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Art. 624 Codice Penale — Sezione Settima Penale

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Altri anni per Art. 624 Codice Penale

Furto con strappo: il profitto vale anche senza danno economico
Un cittadino ha proposto ricorso contro la condanna per il reato di furto con strappo. L'imputato sosteneva l'assenza di un danno economico per la persona offesa e contestava l'errata qualificazione giuridica dell'azione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il concetto di profitto non riguarda soltanto un guadagno economico diretto. Nel reato di furto con strappo, il profitto comprende qualsiasi beneficio, anche morale o di natura non patrimoniale, perseguito dall'autore del fatto. Per questo motivo, la condanna è stata confermata con l'obbligo di pagare le spese del processo e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per rapina e i termini processuali
L'Imputato ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione avverso la sentenza di condanna per il reato di rapina aggravata. La difesa ha contestato la credibilità della persona offesa, la mancata derubricazione in furto, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e il calcolo della pena. La Suprema Corte ha dichiarato l'Inammissibilità del ricorso per rapina in quanto le doglianze risultavano generiche e meramente reiterative dei motivi d'appello. Parallelamente, i giudici hanno respinto la richiesta della Parte Civile finalizzata al recupero delle spese legali, poiché la memoria difensiva è stata depositata oltre il termine di quindici giorni prima dell'udienza. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Prescrizione del reato: ricorso respinto e condanna confermata
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza che ne confermava la condanna per il reato di furto, commesso nel maggio 2018. La difesa ha sostenuto l'intervenuta prescrizione del reato a seguito del tempo trascorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che ai fatti commessi tra agosto 2017 e dicembre 2019 si applica la disciplina della sospensione della prescrizione introdotta dalla legge 103 del 2017, la quale non è stata abrogata con efficacia retroattiva dalle riforme successive. I periodi di sospensione hanno quindi impedito la maturazione dei termini. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Pene sostitutive: nessun avviso dal giudice per l’imputato
Un cittadino condannato per furto aggravato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'omessa informazione e la mancata applicazione delle pene sostitutive introdotte dalla Riforma Cartabia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che la difesa non aveva formulato alcuna richiesta di sanzione alternativa durante il giudizio di appello, pur essendo la riforma già in vigore. Inoltre, la legge non impone al giudice l'obbligo di inviare un avviso preventivo all'imputato per informarlo della possibilità di richiedere tali misure. L'imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Traduzione degli atti processuali: ricorso tardivo e condanna
L'Imputato viene condannato in secondo grado per il reato di furto aggravato. Decide di ricorrere in Cassazione contestando la mancata Traduzione degli atti processuali in quanto cittadino straniero, oltre al mancato riconoscimento della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. Riguardo alla Traduzione degli atti processuali, i giudici evidenziano che l'eventuale vizio costituisce una nullità a regime intermedio, la quale andava eccepita tempestivamente nei gradi precedenti. Inoltre, durante le indagini è emerso che l'uomo comprendeva la lingua italiana. Quanto all'attenuante richiesta, il valore economico della merce sottratta non era minimamente irrisorio. L'Imputato subisce la condanna al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Estinzione del reato per morte dell’imputato e annullamento
L'Imputato propone ricorso per Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello che aveva confermato la sua condanna penale per il reato di furto aggravato da recidiva. Durante la pendenza del giudizio di legittimità, la difesa del soggetto produce un certificato formale. Il documento attesta l'avvenuto decesso della persona assistita. La Corte di Cassazione prende atto del documento e pronuncia l'estinzione del reato per morte dell'imputato. Di conseguenza, i giudici supremo annullano la sentenza impugnata senza rinvio, cancellando ogni effetto penale della precedente condanna a carico del defunto.
