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D.L. 119/2018 — Anno 2026

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Altri anni per D.L. 119/2018

Responsabilità solidale IVA: Il Fisco Non Incassa Due Volte
L'Agenzia delle Entrate richiede a una Società di Leasing il pagamento dell'IVA su un immobile. La Società non aveva versato l'imposta perché l'Azienda Utilizzatrice aveva presentato una dichiarazione d'intento. L'Azienda Utilizzatrice, in seguito, sana la propria posizione pagando il debito tramite una definizione agevolata. Il Fisco, però, pretende i soldi anche dalla Società di Leasing. La Corte di Cassazione stabilisce che, in caso di responsabilità solidale IVA, la pace fiscale fatta da un coobbligato vale anche per l'altro. Il Fisco non può incassare due volte la stessa imposta. La Cassazione dà ragione alla Società di Leasing e ordina un nuovo processo per verificare che l'imposta richiesta sia effettivamente la stessa già pagata.
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Utili extracontabili: la forma tardiva non batte il Fisco
L'Amministrazione Finanziaria accerta maggiori ricavi non dichiarati in capo a una società a ristretta base familiare. Scatta la presunzione legale: gli utili extracontabili si considerano automaticamente distribuiti ai soci. L'azienda si difende sostenendo di aver inserito tali somme in una riserva non distribuibile nel bilancio redatto cinque anni dopo, in occasione di una sanatoria fiscale. I giudici di merito danno ragione all'impresa, ma la Cassazione ribalta il verdetto. Il contrasto è netto: la forma contabile postuma si scontra con la sostanza dell'evasione originaria. La Suprema Corte stabilisce che un'annotazione tardiva non basta a superare la presunzione di distribuzione. Serve la prova concreta che, nell'anno esatto in cui i fondi sono stati prodotti, questi siano stati effettivamente trattenuti o reinvestiti dall'azienda, e non intascati dai proprietari.
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Utili extracontabili: il bilancio tardivo non salva i soci
Il caso esamina un accertamento fiscale a carico di una società a responsabilità limitata a ristretta base familiare. L'Amministrazione Finanziaria contestava la presenza di utili extracontabili per l'anno 2017, presumendone la distribuzione ai soci e richiedendo le relative imposte. La società si difendeva sostenendo di aver sanato la posizione tramite rottamazione e di aver appostato tali somme in una riserva non distribuibile nel bilancio del 2019. Mentre i giudici di merito davano ragione all'azienda, la Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. I giudici di legittimità hanno chiarito che una registrazione contabile tardiva non è sufficiente a superare la presunzione di distribuzione. È necessaria una prova sostanziale che dimostri il reale accantonamento delle somme nell'anno in cui sono state prodotte.
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Presunzione di distribuzione degli utili: no ai bilanci postumi
L'Agenzia delle Entrate ha accertato ricavi non dichiarati in capo a una società a ristretta base familiare, imputando i relativi redditi ai soci in virtù della presunzione di distribuzione degli utili extracontabili. I contribuenti si sono difesi sostenendo di aver superato tale presunzione inserendo i maggiori ricavi in una riserva non distribuibile nel bilancio di tre anni successivo, in occasione di una sanatoria fiscale. Mentre i giudici di merito hanno dato ragione ai soci, la Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. Gli Ermellini hanno chiarito che un'operazione contabile postuma non costituisce prova contraria valida. La presunzione opera nell'anno in cui i ricavi occulti sono stati prodotti e richiede la dimostrazione di un effettivo accantonamento in quel preciso periodo d'imposta.
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Fisco e presunzione di distribuzione degli utili extracontabili
La vicenda esamina un accertamento fiscale a carico di una società a ristretta base familiare. L'Agenzia delle Entrate contestava la mancata applicazione delle ritenute su redditi di capitale, fondandosi sulla presunzione di distribuzione degli utili extracontabili ai soci per l'anno 2015. La società opponeva di aver superato tale presunzione inserendo i maggiori ricavi in una riserva non distribuibile nel bilancio 2019, a seguito di una rottamazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici supremi hanno stabilito che una registrazione contabile postuma ha valore meramente formale. Per vincere la presunzione, il contribuente deve dimostrare l'effettivo accantonamento delle somme nello stesso anno in cui i ricavi occulti sono stati prodotti, rendendo irrilevanti le manovre contabili tardive.
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Fisco vs Soci: fatale la motivazione apparente della sentenza
Il caso esamina un contenzioso tra l'Amministrazione Finanziaria e una società, unitamente ai suoi soci, riguardante un accertamento fiscale per maggiori ricavi. La posizione della società si è chiusa positivamente grazie all'adesione a una definizione agevolata. Il giudizio è invece proseguito per i soci. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco contro le sentenze di appello favorevoli ai contribuenti. Il motivo centrale dell'annullamento è la motivazione apparente della sentenza. I giudici di secondo grado si erano limitati a confermare la decisione precedente con formule generiche e richiami acritici ad altri procedimenti, senza spiegare l'iter logico-giuridico. La Suprema Corte ha ribadito che una decisione priva di un'effettiva analisi critica viola i principi costituzionali. I provvedimenti sono stati quindi cassati con rinvio per un nuovo esame.
