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Art. 585 Codice di Procedura Penale — Sezione Quinta Penale

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Altri anni per Art. 585 Codice di Procedura Penale

Appello tardivo: la Cassazione ripristina la condanna penale
Il Giudice di Pace condanna l'Imputato per i reati di lesioni personali e minaccia ai danni della Persona Offesa. La sentenza di primo grado acquista efficacia definitiva per decorso dei termini. Nonostante la tardività dell'atto di appello, presentato a distanza di quasi un anno, il Tribunale celebra il secondo grado, assolvendo l'Imputato da un'accusa e dichiarando prescritto l'altro reato. La Procura e la Parte Civile presentano ricorso per cassazione evidenziando la scadenza dei termini di impugnazione. La Corte di Cassazione accoglie i ricorsi, accerta la tardività dell'atto di appello e annulla senza rinvio la decisione di secondo grado, ripristinando la piena esecutività della condanna iniziale.
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Appello intempestivo: chiedere il merito senza contestare il rito
L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza che ha dichiarato il suo appello intempestivo, impedendo l'esame del merito della condanna di primo grado. Nel suo ricorso, l'Imputato ha lamentato la mancata rivalutazione delle prove raccolte, omettendo tuttavia di contestare la tardività dell'impugnazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché non affronta il nodo procedurale decisivo della tempestività. I giudici hanno inoltre respinto la richiesta di liquidazione delle spese avanzata dalla Parte Civile per deposito tardivo delle memorie. L'Imputato deve pagare le spese del processo e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Appello del Procuratore generale: valido prima dei termini
Il Tribunale assolveva l'imputato da un'accusa penale. Il Procuratore Generale proponeva tempestivamente ricorso in appello prima della scadenza del termine per impugnare spettante al Procuratore della Repubblica. La Corte di Appello dichiarava inammissibile l'impugnazione, sostenendo che l'ufficio superiore non potesse agire prima dello spirare dei termini concessi al pubblico ministero di primo grado, in assenza di formale acquiescenza o avocazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura Generale, stabilendo la piena validità dell'impugnazione. L'appello del Procuratore generale è ammissibile anche prima della scadenza del termine per il Procuratore della Repubblica, potendo il giudice desumere l'acquiescenza dalla successiva mancata impugnazione o dagli accordi interni di coordinamento tra i due uffici.
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Impugnazione sentenza Giudice di Pace oltre i termini: condanna
Un uomo subiva una condanna per lesioni personali davanti al magistrato onorario. L'imputato decideva di contestare la decisione ritenendo contraddittorie le prove raccolte e tardiva la querela della persona offesa. Tuttavia, l'impugnazione sentenza Giudice di Pace veniva proposta oltre la scadenza perentoria di trenta giorni dalla notifica del deposito della motivazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dichiarandolo inammissibile per intempestività. Il giudice di pace non può autoassegnarsi termini più ampi di quindici giorni per depositare le motivazioni. Di conseguenza, il termine per l'appello o il ricorso decorre formalmente dall'avviso di avvenuto deposito notificato alle parti. Il ricorrente ha subito anche la condanna alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Termine per proporre appello: l’errore di calcolo dei giudici
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputata contro la decisione della Corte d'Appello che aveva dichiarato inammissibile il suo gravame perché ritenuto tardivo. Il Tribunale di primo grado aveva pronunciato la sentenza fissando un termine di novanta giorni per il deposito, scadente il diciassette dicembre. La Cassazione ha chiarito che il termine per proporre appello di quarantacinque giorni decorre esattamente dalla scadenza del termine fissato per il deposito della sentenza, e non prima. Di conseguenza, il termine utile scadeva il trentuno gennaio e l'appello, depositato il trenta gennaio, era perfettamente tempestivo. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio l'ordinanza di inammissibilità, ordinando la trasmissione degli atti alla Corte d'Appello per lo svolgimento del processo di secondo grado.
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Restituzione nel termine per impugnare: l’errore di cancelleria
Un cittadino richiede la restituzione nel termine per impugnare una sentenza di condanna. Il suo avvocato si era recato piu volte in cancelleria per verificare il deposito dell'atto. Gli impiegati e i registri interni avevano indicato erroneamente che la sentenza non era stata ancora depositata. In realta, il provvedimento era stato depositato nei tempi, ma la cancelleria aveva omesso di registrarlo nei sistemi cartacei e informatici. La Corte d'Appello respinge la richiesta di recupero dei termini. La Suprema Corte ribalta la decisione e chiarisce il principio di diritto. L'errata informazione fornita dalla cancelleria costituisce una causa di forza maggiore. L'imputato che dimostra rigorosamente il disguido dell'ufficio ha diritto alla restituzione nel termine per impugnare.
