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Art. 585 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 585 Codice di Procedura Penale

Termine per impugnare scaduto: condanna definitiva per truffa
Un cittadino, condannato per il reato di truffa, ha presentato ricorso davanti alla Corte di Cassazione per contestare la decisione dei giudici di secondo grado. Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile senza entrare nel merito delle contestazioni. Il motivo risiede nel mancato rispetto del termine per impugnare la sentenza. Essendo la decisione d'appello stata pronunciata in camera di consiglio con motivazione contestuale, il ricorrente aveva solo quindici giorni di tempo per presentare l'impugnazione. Avendo depositato l'atto oltre la scadenza stabilita dalla legge, il cittadino ha perso il diritto al riesame del caso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso in Cassazione tardivo: un giorno di ritardo e condanna
Un uomo, condannato per rapina aggravata, ha presentato ricorso tramite il proprio difensore lamentando una errata valutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso perché depositato oltre i termini di legge. La sentenza d'appello era stata pubblicata con motivazioni depositate entro i novanta giorni previsti; di conseguenza, il termine ultimo per impugnare scadeva il 26 maggio 2022. Il difensore ha invece depositato l'atto il 27 maggio 2022, con un solo giorno di ritardo. A causa di questo ricorso in Cassazione tardivo, la Suprema Corte non ha potuto esaminare i motivi di merito, ha respinto la richiesta e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Termine per l’impugnazione scaduto: condanna definitiva per truffa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per truffa. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna in primo grado con una sentenza emessa con motivazione contestuale. Il ricorrente ha depositato il ricorso oltre il termine per l'impugnazione di quindici giorni, previsto dalla legge per questa tipologia di provvedimenti. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno respinto il ricorso per tardività, condannando l'imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso per Cassazione tardivo: la condanna diventa definitiva
Un cittadino, condannato per furto aggravato, ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello che aveva ridotto la pena escludendo la recidiva. Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il motivo risiede nel fatto che l'imputato ha presentato l'atto oltre i termini previsti dalla legge, rendendo la condanna definitiva. Questo errore procedurale configura un chiaro caso di ricorso per Cassazione tardivo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e a versare quattromila euro alla Cassa delle ammende, senza che i giudici potessero esaminare i motivi del suo ricorso.
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Termine per impugnare il DASPO: il ricorso tardivo costa caro
Il caso riguarda un cittadino, denominato Il Ricorrente, che ha presentato ricorso in Cassazione contro un provvedimento emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) di Venezia in relazione a una misura di prevenzione sportiva (DASPO) ex art. 6 della Legge 401/1989. Il provvedimento originario era stato notificato il 28 settembre 2022, mentre il ricorso è stato depositato solo il 25 novembre 2022. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché proposto oltre il termine per impugnare il DASPO stabilito dalla legge. Di conseguenza, Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, perdendo definitivamente la possibilità di contestare la misura.
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Deposito dell’impugnazione errato: la condanna diventa definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso straordinario proposto da alcuni amministratori e socie di un'azienda fallita, condannati per bancarotta fraudolenta. I ricorrenti lamentavano un errore di fatto, sostenendo di aver eseguito tempestivamente il deposito dell'impugnazione presso la cancelleria del Tribunale di Prato. La Suprema Corte ha chiarito che, durante il periodo dell'emergenza sanitaria da Covid-19, la normativa speciale vietava il deposito presso un tribunale diverso da quello che aveva emesso la sentenza. Di conseguenza, il deposito è stato considerato irrituale e la data di presentazione valida è coincisa con quella di effettiva ricezione da parte della Corte d'Appello competente, avvenuta oltre i termini di legge. La condanna originaria è stata quindi confermata.
