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D.L. 112/2008

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Azienda chiude per fine appalto? È licenziamento collettivo
Una cooperativa perde il suo unico contratto di appalto, cessa completamente l'attività e licenzia tutti i 61 dipendenti, trattandoli come licenziamenti individuali per motivo oggettivo. I lavoratori non riassunti dalla nuova azienda subentrante fanno ricorso. La Corte di Cassazione stabilisce un principio fondamentale: in questi casi si tratta di licenziamento collettivo per cessazione attività. L'azienda avrebbe dovuto seguire la procedura sindacale prevista dalla legge. Non avendolo fatto, i licenziamenti sono illegittimi. La Corte annulla la precedente decisione e rinvia il caso a un nuovo giudice per le determinazioni conseguenti.
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Danno da perdita di chance: pensione negata, risarcimento perso
Una dipendente pubblica ha chiesto il risarcimento per danno da perdita di chance, sostenendo di aver perso la possibilità di un pensionamento anticipato a causa del diniego della sua Amministrazione. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale: per ottenere un risarcimento per danno da perdita di chance non basta dimostrare di avere i requisiti per presentare una domanda. La lavoratrice avrebbe dovuto provare, con un alto grado di probabilità, che la Pubblica Amministrazione avrebbe accolto la sua istanza, tenendo conto dell'ampia discrezionalità che la legge le riservava. In assenza di tale prova, la semplice possibilità non è sufficiente per giustificare un risarcimento.
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Azienda chiude e licenzia tutti: è licenziamento collettivo
Una cooperativa, perdendo il suo unico contratto d'appalto, licenzia tutti i suoi 61 dipendenti, qualificando i recessi come licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo. Un lavoratore non riassunto dalla nuova azienda subentrante impugna il licenziamento. La Corte di Cassazione ribalta le decisioni precedenti, stabilendo un principio fondamentale: la dismissione di tutto il personale a seguito della chiusura completa dell'impresa configura un licenziamento collettivo per cessazione attività. Pertanto, l'azienda avrebbe dovuto seguire la specifica procedura prevista dalla Legge 223/1991, che offre maggiori tutele ai lavoratori. L'errata qualificazione giuridica rende illegittima la procedura seguita.
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Rimborso Robin Hood Tax: chiede i soldi ma poi rinuncia in Cassazione
Una società petrolifera, definita 'impresa mista' per avere ricavi da più attività, aveva chiesto il rimborso della Robin Hood Tax dopo che la Corte Costituzionale l'aveva dichiarata illegittima. L'Agenzia delle Entrate aveva negato il rimborso, sostenendo che l'azienda rientrasse comunque nei parametri della tassa. La controversia è arrivata fino alla Corte di Cassazione. Tuttavia, a sorpresa, la società ha rinunciato al ricorso, probabilmente a causa di nuovi orientamenti giurisprudenziali sfavorevoli. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio, chiudendo il caso senza decidere nel merito della richiesta di rimborso della Robin Hood Tax.
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Addizionale Ires: tassata anche la cessione del diritto di transito
Una società energetica, proprietaria di un elettrodotto tra Italia e Svizzera, ha chiesto il rimborso dell'Addizionale Ires (o Robin tax) sostenendo di non svolgere direttamente attività di trasmissione, ma solo di cedere a terzi il diritto di transito. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'Agenzia, stabilendo un principio importante: rientra nel 'settore della trasmissione' non solo chi trasporta fisicamente l'energia, ma anche chi, possedendo l'infrastruttura, svolge un'attività funzionale a tale scopo. Di conseguenza, l'applicazione dell'Addizionale Ires settore trasmissione è legittima e il rimborso non è dovuto.
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Progressione Verticale: Promozione Negata per Blocco Assunzioni
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sulla progressione verticale pubblico impiego. Un gruppo di lavoratori, idonei a una promozione tramite concorso interno, si è visto negare il passaggio alla categoria superiore. L'Ente Pubblico ha giustificato il blocco citando una legge che vietava le assunzioni per mancato rispetto dei vincoli di bilancio. La Cassazione ha dato ragione all'Ente, chiarendo che il passaggio a una categoria superiore non è una semplice continuazione del rapporto di lavoro. Si tratta di una 'novazione', cioè della creazione di un nuovo contratto, equiparabile a tutti gli effetti a una nuova assunzione. Di conseguenza, anche le progressioni verticali possono essere bloccate dalle norme che limitano le assunzioni nel settore pubblico.
