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Art. 628 Codice Penale — Sezione Seconda Penale

Altri anni per Art. 628 Codice Penale

Tentata rapina del cellulare della madre per sbloccare la carta
Un uomo ha aggredito con violenza la propria madre per sottrarle il telefono cellulare. Il suo obiettivo non era trattenere l'apparecchio, bensì accedere all'applicazione bancaria installata sul dispositivo per sbloccare la propria carta di credito e prelevare denaro senza restrizioni. Il difensore ha sostenuto l'assenza del dolo di profitto, affermando che l'indagato cercava solo di rientrare in possesso di una propria utilità economica. La Corte di Cassazione ha respinto la tesi difensiva, confermando l'accusa di tentata rapina. I giudici hanno chiarito che il concetto di profitto comprende qualsiasi utilità o soddisfacimento economico e morale. La rimozione violenta del legittimo controllo della madre sulle spese del figlio costituisce un profitto ingiusto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato il ricorrente.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari con braccialetto
Il Tribunale della Libertà confermava la custodia cautelare in carcere a carico di un indagato per associazione a delinquere finalizzata a rapine e riciclaggio di veicoli con targhe clonate. La difesa ricorreva in Cassazione sostenendo l'assenza di un patto associativo stabile, la mancata integrazione del tentativo nella rapina a un furgone portavalori e l'inutilità del carcere rispetto ai domiciliari con braccialetto elettronico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che i gravi indizi cautelari richiedono solo una qualificata probabilità di colpevolezza. I sopralluoghi operativi, l'uso di travisamenti e la bonifica dei veicoli dimostrano il vincolo associativo stabile. Il giudice, inoltre, non deve motivare sul braccialetto elettronico quando accerta una totale carenza di autodisciplina dell'indagato.
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Concorso in rapina: condanna valida anche senza percosse o furto
La Corte d'appello condannava due imputati per concorso in rapina e lesioni personali, ribaltando la precedente assoluzione pronunciata dal Tribunale. I due imputati ricorrevano per Cassazione lamentando la presunta inattendibilità della vittima e l'assenza di un loro contributo violento materiale. Uno dei ricorrenti sosteneva di essere intervenuto solo in soccorso della persona offesa e di non aver sottratto beni, mentre l'altro contestava il mancato riconoscimento della minima partecipazione al reato. La Corte di Cassazione ha respinto entrambi i ricorsi. I giudici supremi hanno chiarito che le dichiarazioni della vittima possono fondare da sole la condanna se ritenute credibili. Inoltre, chi aderisce a un piano criminoso risponde della rapina anche se la violenza materiale o la sottrazione sono eseguite da altri partecipanti al gruppo.
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Convalida dell’arresto: furto con siringa e limiti del giudice
La polizia giudiziaria arrestava un uomo per concorso in tentata rapina impropria. Il complice aveva minacciato le vittime con una siringa subito dopo il furto, mentre la refurtiva si trovava nello zaino dell'indagato. Il giudice per le indagini preliminari rifiutava la convalida dell'arresto e disponeva la scarcerazione, ritenendo deboli gli indizi di colpevolezza. Il pubblico ministero impugnava il provvedimento davanti alla Corte di Cassazione, contestando l'errata applicazione della legge. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso e annullato l'ordinanza senza rinvio. La Corte ha chiarito che il giudice della convalida deve compiere una valutazione ex ante sulla ragionevolezza dell'intervento della polizia. Il magistrato non deve anticipare il giudizio sulla colpevolezza o valutare i gravi indizi di colpevolezza necessari per applicare le misure cautelari.
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Accordo sulla pena o nuovo processo: il ricorso contro il patteggiamento
Quattro imputati hanno concordato una pena davanti al Giudice dell'udienza preliminare per il reato di tentata rapina aggravata ai danni di una banca. Successivamente, tutti i condannati hanno proposto ricorso per cassazione contro la sentenza. Uno di loro ha lamentato la mancata dichiarazione di cause di proscioglimento immediato. Gli altri tre hanno sostenuto che l'azione dovesse qualificarsi come minaccia e resistenza a pubblico ufficiale, anziché tentata rapina. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile ogni ricorso contro il patteggiamento. La legge limita rigidamente i motivi di impugnazione dopo l'accordo sulla pena. La contestazione sul nome del reato è valida solo di fronte a errori palesi e indiscutibili. Gli imputati hanno quindi subito la conferma integrale della condanna concordata, oltre al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Furto o rapina impropria: spintonare i commessi costa caro
Una donna ha sottratto della merce all'interno di un negozio. I dipendenti hanno bloccato la cliente avendola riconosciuta per un furto commesso giorni prima nello stesso locale. La donna ha spintonato i commessi per scappare con i nuovi prodotti. Il giudice per le indagini preliminari ha disposto l'obbligo di firma per il delitto di rapina impropria. La donna ha fatto ricorso sostenendo che la violenza mirava a evitare il pagamento del vecchio furto e non a trattenere gli oggetti appena presi. La Corte di Cassazione ha confermato l'accusa di rapina impropria: la spinta è avvenuta subito dopo la sottrazione della merce per garantirsi la fuga. I giudici hanno inoltre convalidato la misura cautelare, ritenendo rilevanti per il rischio di recidiva anche i precedenti archiviati per particolare tenuità del fatto.