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Termine per impugnare scaduto: condanna definitiva e multa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per lesioni personali, a causa del mancato rispetto del termine per impugnare la sentenza d'appello. Il termine ultimo per la presentazione del ricorso scadeva il 5 dicembre 2022, calcolato sommando i trenta giorni previsti dalla legge ai quindici giorni stabiliti per il deposito della sentenza. L'imputato ha invece inviato il ricorso tramite posta elettronica certificata solo il 4 gennaio 2023, oltre un mese dopo la scadenza. Di conseguenza, i giudici hanno respinto l'impugnazione senza esaminarne il merito e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di quattromila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: negata se il ladro è recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per furto aggravato. L'imputato richiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, escludendo il beneficio a causa dell'abitualità della condotta del reo, desumibile dai suoi numerosi precedenti penali per reati finanziari e contro il patrimonio. La Suprema Corte ha inoltre chiarito che la presentazione di motivi aggiunti non può sanare l'originaria inammissibilità del ricorso principale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sanzioni sostitutive: la richiesta tardiva costa caro
L'Imputato, condannato per ricettazione, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la mancata applicazione delle sanzioni sostitutive introdotte dalla Riforma Cartabia nel giudizio di rinvio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per l'applicazione delle sanzioni sostitutive, è indispensabile una specifica richiesta dell'imputato. Tale istanza deve essere presentata al più tardi durante l'udienza di discussione in appello. Poiché l'imputato non ha formulato alcuna richiesta nei tempi previsti, la Corte d'appello non era tenuta a pronunciarsi sul punto. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Insolvenza fraudolenta: condanna definitiva per ricorso tardivo
L'Imputato era stato condannato nei precedenti gradi di giudizio per il reato di insolvenza fraudolenta. Il suo difensore ha proposto ricorso per Cassazione contestando l'applicazione della recidiva e la motivazione della sentenza d'appello. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che la motivazione della sentenza di secondo grado era stata depositata contestualmente al dispositivo. Di conseguenza, il termine di quindici giorni per presentare l'impugnazione scadeva il 29 marzo 2023. Essendo stato depositato il ricorso il 31 marzo 2023, la Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per tardività. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per tardività: condanna e sanzione
L'Imputato, condannato per i reati di rapina e lesioni personali, ha presentato ricorso in Cassazione lamentando in modo generico il mancato proscioglimento. La Suprema Corte ha rilevato che la sentenza d'appello era stata pronunciata con motivazione contestuale, facendo decorrere immediatamente i termini per l'impugnazione. Di conseguenza, il deposito del ricorso è avvenuto oltre i termini stabiliti dalla legge. La Corte ha quindi dichiarato l'inammissibilità del ricorso per tardività, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sentenza introvabile in cancelleria? Sì alla restituzione nel termine
L'Imputato, condannato dal Tribunale, non ha potuto impugnare la sentenza poiché l'atto, formalmente depositato nei termini, era in realtà irreperibile sia in cancelleria sia sul sistema informatico. Solo mesi dopo la difesa ha ottenuto copia del provvedimento, che riportava la dicitura olografa "rinvenuta" in data successiva. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta di restituzione nel termine, ritenendo valido il deposito formale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, annullando il provvedimento con rinvio. La Suprema Corte ha stabilito che l'effettiva irreperibilità fisica e informatica della sentenza costituisce un impedimento idoneo a giustificare la restituzione nel termine, poiché la difesa non può subire le conseguenze di disfunzioni organizzative dell'ufficio giudiziario.
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Termini di impugnazione scaduti: ricorso respinto e multa salata
Il Ricorrente, un soggetto in stato di detenzione, ha proposto ricorso per Cassazione contro un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. Tuttavia, la notifica del provvedimento era avvenuta a metà dicembre 2022, mentre il ricorso è stato depositato solo a gennaio 2023, oltre i limiti di tempo previsti dalla legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile proprio per il mancato rispetto dei termini di impugnazione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende, non potendosi escludere la sua colpa nella presentazione tardiva del ricorso.