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Robin Hood Tax: No al Rimborso per Derivati del Petrolio
Un'azienda attiva nel commercio di oli combustibili ha richiesto il rimborso della cosiddetta 'Robin Hood Tax', sostenendo che i suoi prodotti non fossero esplicitamente menzionati dalla legge. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, stabilendo un principio di ampia applicazione della Robin Hood Tax. Secondo i giudici, il termine 'petroli' contenuto nella norma include tutti i suoi derivati, anche quelli non elencati. Lo scopo della legge era infatti colpire i sovra-profitti dell'intero settore energetico. Di conseguenza, l'azienda ha perso la causa e non ha ottenuto il rimborso.
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Appalto non genuino: pulitore di bus diventa dipendente diretto
La Corte di Cassazione ha confermato la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato diretto tra un'azienda di trasporti e un lavoratore, formalmente dipendente di una ditta di pulizie. Il lavoratore, oltre a pulire i veicoli, svolgeva mansioni di movimentazione esterna degli stessi, ricevendo ordini direttamente da un responsabile dell'azienda committente. Questa circostanza ha configurato un appalto non genuino, poiché le mansioni extra non erano strumentali alla pulizia e dimostravano un'interposizione fittizia di manodopera. Di conseguenza, il rapporto di lavoro è stato costituito direttamente con l'azienda che beneficiava della prestazione, la quale ha perso il ricorso.
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Assegno sociale e requisito di residenza: negato senza 10 anni
Una cittadina straniera si è vista negare l'assegno sociale perché non aveva risieduto in Italia per almeno dieci anni. La richiedente ha sostenuto che questa regola fosse discriminatoria. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, stabilendo un principio chiaro: l'assegno sociale e requisito di residenza decennale sono un binomio legittimo. Questa condizione non è discriminatoria perché si applica a tutti, compresi i cittadini italiani. La Corte ha spiegato che questo lungo periodo di soggiorno serve a dimostrare un legame solido e radicato con la comunità nazionale, giustificando così l'accesso a una prestazione di solidarietà. Di conseguenza, la richiesta della cittadina è stata definitivamente respinta.
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Mansioni superiori società in house: Niente promozione automatica
Un autista soccorritore di un'azienda sanitaria pubblica ha chiesto il riconoscimento di un livello superiore per aver svolto mansioni da coordinatore. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta, stabilendo un principio chiave per le mansioni superiori società in house. Anche se un lavoratore svolge compiti più elevati, non ha diritto alla promozione automatica. Per le società pubbliche 'in house', l'accesso a qualifiche superiori deve avvenire tramite procedure selettive pubbliche, per garantire trasparenza e imparzialità. Inoltre, il lavoratore non aveva neanche fornito prova sufficiente dello svolgimento di tali mansioni. L'Azienda ha quindi vinto la causa.
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Appalto illecito? Niente assunzione in società in house: la sentenza
Un gruppo di lavoratori, impiegati tramite un appalto di servizi, ha chiesto al tribunale di riconoscere un rapporto di lavoro diretto con un'importante società a totale partecipazione pubblica. La Cassazione ha respinto la richiesta. Il principio stabilito è che non si può ottenere una assunzione in società in house per via giudiziaria, anche in caso di appalto illecito. Queste società, equiparate alla Pubblica Amministrazione, devono assumere solo tramite procedure di selezione pubbliche e trasparenti. Un rapporto di lavoro creato in violazione di questa regola è nullo e non può essere 'sanato' da un giudice. La natura pubblica dell'azienda prevale sulle tutele previste per i lavoratori privati in caso di interposizione di manodopera.
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Modifica bando di selezione: prova extra illegittima, azienda perde
Un'azienda, dopo aver concluso una selezione per operatori ecologici, sottopone i candidati idonei a un colloquio psicologico non previsto dal bando originale. I candidati non superano la prova e non vengono assunti. La Corte di Cassazione stabilisce che la **modifica unilaterale del bando di selezione** è illegittima. Il bando è un'offerta al pubblico e le sue regole sono vincolanti e non possono essere cambiate in corso d'opera. La Corte dà quindi ragione ai lavoratori, confermando il loro diritto all'assunzione o al risarcimento del danno.
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Incarico dirigenziale e divieto di cumulo: no ai danni
Un dirigente di un ente locale, dopo il pensionamento, aveva sottoscritto un nuovo contratto a termine per la stessa posizione. L'ente aveva revocato l'incarico citando divieti normativi. Sebbene una precedente pronuncia avesse dichiarato illegittimo il recesso, la Corte d'Appello ha negato il risarcimento dei danni. La Cassazione ha confermato tale diniego, evidenziando che il tema dell'incarico dirigenziale e divieto di cumulo impedisce il ristoro patrimoniale se il soggetto percepisce già la pensione. Inoltre, il danno non patrimoniale è stato escluso per mancanza di prove specifiche circa l'impatto sulla vita del ricorrente, non essendo sufficiente il richiamo generico alla risonanza mediatica della vicenda.