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Particolare tenuità del fatto: strada bloccata ma ricorso respinto
Un uomo è stato condannato per violenza privata per aver bloccato con la propria auto la strada di accesso alle case dei vicini. La difesa ha richiesto l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto solo durante la discussione finale in appello. La Corte di Cassazione ha chiarito che questo beneficio è rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del processo. Tuttavia, ha dichiarato il ricorso inammissibile perché generico: la difesa non ha dimostrato la reale lievità del comportamento, reso grave anche dai numerosi precedenti penali dell'imputato. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e l'uomo è stato condannato a pagare le spese processuali e il risarcimento alla vicina di casa.
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Inammissibilità dell’appello: un giorno di ritardo costa caro
Un uomo, condannato in primo grado per furto aggravato, presenta appello tramite il proprio difensore. Tuttavia, il deposito dell'atto avviene con un giorno di ritardo rispetto al termine di quarantacinque giorni stabilito dalla legge. La Corte d'Appello non rileva il ritardo e riduce la pena. Il Procuratore Generale ricorre quindi in Cassazione, eccependo la tardività dell'impugnazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso, evidenziando che il mancato rispetto dei termini perentori determina l'inammissibilità dell'appello. Trattandosi di un vizio insanabile e rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del processo, la Cassazione annulla senza rinvio la sentenza d'appello. Di conseguenza, la riduzione di pena viene revocata e torna valida la condanna originaria del Tribunale.
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Deposito telematico dell’impugnazione tra PEC errata e ritardo
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la decisione della Corte d'Appello che aveva dichiarato inammissibile la sua istanza di ricusazione del giudice. L'Imputato contestava anche la successiva ordinanza con cui la stessa Corte d'Appello aveva rilevato d'ufficio l'inammissibilità del ricorso, inviato tramite PEC a indirizzi non corretti. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il provvedimento della Corte d'Appello non è abnorme, in quanto espressione di un potere legittimo previsto dalle norme emergenziali Covid-19. Inoltre, la Cassazione ha evidenziato che il ricorso principale era comunque inammissibile perché tardivo, essendo stato depositato oltre il termine di quindici giorni dalla notifica. Di conseguenza, le irregolarità relative al deposito telematico dell'impugnazione e l'invio a indirizzi PEC errati sono state assorbite dalla tardività della presentazione.
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Impugnazione cautelare tardiva: la posta non salva dal carcere
Due indagati, accusati di furti pluriaggravati ai danni di esercizi commerciali, hanno proposto ricorso per Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere. La difesa lamentava l'errata qualificazione del reato e la mancata valutazione della collaborazione degli indagati. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per via di un'impugnazione cautelare tardiva. I giudici hanno ribadito che, in materia cautelare, la tempestività del ricorso spedito per posta si calcola dal momento in cui l'atto perviene alla cancelleria del giudice competente, e non da quello di spedizione. Essendo il ricorso giunto oltre il termine di dieci giorni, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Nullità della sentenza per mancata sottoscrizione: atto nullo
L'Imputato, condannato per minaccia grave per aver brandito un pezzo di vetro contro la Vittima, ha fatto ricorso in Cassazione eccependo la nullità della sentenza d'appello. Il documento, infatti, risultava firmato come presidente da un magistrato indicato invece come semplice consigliere nell'intestazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, evidenziando che la firma difforme del presidente del collegio, senza giustificato impedimento, determina la nullità della sentenza per mancata sottoscrizione. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza-documento senza rinvio, ordinando la restituzione degli atti alla Corte d'appello per la corretta redazione e firma del provvedimento.
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Impugnazione sentenza Giudice di Pace: ritardo salva l’appello
Il Tribunale dichiarava inammissibile l'appello dell'Imputato contro una condanna per minaccia emessa dal Giudice di Pace, ritenendolo depositato presso l'ufficio sbagliato e oltre i termini. La Cassazione accoglie il ricorso dell'Imputato. I giudici chiariscono che l'impugnazione sentenza Giudice di Pace può essere presentata presso la cancelleria del Tribunale territorialmente competente se situata in un comune diverso. Inoltre, poiché il Giudice di Pace ha depositato la motivazione oltre il termine di legge di quindici giorni, il tempo per proporre appello decorre solo dalla notifica del deposito, mai avvenuta. La Cassazione annulla la decisione e ordina al Tribunale di celebrare il processo di appello.