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Imputato alloglotta e traduzione atti: no alla nullità della sentenza
L'Imputato, cittadino straniero che parla la lingua inglese, ha proposto ricorso lamentando la mancata traduzione in inglese della sentenza di primo grado. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che la mancata traduzione della sentenza per l'imputato alloglotta non comporta la nullità del provvedimento. Se vi è stata richiesta o disposizione del giudice, l'omessa traduzione comporta unicamente il diritto alla rimessione in termini per proporre impugnazione una volta ricevuta la traduzione. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Nomina del difensore di fiducia: scontro allo stadio e condanna
Durante una partita di calcio, alcuni tifosi invadono il campo e si scontrano con la polizia. Accusati di resistenza a pubblico ufficiale, due di loro contestano la validità del processo sostenendo che la notifica dell'avviso di fine indagini sia avvenuta a un avvocato nominato solo per il provvedimento di Daspo. La Corte di Cassazione dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici chiariscono che la nomina del difensore di fiducia effettuata nel procedimento principale estende i suoi effetti anche a quelli incidentali o collegati, a meno che non vi sia un limite espresso nel mandato. Il ricorso del terzo tifoso viene invece respinto perché presentato oltre i termini di legge. Di conseguenza, tutti i ricorrenti perdono la causa e devono pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Peculato dell’amministratore di sostegno: da custode a condannato
Una donna, nominata amministratrice di sostegno di una persona vulnerabile, si è appropriata di oltre 63.000 euro appartenenti a quest'ultima. Condannata nei precedenti gradi di giudizio, l'imputata ha proposto ricorso in Cassazione contestando il trattamento sanzionatorio e il risarcimento del danno. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché depositato oltre il termine di quarantacinque giorni previsto dalla legge. Di conseguenza, la condanna per il reato di peculato dell'amministratore di sostegno è diventata definitiva. La ricorrente è stata inoltre condannata al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese di difesa in favore delle parti civili.
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Provvedimento abnorme: quando il ritardo cancella il ricorso
Il caso nasce da una denuncia per diffamazione su un social network. Il Pubblico Ministero chiede l'archiviazione, ma il Giudice per le indagini preliminari ordina l'imputazione coatta, estendendola anche ai commenti offensivi scritti da terzi rimasti ignoti. Il Pubblico Ministero impugna la decisione ritenendola un provvedimento abnorme, poiché impone un'accusa per fatti diversi e contro soggetti non identificati. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile per tardività. I giudici chiariscono che anche contro un provvedimento abnorme si applica il termine tassativo di quindici giorni per fare ricorso, decorrente dalla conoscenza dell'atto. Di conseguenza, l'impugnazione presentata oltre la scadenza non può essere esaminata, confermando l'inammissibilità del ricorso del Pubblico Ministero.
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Termini di impugnazione: il ritardo costa caro all’assente
Un cittadino, giudicato in assenza in primo grado, ha presentato appello oltre la scadenza ordinaria dei quarantacinque giorni. La difesa ha sostenuto che si dovesse applicare la Riforma Cartabia, la quale concede quindici giorni in più per i termini di impugnazione a favore del difensore dell'imputato assente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando l'inammissibilità dell'appello. I giudici hanno chiarito che la norma transitoria della riforma si applica solo alle sentenze pronunciate, cioè lette in udienza, dopo il 30 dicembre 2022. Poiché la sentenza originaria era stata pronunciata a novembre 2022, il termine aggiuntivo non poteva essere applicato, rendendo l'appello tardivo.
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Divieto di reformatio in peius: stop a pene peggiorate in appello
Un uomo, condannato per minacce e danneggiamento dell'auto della vittima, ricorre in Cassazione lamentando l'aumento della pena detentiva in appello e la mancata valutazione di una memoria difensiva. La Suprema Corte accoglie il primo motivo, rilevando la violazione del divieto di reformatio in peius: i giudici di secondo grado avevano aumentato di due giorni la reclusione rispetto al primo grado. La Cassazione dichiara invece inammissibili le questioni sollevate con la memoria difensiva, poiché estranee ai motivi principali d'appello e quindi tardive. La sentenza viene annullata senza rinvio limitatamente alla pena, che viene rideterminata in sei mesi di reclusione, eliminando i due giorni illegittimamente aggiunti.
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Sospensione feriale dei termini: la difesa ritarda, il giudice no
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per bancarotta fraudolenta, confermando la tardività del suo appello. Il ricorrente sosteneva che la Riforma Cartabia fosse applicabile e che la sospensione feriale dei termini dovesse applicarsi anche al termine di novanta giorni concesso al giudice per depositare la sentenza. La Suprema Corte ha chiarito che la sospensione feriale dei termini (dal 1° al 31 agosto) non si applica ai termini di redazione e deposito della sentenza da parte del magistrato, ma solo a quelli previsti per le parti del processo. Di conseguenza, il termine per impugnare scadeva il 15 ottobre 2022, rendendo l'appello depositato il 31 ottobre palesemente tardivo. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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