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Offerta al pubblico: bando di concorso non modificabile
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità della modifica dei criteri di selezione in un concorso indetto da una società partecipata. Il bando di concorso, configurandosi come offerta al pubblico, non può essere integrato o modificato dopo l'inizio della procedura. Nel caso di specie, l'inserimento tardivo di un test psicoattitudinale con criteri di valutazione illogici ha portato all'annullamento della graduatoria e all'ordine di assunzione del candidato originariamente idoneo.
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Equa riparazione: come si calcola l’indennizzo
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un indennizzo per equa riparazione quantificato in 500 euro per ogni anno di ritardo. La decisione chiarisce che il giudice di merito può discostarsi dai parametri standard se motiva adeguatamente la scarsa rilevanza degli interessi coinvolti o la condotta processuale della parte, come la mancata presentazione dell'istanza di prelievo. È stata inoltre ritenuta corretta la compensazione delle spese legali a causa dell'incertezza normativa derivante da interventi della Corte Costituzionale.
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Progressione professionale: i diritti del lavoratore
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un dipendente pubblico che rivendicava il diritto a partecipare a una procedura di progressione professionale nonostante fosse stato posto in esonero dal servizio. La Corte ha stabilito che il lavoratore ha diritto ai benefici della progressione se era in servizio attivo sia alla data di riferimento dei requisiti, sia al momento dell'avvio formale della procedura. La decisione chiarisce che lo stato di esonero non preclude il riconoscimento di miglioramenti economici maturati durante il periodo di attività, garantendo la tutela della carriera del dipendente.
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Revocazione per errore di fatto: tra svista e diritto
Alcuni contribuenti hanno proposto ricorso per la revocazione per errore di fatto di una precedente sentenza della Cassazione relativa a un avviso di liquidazione per imposta di successione. I ricorrenti lamentavano che la Corte avesse erroneamente ritenuto 'nuova' un'eccezione procedurale e applicato una normativa non pertinente. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La decisione chiarisce che l'errore sulla scelta della norma applicabile costituisce un errore di diritto e non di fatto. Inoltre, poiché la sentenza impugnata si fondava su plurime ragioni autonome non contestate, l'eventuale errore su una singola motivazione non avrebbe comunque portato all'annullamento della decisione complessiva.
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Stabilizzazione del rapporto di lavoro: bando o nullità?
Una dirigente di una società energetica interamente partecipata dallo Stato ha impugnato l'annullamento della delibera che aveva trasformato il suo contratto da tempo determinato a indeterminato. La società aveva inizialmente disposto la stabilizzazione del rapporto di lavoro, per poi revocarla rilevando la violazione delle norme sul reclutamento del personale nelle partecipate pubbliche. La Corte di Cassazione ha confermato la nullità della trasformazione. Il principio cardine è che le società pubbliche devono rispettare i criteri di trasparenza e pubblicità. Poiché il bando originale prevedeva solo un incarico a termine senza menzionare la possibilità di conversione, la successiva stabilizzazione del rapporto di lavoro costituisce una nuova assunzione illegittima in assenza di una specifica procedura concorsuale aperta a tutti i potenziali candidati interessati a una posizione stabile.
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Sanzioni amministrative lavoro: ricorso rigettato.
La Corte d'Appello ha confermato le sanzioni amministrative lavoro irrogate a una società per violazioni sulla tracciabilità dei pagamenti e comunicazioni obbligatorie. I giudici hanno respinto l'eccezione di decadenza, stabilendo che il termine di 90 giorni decorre dalla conclusione effettiva degli accertamenti ispettivi. È stata inoltre ribadita l'insufficienza dei semplici ordini di bonifico come prova del pagamento.
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Società in house: nullo il contratto senza concorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un dirigente contro una Società in house, confermando la nullità del suo contratto di lavoro poiché stipulato senza una procedura selettiva pubblica. Il ricorrente chiedeva indennità per il recesso anticipato e compensi professionali aggiuntivi. La Corte ha ribadito che le società a controllo pubblico sono obbligate a seguire procedure concorsuali per il reclutamento del personale, pena la nullità virtuale dell'accordo. Di conseguenza, ai sensi dell'art. 2126 c.c., al lavoratore spetta solo la retribuzione per l'attività effettivamente prestata, escludendo qualsiasi risarcimento o premio derivante da clausole di un contratto invalido.
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