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Termine per impugnare: il ricorso tardivo costa caro
Il Tribunale ha respinto la richiesta dell'Imputato di essere riammesso nei termini per opporsi a un decreto penale di condanna. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'irregolarità della notifica per compiuta giacenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché presentato oltre il termine per impugnare di quindici giorni dalla comunicazione del provvedimento al difensore. La richiesta personale di ricevere copia dell'atto in un momento successivo non fa decorrere nuovamente i termini. Di conseguenza, l'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Termine per impugnare scaduto: condanna definitiva e multa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per lesioni personali, a causa del mancato rispetto del termine per impugnare la sentenza d'appello. Il termine ultimo per la presentazione del ricorso scadeva il 5 dicembre 2022, calcolato sommando i trenta giorni previsti dalla legge ai quindici giorni stabiliti per il deposito della sentenza. L'imputato ha invece inviato il ricorso tramite posta elettronica certificata solo il 4 gennaio 2023, oltre un mese dopo la scadenza. Di conseguenza, i giudici hanno respinto l'impugnazione senza esaminarne il merito e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di quattromila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Provvedimento abnorme: quando il ritardo cancella il ricorso
Il caso nasce da una denuncia per diffamazione su un social network. Il Pubblico Ministero chiede l'archiviazione, ma il Giudice per le indagini preliminari ordina l'imputazione coatta, estendendola anche ai commenti offensivi scritti da terzi rimasti ignoti. Il Pubblico Ministero impugna la decisione ritenendola un provvedimento abnorme, poiché impone un'accusa per fatti diversi e contro soggetti non identificati. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile per tardività. I giudici chiariscono che anche contro un provvedimento abnorme si applica il termine tassativo di quindici giorni per fare ricorso, decorrente dalla conoscenza dell'atto. Di conseguenza, l'impugnazione presentata oltre la scadenza non può essere esaminata, confermando l'inammissibilità del ricorso del Pubblico Ministero.
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Termini di impugnazione: il ritardo costa caro all’assente
Un cittadino, giudicato in assenza in primo grado, ha presentato appello oltre la scadenza ordinaria dei quarantacinque giorni. La difesa ha sostenuto che si dovesse applicare la Riforma Cartabia, la quale concede quindici giorni in più per i termini di impugnazione a favore del difensore dell'imputato assente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando l'inammissibilità dell'appello. I giudici hanno chiarito che la norma transitoria della riforma si applica solo alle sentenze pronunciate, cioè lette in udienza, dopo il 30 dicembre 2022. Poiché la sentenza originaria era stata pronunciata a novembre 2022, il termine aggiuntivo non poteva essere applicato, rendendo l'appello tardivo.
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Sospensione feriale dei termini: la difesa ritarda, il giudice no
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per bancarotta fraudolenta, confermando la tardività del suo appello. Il ricorrente sosteneva che la Riforma Cartabia fosse applicabile e che la sospensione feriale dei termini dovesse applicarsi anche al termine di novanta giorni concesso al giudice per depositare la sentenza. La Suprema Corte ha chiarito che la sospensione feriale dei termini (dal 1° al 31 agosto) non si applica ai termini di redazione e deposito della sentenza da parte del magistrato, ma solo a quelli previsti per le parti del processo. Di conseguenza, il termine per impugnare scadeva il 15 ottobre 2022, rendendo l'appello depositato il 31 ottobre palesemente tardivo. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sospensione dei termini processuali: salvo l’appello
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, annullando la decisione della Corte d'Appello che aveva dichiarato inammissibile il suo gravame per tardività. I giudici di legittimità hanno chiarito che, nel calcolo dei tempi per impugnare la sentenza, si deve applicare la sospensione dei termini processuali introdotta durante l'emergenza sanitaria da Covid-19. Nel caso specifico, il termine di sessanta giorni per il deposito della motivazione della sentenza di primo grado è rimasto congelato dal 9 marzo all'11 maggio 2020. Di conseguenza, il termine di quarantacinque giorni per presentare l'appello ha iniziato a decorrere solo dal 27 maggio 2020, rendendo tempestivo l'atto depositato dall'Imputato l'8 luglio 2020. La causa è stata quindi rinviata alla Corte d'Appello di Perugia per un nuovo giudizio di merito.
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Ricorso in Cassazione tardivo: quando un ritardo conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da due soggetti condannati nei gradi precedenti, a causa del mancato rispetto dei termini di legge. La sentenza della Corte d'Appello era stata depositata nei termini previsti. Tuttavia, i ricorrenti hanno depositato il ricorso oltre la scadenza dei quarantacinque giorni, calcolati tenendo conto del periodo di sospensione feriale estiva. La Suprema Corte ha ribadito che il termine per impugnare decorre dalla fine della sospensione feriale se il deposito avviene in quel periodo. Di conseguenza, il ricorso in Cassazione tardivo è stato rigettato, con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Ricorso per cassazione tardivo: quando il ritardo costa caro
Una donna, precedentemente assolta per violenza privata grazie alla speciale tenuità del fatto e per minaccia a seguito di remissione della querela, ha presentato ricorso alla Suprema Corte. La difesa lamentava violazioni procedurali nell'acquisizione delle prove e nel controesame della persona offesa. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso senza esaminare i motivi sollevati. La decisione si fonda sulla scadenza dei termini legali per l'impugnazione. Essendo il deposito della sentenza d'appello avvenuto il 5 settembre 2022, il termine di quarantacinque giorni era ampiamente scaduto al momento del deposito del ricorso, avvenuto il 18 novembre 2022. Di conseguenza, la Corte ha sancito l'inammissibilità del ricorso per tardività, configurando un caso di ricorso per cassazione tardivo, e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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