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Termine breve per ricorso in Cassazione: il Fisco decade
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato una sentenza favorevole ai soci di una società di persone estinta. Uno dei soci ha aderito alla definizione agevolata, determinando l'estinzione del giudizio nei suoi confronti. Per gli altri soci, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per tardività. Il punto centrale riguarda il mancato rispetto del **termine breve per ricorso in Cassazione**. La sentenza d'appello era stata infatti notificata all'ufficio finanziario da uno dei soci mesi prima del deposito del ricorso. Poiché le posizioni dei soci sono considerate cause dipendenti e inscindibili, la notifica effettuata da un solo soggetto fa decorrere il termine per impugnare verso tutti i partecipanti al processo, rendendo nullo l'intervento tardivo dell'amministrazione finanziaria.
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Definizione agevolata liti pendenti: sì alla cartella di pagamento
Un contribuente ha impugnato una cartella di pagamento emessa per il recupero di rimborsi ritenuti indebiti dall'Agenzia delle Entrate. Durante il giudizio in Cassazione, il contribuente ha richiesto la definizione agevolata liti pendenti ai sensi della Legge 197/2022. L'Ufficio ha negato l'accesso, sostenendo che la cartella fosse un mero atto di riscossione e non un atto impositivo. La Suprema Corte ha invece stabilito che la normativa del 2022 non pone limiti alla tipologia di atti impugnati, includendo quindi anche le cartelle di pagamento. Di conseguenza, avendo il contribuente pagato il dovuto per il condono, la Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio, confermando l'ampia portata dello strumento deflattivo e la possibilità di sanare pendenze derivanti da atti meramente riscossivi.
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Definizione agevolata: il Fisco si ferma davanti alla pace fiscale
Una contribuente ha ricevuto un avviso di accertamento per versamenti bancari non giustificati su conto corrente. Dopo aver ottenuto ragione nei primi due gradi di giudizio, la causa è approdata in Cassazione su ricorso dell'Agenzia delle Entrate. Durante il procedimento, la parte ha scelto di aderire alla definizione agevolata prevista dal D.L. 119/2018, provvedendo al pagamento delle somme richieste per chiudere la lite. La Suprema Corte ha preso atto del perfezionamento della procedura e ha dichiarato l'estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere. La decisione conferma che il ricorso alla definizione agevolata permette di porre fine a contenziosi complessi, eliminando anche l'obbligo del raddoppio del contributo unificato e stabilendo che le spese legali restino a carico di chi le ha anticipate.
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Raddoppio dei termini per l’accertamento e pace fiscale
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato una sentenza favorevole a una società immobiliare e ai suoi soci, riguardante un accertamento per plusvalenze non dichiarate. Il punto centrale della controversia riguardava la legittimità del raddoppio dei termini per l'accertamento in presenza di violazioni con rilievo penale. Mentre l'Ufficio sosteneva la tempestività dell'atto basandosi sulla normativa vigente, i contribuenti eccepivano la decadenza del potere impositivo. Durante il giudizio di legittimità, i contribuenti hanno presentato istanza di definizione agevolata ai sensi della normativa sulla pace fiscale. La Corte di Cassazione, preso atto dell'adesione alla sanatoria e del mancato deposito di istanze di trattazione, ha dichiarato l'estinzione del giudizio, confermando l'efficacia della definizione agevolata sulla pretesa tributaria originaria.
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Cessazione della materia del contendere e spese legali
Una contribuente otteneva in primo grado l'annullamento di cartelle esattoriali con condanna dell'ente alla rifusione delle spese. Durante l'appello, interveniva lo stralcio dei debiti sotto i mille euro previsto dalla legge. Il giudice d'appello dichiarava la cessazione della materia del contendere e compensava le spese di entrambi i gradi. La contribuente ricorreva in Cassazione sostenendo che la compensazione dovesse riguardare solo l'appello, mantenendo il diritto al rimborso del primo grado. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la cessazione della materia del contendere derivante da una norma di legge comporta la caducazione di tutte le pronunce precedenti non definitive, imponendo la compensazione totale delle spese per l'intera controversia.
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Definizione agevolata TARI: stop al contenzioso in Cassazione
Una contribuente ha impugnato un avviso di accertamento relativo alla TARI per gli anni 2010-2014, contestando l'omessa denuncia di occupazione immobili. La difesa sosteneva l'invio di un fax informativo, ma i giudici di merito avevano inizialmente rigettato o accolto solo parzialmente il ricorso, riducendo le sanzioni. Giunta in Cassazione, la ricorrente ha scelto di aderire alla definizione agevolata TARI prevista dal D.L. 119/2018, provvedendo al pagamento integrale delle somme richieste per estinguere il debito. La Suprema Corte, preso atto dell'avvenuto pagamento e della mancanza di opposizioni da parte dell'ente gestore, ha dichiarato l'estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere, compensando le spese tra le parti.