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Rinnovazione dell’istruzione dibattimentale: no all’esame tardivo
Un imputato, condannato per tentata rapina, lesioni e calunnia verso pubblici ufficiali, propone ricorso lamentando che i giudici di secondo grado hanno ignorato l'appello di uno dei suoi difensori. Tale atto conteneva la richiesta di rinnovazione dell'istruzione dibattimentale per farsi interrogare, dopo essersi rifiutato nel processo di primo grado. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente a pagare tremila euro. I giudici supremi chiariscono che l'imputato che ha rifiutato l'esame nel primo giudizio deve indicare e documentare ragioni probatorie precise per poter essere ascoltato in appello. L'assenza di spiegazioni dettagliate rende la domanda generica, esonerando la corte dall'obbligo di rispondere e confermando la condanna penale.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca il ricorso
Un imputato condannato per rapina aggravata concorda la sanzione davanti ai giudici di secondo grado. La Corte territoriale applica la misura concordata pari a cinque anni di reclusione e millecinquecento euro di multa. Subito dopo, l'uomo impugna la pronuncia davanti ai giudici di legittimità lamentando presunti errori nel calcolo della sanzione. La Suprema Corte dichiara inammissibile l'impugnazione. Con il concordato in appello le parti definiscono consensualmente l'entità della pena, rinunciando ai motivi di gravame originari. Di conseguenza, nessuno può contestare la misura concordata, a meno che non si tratti di una pena totalmente illegale. Il ricorrente perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla Cassa delle ammende per aver promosso un ricorso inammissibile.
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Concordato in appello: pena ridotta ma ricorso bloccato
L'imputato, condannato per rapina aggravata, concordava in secondo grado una pena ridotta a quattro anni di reclusione e ottocento euro di multa, rinunciando contestualmente a tutte le altre censure difensive. La Corte di appello accoglieva integralmente l'intesa sanzionatoria. Successivamente, l'imputato proponeva ricorso per cassazione lamentando una mancata corrispondenza tra l'accordo raggiunto e la sentenza emessa, criticando l'omessa specifica indicazione dei motivi rinunciati. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per manifesta infondatezza. Quando si perfeziona un concordato in appello, le parti non possono contestare la quantificazione concordata della pena né riproporre le doglianze oggetto di espressa rinuncia, a meno che non emergano vizi della volontà o sanzioni del tutto illegali.
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Lieve entità nella rapina: la Cassazione impone il bilanciamento
Due imputati avevano subito una condanna per rapina pluriaggravata. Il giudice di primo grado ha bilanciato le aggravanti con le attenuanti generiche dichiarandole equivalenti. Successivamente ha tagliato la sanzione applicando l'attenuante speciale della lieve entità nella rapina, introdotta dalla Corte Costituzionale. Il Procuratore Generale ha proposto ricorso denunciando l'errore nel calcolo della pena: la nuova attenuante doveva entrare subito nell'unico giudizio di comparazione generale e non intervenire dopo come sconto isolato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'accusa e ha annullato la sentenza limitatamente alla rideterminazione del trattamento sanzionatorio, stabilendo il principio dell'unitarietà del bilanciamento.
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Tentata rapina impropria: restituire la merce non cancella la pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno, otto mesi e dieci giorni di reclusione per il reato di tentata rapina impropria a carico di un uomo che aveva aggredito l'addetto alla sicurezza di un supermercato. La complice dell'imputato aveva tentato di sottrarre merce dagli scaffali e l'aveva poi restituita prima di varcare l'uscita. Tuttavia, quando il vigilante ha bloccato il passaggio per impedirne la fuga, l'uomo ha usato minacce e violenza per guadagnare la via di uscita. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la violenza esercitata subito dopo un furto incompiuto per assicurarsi la fuga trasforma l'azione in rapina, a prescindere dall'avvenuta restituzione del bene.
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Falso carabiniere e arresto simulato: è estorsione aggravata
Un complice telefonava a una donna anziana spacciandosi per maresciallo delle forze dell'ordine e le prospettava l'imminente arresto della figlia a seguito di un presunto sinistro stradale. Per evitarle il carcere, richiedeva una somma urgente di denaro. L'imputato si presentava quindi presso l'abitazione della vittima per riscuotere l'esborso. I giudici di merito condannavano il riscossore per estorsione aggravata a quattro anni e otto mesi di reclusione e quattromila euro di multa. L'imputato ricorreva in Cassazione sostenendo che la vicenda integrasse una truffa per assenza di minaccia direttamente imputabile. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile confermando la pena per estorsione aggravata con condanna a tremila euro alla Cassa delle ammende, rilevando che la falsa prospettazione di un arresto imminente annulla la libera determinazione della vittima.