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Validità della querela: basta il titolo dell’atto per condannare
Un cittadino ha proposto ricorso in Cassazione dopo la condanna per furto aggravato in concorso. L'imputato contestava la mancanza di procedibilità del reato. A sua detta, la segnalazione della vittima non esprimeva in modo chiaro la volontà di chiedere la punizione del colpevole. La Suprema Corte ha respinto il ricorso e ha confermato la validità della querela. I giudici hanno chiarito che l'intestazione formale denuncia-querela dell'atto presentato alle forze dell'ordine possiede un preciso valore tecnico. Tale intitolazione dimostra in modo inequivocabile la volontà della persona offesa di perseguire penalmente il responsabile. La Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Ricorso per cassazione generico: confermata condanna per furto
L'Imputata è stata condannata per il reato di furto nei primi due gradi di giudizio. La donna ha presentato ricorso in Suprema Corte contestando la responsabilità penale e la qualificazione giuridica del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione. I giudici hanno evidenziato la presenza di un ricorso per cassazione generico, poiché le doglianze si limitavano a ripercorrere le prove senza svolgere una reale critica motivazionale alla sentenza impugnata. L'Imputata è stata quindi condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Tentato furto pluriaggravato: ricorso respinto per i tre accusati
Tre soggetti sono stati condannati nei primi due gradi di giudizio per il reato di tentato furto pluriaggravato. Gli imputati hanno presentato ricorso in Cassazione invocando l'applicazione del reato impossibile, adducendo la presunta inidoneità degli strumenti impiegati per la condotta illecita. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I giudici hanno chiarito che le difese hanno semplicemente ripetuto argomentazioni già analizzate e respinte in appello. La Corte territoriale aveva infatti accertato l'idoneità astratta dei mezzi impiegati, in assenza di prove sulla loro inefficacia. I ricorrenti sono stati quindi condannati al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Riqualificazione da ricettazione a furto: no ai nuovi fatti
L'Imputata è stata condannata per il reato di ricettazione. Successivamente ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione chiedendo la riqualificazione da ricettazione a furto. La difesa sosteneva il coinvolgimento diretto dell'imputata nella sottrazione originaria del bene per evitare la pena prevista per la ricettazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere per la prima volta in Cassazione la riqualificazione da ricettazione a furto quando questa comporta una nuova ricostruzione dei fatti concreti. La valutazione delle prove e la ricostruzione degli eventi spettano infatti unicamente ai giudici di merito. Di conseguenza, l'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Validità della querela: furto in azienda e ricorso respinto
Tre soggetti sono stati condannati per furto consumato e tentato furto aggravato all'interno di uno stabilimento aziendale. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la validità della querela presentata dalla parte lesa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo che nel dubbio le espressioni usate dalla vittima devono essere interpretate favorevolmente alla prosecuzione del giudizio. La Corte ha inoltre precisato che la denuncia può essere valida anche se presentata da chi esercita un semplice controllo di fatto sui beni. Gli imputati dovranno pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro ciascuno.
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Furto aggravato: ricorso inammissibile e sanzione in Cassazione
L'Imputato è stato condannato per il reato di furto aggravato nei gradi di merito. Lo stesso ha proposto ricorso in Cassazione per contestare la motivazione sulla responsabilità e chiedere la prevalenza delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il primo motivo è risultato generico perché privo di effettivo confronto con la sentenza impugnata. Il secondo motivo è stato ritenuto manifestamente infondato poiché la comparazione delle circostanze rientra nella discrezionalità del giudice di merito. La decisione esente da vizi logici non è sindacabile in legittimità. L'Imputato è stato condannato alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Remissione di querela per furto: da condannato a prosciolto
L'Imputato era stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di furto aggravato. Successivamente, durante il ricorso in Cassazione, la vittima ha presentato la remissione di querela per furto e l'imputato l'ha formalmente accettata. La Corte di Cassazione ha chiarito che la remissione di querela per furto, quando interviene ed è accettata prima della decisione finale, estingue completamente il reato. Questo principio prevale anche su eventuali cause di inammissibilità, a patto che il ricorso sia stato presentato nei termini di legge. I giudici hanno quindi annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando l'estinzione del reato e ponendo le spese processuali a carico dell'imputato.
