occasionale da quello professionale e subordinato nel contesto sportivo.
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Riduzione superminimo: il silenzio non vale consenso
Un lavoratore ha contestato la riduzione del suo superminimo, ma la Corte di Cassazione ha ritenuto inammissibile il ricorso. Sebbene il silenzio da solo non implichi consenso, la Corte d'Appello aveva correttamente valutato il comportamento complessivo del dipendente (sottoscrizione della comunicazione, prosecuzione del lavoro per anni senza proteste) come un'accettazione di fatto, una valutazione insindacabile in sede di legittimità. La decisione sottolinea la distinzione tra mera inerzia e un comportamento concludente che manifesta una volontà.
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Demansionamento: quando il cambio mansioni è legittimo
Un quadro direttivo di un istituto di credito ha citato in giudizio il proprio datore di lavoro sostenendo di aver subito un demansionamento a seguito di un cambio di mansioni. La Corte di Cassazione, confermando le decisioni dei gradi precedenti, ha rigettato il ricorso. Secondo la Corte, un cambio di incarico, anche se comporta la perdita di poteri gestionali e di contatto diretto con la clientela, non costituisce demansionamento se le nuove mansioni sono professionalmente equivalenti, utilizzano l'esperienza pregressa e salvaguardano il livello professionale del lavoratore in una prospettiva dinamica, arricchendone le competenze.
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Lavoro a progetto: i requisiti e l’onere della prova
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 9481/2019, ha chiarito la distinzione fondamentale nell'ambito del lavoro a progetto: se il progetto manca o è generico, il rapporto si converte automaticamente in subordinato a tempo indeterminato. Se invece il progetto è specifico e formalmente valido, spetta al lavoratore dimostrare con prove concrete che, nei fatti, il rapporto si è svolto con le caratteristiche della subordinazione. La Corte ha rigettato il ricorso di una lavoratrice del settore scommesse, confermando la decisione di merito che aveva ritenuto i progetti specifici e non provata la subordinazione di fatto.
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Superiore inquadramento: cosa decide il giudice?
Un lavoratore, assunto prima da una società appaltatrice e poi direttamente dall'azienda committente, ha richiesto il riconoscimento di un superiore inquadramento. Il Tribunale ha respinto le doglianze sull'illegittimità dei contratti a termine, considerandoli due rapporti di lavoro distinti. Tuttavia, ha accolto la domanda di superiore inquadramento, riconoscendo al lavoratore il 5° livello del CCNL per il secondo periodo lavorativo, sulla base delle mansioni effettivamente svolte che includevano l'uso di mezzi meccanici.
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Congedo straordinario part time: quando è negato?
Una lavoratrice con contratto part-time verticale ciclico si è vista negare il congedo straordinario per assistere un familiare. Il Tribunale ha confermato la decisione dell'ente previdenziale, stabilendo che per la fruizione frazionata del congedo è indispensabile l'effettiva ripresa del lavoro tra un periodo e l'altro. Poiché la richiesta è avvenuta durante una pausa contrattuale, mancava il presupposto della sospensione di un'attività lavorativa in essere. La sentenza chiarisce quindi le regole per il congedo straordinario part time.
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Diritto di precedenza: prevale il CCNL sulla legge?
Il Tribunale di Milano ha respinto il ricorso di una lavoratrice che rivendicava il diritto di precedenza per nuove assunzioni. La sentenza stabilisce che, sebbene la legge preveda tale diritto dopo sei mesi, il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) applicato al rapporto può stabilire condizioni diverse e più restrittive, come una durata minima di 12 mesi. Poiché la lavoratrice aveva lavorato per poco più di sei mesi, il giudice ha ritenuto prevalente la disposizione del CCNL, rigettando la domanda di risarcimento.
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Risarcimento docenti religione: la sentenza sul precariato
Un insegnante di religione cattolica ha ottenuto il risarcimento del danno per l'abusiva reiterazione di contratti a termine. Il Tribunale del Lavoro ha condannato l'amministrazione scolastica al pagamento di 4 mensilità, riconoscendo che il superamento del limite di 36 mesi su posti vacanti viola la normativa europea. Questa sentenza sul risarcimento docenti religione conferma l'orientamento della Cassazione, sanzionando il precariato nel settore pubblico.
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Successione contratti a termine: quando scatta l’assunzione
Un lavoratore, dopo una serie di contratti a termine diretti con un'azienda, prosegue il rapporto tramite un'agenzia di somministrazione, superando i 12 mesi totali. Il Tribunale ha dichiarato l'illegittimità di tale pratica, disponendo la conversione del rapporto in un contratto a tempo indeterminato con l'azienda utilizzatrice. La sentenza analizza la successione contratti a termine, stabilendo che il superamento dei limiti di durata senza una valida causale comporta la stabilizzazione del lavoratore, oltre al riconoscimento di un inquadramento superiore e delle relative differenze retributive.
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Licenziamento dirigente per giusta causa: la guida
Un dirigente è stato licenziato per aver dirottato un'importante opportunità commerciale verso una società concorrente di cui era socio, violando il dovere di fedeltà. Il Tribunale ha confermato la legittimità del licenziamento dirigente per giusta causa, respingendo la tesi del motivo ritorsivo. Il giudice ha rigettato quasi tutte le richieste economiche del lavoratore, inclusa quella per l'inquadramento superiore e il patto di non concorrenza, riconoscendogli solo una penale contrattualmente prevista per la mancata attuazione di un piano di incentivazione.
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Rapporto di lavoro subordinato: prova e requisiti
Un collaboratore, la cui attività era intrecciata con una relazione personale con l'amministratrice, ha perso l'appello per il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato. La Corte ha stabilito che, nonostante l'ampio coinvolgimento, mancava la prova fondamentale dell'assoggettamento al potere direttivo e di controllo del datore di lavoro, elemento indispensabile per qualificare il rapporto come subordinato.
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