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Niente rapina di lieve entità se la minaccia usa la fama criminale
Un uomo ha commesso una rapina consumata sottraendo uno smartphone e un tentativo di rapina chiedendo tutto il denaro a un'altra persona. Durante le azioni, pur restando a bordo della propria auto senza violenze fisiche, l'aggressore ha fatto leva sul proprio cognome di nota fama criminale per spaventare le vittime. La Corte di appello ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione, negando l'attenuante speciale della rapina di lieve entità ed escludendo una circostanza aggravante senza però ridurre la pena, bilanciando le attenuanti generiche con la pesante recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna e infliggendo tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Differenza tra rapina ed estorsione: la decisione
Due imputati hanno sottratto con violenza e minacce il portafoglio a un uomo. Il giorno seguente, in un altro luogo, hanno preteso dalla stessa vittima la consegna di cinquemila euro. I giudici di merito hanno condannato entrambi per rapina consumata e tentata estorsione. I responsabili hanno proposto ricorso per ottenere la qualificazione dei fatti in un solo delitto e il riconoscimento delle attenuanti per lieve entità e risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito la differenza tra rapina ed estorsione: la prima comporta la sottrazione immediata della cosa, mentre la seconda piega la volontà della vittima per costringerla alla consegna del bene.
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Coltello per una e-cig: niente lieve entità nella rapina
Un uomo ha sottratto una sigaretta elettronica puntando un coltello all'addome della vittima. I giudici di merito lo hanno condannato per rapina impropria aggravata e porto ingiustificato di arma a due anni, due mesi e venti giorni di reclusione. Il condannato ha presentato ricorso per cassazione lamentando la mancata traduzione all'udienza d'appello dal centro di accoglienza e il diniego dell'attenuante della lieve entità nella rapina, sostenendo lo scarso valore del bene sottratto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato l'imputato alle spese e a tremila euro per la Cassa delle ammende. I giudici hanno chiarito che la sola richiesta del difensore non impone la traduzione e che l'uso dell'arma esclude la lieve entità malgrado il bottino esiguo.
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Gravi indizi di colpevolezza: confermato il carcere per la rapina
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di tentata rapina aggravata con un coltello commessa vicino a una stazione ferroviaria. La difesa sosteneva che i filmati di videosorveglianza non mostrassero l'arma descritta dalla persona offesa e contestava una discrepanza tra la prima relazione delle forze dell'ordine e la formale querela. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha stabilito che i gravi indizi di colpevolezza rimangono pienamente validi anche se i filmati non immortalano ogni singolo dettaglio dell'aggressione, purche confermino il nucleo essenziale del fatto. La presenza di precedenti penali rende inoltre inadeguati i domiciliari.
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Custodia cautelare in carcere: l’inseguimento vale come concorso
L'indagato è accusato di tentata rapina aggravata da un coltello in concorso con il fratello vicino a una stazione. I due hanno inseguito la vittima e l'hanno attesa davanti a un bar. Il Tribunale del Riesame ha disposto la custodia cautelare in carcere. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'assenza di un contributo personale attivo, contestando discrasie nella denuncia e chiedendo i domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: l'inseguimento e l'attesa congiunta rafforzano l'intimidazione, integrando il pieno concorso. Inoltre, i precedenti per evasione rendono la custodia cautelare in carcere l'unica misura proporzionata. La misura detentiva resta confermata con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Profitto nella rapina aggravata: confermati i domiciliari
Due commercianti finiscono agli arresti domiciliari per aver aggredito un ispettore di polizia e aver nascosto la sua pistola di ordinanza nel proprio negozio. La difesa contesta la misura cautelare davanti alla Corte di Cassazione. I ricorrenti sostengono l'assenza del dolo, affermando che l'arma era stata sfilata da un terzo e che mancava un guadagno economico. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici osservano che la contestazione sui gravi indizi non era stata sollevata davanti al Tribunale del Riesame. Inoltre, la Corte ribadisce che il profitto nella rapina aggravata non richiede un guadagno patrimoniale, ma comprende qualsiasi utilità o vantaggio, anche non economico. La condotta violenta e i precedenti specifici giustificano pienamente la custodia cautelare domiciliare.
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Custodia cautelare in carcere: niente domiciliari per il rapinatore
L'indagato ha assaltato un corriere in pieno giorno, con volto coperto e armi, per sottrarre le merci in consegna. Il Giudice ha disposto la custodia cautelare in carcere. La difesa ha chiesto gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, valorizzando la lontananza del domicilio e l'assenza di tentativi di fuga. I giudici hanno respinto la richiesta a causa dei precedenti penali specifici e della spregiudicatezza dell'azione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: se la personalità criminale rende inadeguati i domiciliari, decade automaticamente anche l'opzione del controllo elettronico.
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Rapina pluriaggravata o scippo: i limiti del patteggiamento
L'imputato ha concordato una pena di due anni e sei mesi di reclusione per il reato di rapina pluriaggravata dopo aver strappato una collana, sferrato uno schiaffo e lanciato una bottiglia contro la vittima. Successivamente ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che il fatto configurasse un mero furto con strappo, riducendo lo schiaffo a un contatto accidentale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Nel patteggiamento la contestazione della qualificazione giuridica è consentita solo per errore manifesto ed evidente. Le violenze contestate per assicurarsi la fuga confermano pienamente la rapina pluriaggravata.
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