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Furto con destrezza: finta spesa e condanna definitiva
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per concorso in furto con destrezza. Il soggetto aveva finto un iniziale interesse per i prodotti esposti in un negozio. Successivamente ha mostrato disinteresse, inducendo il commesso ad allontanarsi dall'espositore e a distrarsi. Questa manovra ha agevolato la sottrazione dei beni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la presenza della destrezza, poiché il raggiro ha creato la disattenzione decisiva. La Corte ha rifiutato l'esclusione della recidiva, evidenziando i numerosi precedenti penali specifici dell'uomo e l'assenza di un effettivo ravvedimento. Nemmeno la dipendenza da sostanze è servita a ridurre la pena. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto pluriaggravato di gas metano: ricorso vuoto e condanna
L'Imputato è stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di furto pluriaggravato di gas metano a seguito della scoperta di un allaccio abusivo alla rete di distribuzione. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'assenza dell'intenzione criminosa, l'errato diniego alla riapertura dell'istruttoria d'appello e un vizio di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici di legittimità hanno rilevato la genericità delle doglianze e l'assenza di un confronto critico con la sentenza d'appello. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna definitiva dell'Imputato, imponendogli il pagamento delle spese del processo e il versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto aggravato in ufficio pubblico: non conta di chi sia il bene
Un cittadino è stato condannato per il reato di furto aggravato in ufficio pubblico dopo aver sottratto beni all'interno di una struttura della Pubblica Amministrazione. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che l'aggravante fosse inapplicabile, poiché l'oggetto non apparteneva all'ufficio e non riguardava le attività svolte. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che l'aggravante scatta per il solo fatto che il bene si trovi in un edificio pubblico, indipendentemente da chi sia il proprietario, al fine di tutelare il rispetto e la fiducia dovuti alle sedi pubbliche. L'Imputato ha perso il giudizio ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto aggravato: condanna confermata se il ricorso contesta i fatti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi proposti da due soggetti condannati per furto aggravato con violenza sulle cose e danneggiamento aggravato. I giudici di merito avevano confermato la responsabilità degli imputati per la sottrazione del bene e il danneggiamento collegato. Il primo ricorrente chiedeva di qualificare il fatto come semplice tentativo, sollecitando un nuovo esame delle prove. Il secondo lamentava l'assenza di querela e la mancanza delle aggravanti con argomenti del tutto generici. La Suprema Corte ha chiarito che in sede di legittimità non si possono riesaminare le prove già valutate nei gradi precedenti. Gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno a favore della Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna e sanzione
L'Imputato è stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di tentato furto. Tramite il proprio difensore, l'uomo ha presentato ricorso davanti alla Suprema Corte di Cassazione per ribaltare la sentenza della Corte di Appello. I giudici di legittimità hanno constatato che le doglianze difensive erano totalmente prive di indicazioni specifiche e di riferimenti puntuali alla motivazione della decisione impugnata. Di conseguenza, la Corte ha sancito l'inammissibilità del ricorso per cassazione. Questa scelta comporta la condanna dell'Imputato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende. La decisione conferma la linea rigida sui ricorsi generici.
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Travisamento della prova e furto: quando il ricorso fallisce
L'Imputato è stato condannato nei primi due gradi di giudizio per i reati di furto aggravato e tentato furto aggravato. Contro la sentenza d'appello, l'uomo ha proposto ricorso per Cassazione contestando la motivazione e denunciando il travisamento della prova riguardante le dichiarazioni testimoniali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in presenza di una doppia conforme sostenuta da motivazione logica. Il presunto travisamento della prova non era decisivo ai fini della decisione, vista la presenza di testimonianze attendibili e la partecipazione dell'Imputato agli episodi criminosi. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Tentato furto nel supermercato: la vigilanza non salva dal reato
L'Imputato è stato condannato per possesso di arnesi da scasso e tentato furto nel supermercato. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il reato fosse impossibile, in quanto gli addetti alla sicurezza dell'esercizio commerciale lo stavano costantemente sorvegliando. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il costante controllo degli agenti di vigilanza non rende inidonea l'azione né impossibile il delitto. La sorveglianza serve a identificare il responsabile e a bloccarlo durante il tentativo oppure a consumazione avvenuta, senza escludere la rilevanza penale della condotta. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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