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Società non operativa: la prova contraria spetta al contribuente
L'Agenzia delle Entrate ha contestato la qualifica di **società non operativa** a una realtà alberghiera che, per tre anni consecutivi, ha riportato perdite e ricavi inferiori ai minimi legali. Nonostante i giudici di merito avessero annullato gli atti valorizzando gli investimenti effettuati per la ristrutturazione dell'immobile, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ufficio. La Suprema Corte ha stabilito che il fallimento del test di operatività sposta l'onere della prova sul contribuente, il quale deve dimostrare situazioni oggettive e straordinarie, non imputabili alla propria volontà, che abbiano impedito il raggiungimento della soglia minima di ricavi. Poiché una parte delle sanzioni non era stata inclusa nella definizione agevolata, il giudizio è proseguito portando alla cassazione con rinvio della sentenza impugnata.
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Condono tributario: quando è ammessa la nuova sanatoria
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una società di costruzioni che, dopo aver aderito a un condono tributario nel 2002 su invito del concessionario, si era vista recapitare un diniego tardivo dall'Agenzia delle Entrate. Mentre la causa pendeva in Cassazione, la società ha richiesto l'accesso alle nuove definizioni agevolate del 2018 e del 2022. L'Agenzia ha negato l'accesso invocando il divieto di 'condono di condono'. La Suprema Corte ha però accolto il ricorso della società, stabilendo che se la lite riguarda la legittimità dell'istanza o l'interpretazione delle norme, e non il mero calcolo delle somme, il nuovo condono tributario è pienamente applicabile.
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Rottamazione quater: estinzione del processo fiscale
Una contribuente ha impugnato avvisi di accertamento e sanzioni relativi agli anni 2008 e 2009. Dopo una decisione parzialmente sfavorevole in appello, la parte ha proposto ricorso in Cassazione. Durante la pendenza del giudizio di legittimità, la ricorrente ha aderito alla Rottamazione quater (Legge n. 197/2022), provvedendo al pagamento delle somme dovute. La Suprema Corte, preso atto del perfezionamento della definizione agevolata e della mancanza di opposizione dell'Agenzia delle Entrate, ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, disponendo la compensazione delle spese di lite.
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Debiti fiscali: prescrizione a 10 anni, ma lo Stato ne cancella una parte
Un contribuente ha impugnato un preavviso di ipoteca per un debito fiscale, sostenendo che i crediti fossero estinti per prescrizione quinquennale. La Corte di Cassazione ha respinto la tesi, chiarendo che la prescrizione dei crediti tributari come l'IRPEF è decennale, non quinquennale, perché non si tratta di prestazioni periodiche. Tuttavia, la Corte ha anche rilevato che alcune delle cartelle di importo minore erano state annullate automaticamente da una legge successiva. Di conseguenza, ha dichiarato la lite parzialmente cessata per i debiti cancellati, ma ha confermato la legittimità della riscossione per i crediti restanti, dando torto al contribuente sul punto principale della prescrizione.
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Sospensione termini impugnazione e liti fiscali
La Corte di Cassazione ha chiarito i criteri di calcolo per la sospensione termini impugnazione in materia tributaria. Il caso nasce da un appello dell'Agenzia delle Entrate dichiarato tardivo dalla Commissione Tributaria Regionale. La Suprema Corte ha stabilito che la sospensione di nove mesi prevista per la definizione agevolata delle liti pendenti si cumula con la sospensione feriale di agosto, a condizione che i periodi non si sovrappongano cronologicamente. Di conseguenza, l'appello è stato ritenuto tempestivo e la sentenza precedente è stata cassata con rinvio.
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Cartelle di pagamento: prova notifica e stralcio debiti
La Corte di Cassazione ha esaminato un ricorso relativo a diverse cartelle di pagamento per un valore di oltre 230.000 euro. La contribuente contestava la validità delle notifiche e la mancata applicazione dello sgravio automatico per i debiti minori. La Corte ha confermato che la prova della notifica può essere fornita anche tramite copie e presunzioni, ma ha accolto il ricorso limitatamente ai debiti oggetto di stralcio obbligatorio per legge, dichiarando per essi la cessazione della materia del contendere.
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Condono fiscale: stop al doppio beneficio
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un contribuente che chiedeva l'accesso a un nuovo condono fiscale per debiti derivanti da una precedente sanatoria non perfezionata. La Corte ha stabilito che non è ammissibile il cosiddetto condono di condono, poiché violerebbe i principi di parità di trattamento e capacità contributiva. Inoltre, è stato confermato che l'Amministrazione finanziaria ha diritto alla liquidazione delle spese legali anche quando difesa da propri funzionari, applicando i parametri forensi ridotti del 20%.
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Definizione agevolata: estinzione del processo tributario
Un contribuente operante nel settore dell'autotrasporto ha impugnato un avviso di accertamento basato sugli studi di settore. Dopo aver ottenuto ragione nei primi due gradi di giudizio, la causa è giunta in Cassazione su ricorso dell'Agenzia delle Entrate. Durante il procedimento, il contribuente ha scelto di aderire alla definizione agevolata prevista dal D.L. 119/2018, provvedendo al pagamento integrale del debito. La Suprema Corte ha pertanto dichiarato l'estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere.
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