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Art. 316-ter Codice Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 316-ter Codice Penale

Truffa aggravata all’INPS: finti braccianti ma condanne vere
Un gruppo di soggetti, tra cui datori di lavoro e finti lavoratori, ha organizzato una truffa aggravata ai danni dell'INPS. Attraverso la creazione di un'azienda agricola fittizia e la presentazione di false denunce aziendali e modelli occupazionali (D-mag), hanno simulato rapporti di lavoro inesistenti su terreni comunali non disponibili. Lo scopo era far percepire indebitamente indennità di disoccupazione e malattia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi degli imputati, confermando le condanne precedenti. La Corte ha chiarito che l'articolata messa in scena esclude il reato minore di indebita percezione di erogazioni pubbliche, configurando pienamente il reato di truffa aggravata, e ha confermato la sussistenza del falso ideologico per le dichiarazioni mendaci destinate a confluire nei registri pubblici.
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Reddito di cittadinanza: la verità taciuta costa la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una cittadina condannata per aver reso dichiarazioni false al fine di ottenere il reddito di cittadinanza. La donna aveva omesso di comunicare lo stato di detenzione del marito convivente, percependo così un importo superiore a quello spettante. La difesa sosteneva la tesi della semplice negligenza e chiedeva la riqualificazione del reato o la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno invece confermato la sussistenza del dolo, ribadendo che l'omessa comunicazione della variazione del nucleo familiare configura il reato specifico previsto dalla legge sul reddito di cittadinanza. La ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Arresto e Reddito di cittadinanza: perche il silenzio non e reato
Il beneficiario di un sussidio statale e stato condannato per non aver comunicato all'INPS il suo arresto e la custodia in carcere, omettendo informazioni ritenute rilevanti per la revoca del beneficio. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio. I giudici hanno chiarito che l'arresto comporta solo la sospensione temporanea del Reddito di cittadinanza e non la sua revoca o riduzione. Di conseguenza, non sussiste alcun obbligo di comunicazione a carico del cittadino, poiche la legge impone direttamente al giudice penale di segnalare la misura cautelare all'ente previdenziale. Il fatto contestato non costituisce reato.
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Finge la cecità per la pensione: condanna per truffa aggravata
Un uomo, dopo aver ottenuto per anni una pensione per cecità assoluta, è stato condannato per truffa aggravata per invalidità. Le indagini hanno rivelato che l'uomo guidava l'auto, leggeva e si muoveva autonomamente, dissimulando il suo reale stato di salute durante le visite mediche. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo che la sua condotta non era una semplice omissione, ma un'attiva messa in scena per ingannare l'ente previdenziale. La sentenza ha reso definitiva la pena detentiva e la confisca di oltre 160.000 euro, ovvero le somme indebitamente percepite.
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Fondi con Pegno Sequestrati: la Banca perde, la restituzione è civile
Una banca vantava un diritto di pegno su fondi di un cliente, poi sottoposti a sequestro penale. Al termine del processo, il giudice ha ordinato la restituzione delle cose sequestrate non alla banca, ma a un Ministero, su indicazione dello stesso cliente. La banca ha contestato questa decisione, ma la Corte di Cassazione ha dichiarato il suo ricorso inammissibile. Il principio sancito è che se il giudice del processo (di cognizione) ha già deciso a chi restituire i beni, il giudice dell'esecuzione penale non può modificare tale ordine. La controversia sulla titolarità dei fondi tra la banca e il Ministero diventa una questione di diritto civile e deve essere risolta in un tribunale civile, non penale.
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Azienda fantasma per sussidi: non è bugia, è truffa allo Stato
Un imprenditore ha creato un'azienda agricola fittizia, con terreni e dipendenti inesistenti, per realizzare una truffa ai danni dello Stato e ottenere indebitamente indennità di disoccupazione. Una complice ha fornito il proprio conto corrente per ricevere le somme. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per entrambi, stabilendo un principio chiaro: la creazione di una complessa realtà simulata non è una semplice dichiarazione falsa, ma integra il più grave reato di truffa. I ricorsi degli imputati sono stati dichiarati inammissibili, rendendo le condanne definitive.
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Assegno sociale alla zia all’estero: condannato il nipote delegato
Un uomo, delegato all'incasso, riscuoteva per anni l'assegno sociale per conto della zia, nonostante questa si fosse trasferita stabilmente all'estero, perdendo il requisito della residenza in Italia. La Corte di Cassazione ha confermato la sua condanna per il reato di indebita percezione assegno sociale. I giudici hanno stabilito che il suo ruolo non era passivo: presentando periodicamente attestazioni per l'incasso, ha contribuito attivamente a ingannare l'ente previdenziale sulla permanenza del diritto. La sua professionalità nel settore dell'assistenza fiscale ha rafforzato la prova della sua consapevolezza (dolo). L'appello è stato dichiarato inammissibile, rendendo la condanna definitiva e disponendo la confisca di oltre 36.000 euro.
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Sequestro crediti d’imposta: Procura sconfitta, beni restituiti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura contro l'annullamento di un sequestro preventivo crediti d'imposta. Il Tribunale del Riesame aveva già ordinato la restituzione dei beni a un privato, ritenendo insufficienti gli indizi di frode (il cosiddetto 'fumus commissi delicti'). Secondo i giudici, le indagini si erano concentrate solo sulla circolazione dei crediti, senza verificare la loro origine. La Cassazione ha confermato che il ricorso della Procura mirava a una nuova valutazione dei fatti, non consentita in quella sede, e non a contestare una reale violazione di legge. Di conseguenza, il sequestro è stato definitivamente annullato.
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Doppia condanna per RdC annullata: vince il principio di specialità
Una cittadina era stata condannata per due diversi reati a causa di false dichiarazioni per ottenere il Reddito di Cittadinanza. La Corte di Cassazione ha annullato una delle due condanne applicando il principio di specialità. I giudici hanno stabilito che la norma specifica sul Reddito di Cittadinanza prevale su quella, più generica, relativa all'indebita percezione di fondi pubblici. Questo impedisce una doppia punizione per la stessa azione. Di conseguenza, la persona è stata ritenuta colpevole solo del reato specifico e la sua pena complessiva è stata ridotta.
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Indebita percezione di erogazioni: reato unico o plurimo?
Un professionista è stato condannato per l'indebita percezione di erogazioni pubbliche, avendo ricevuto una pensione di invalidità grazie a dichiarazioni dei redditi false presentate per più anni. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale per calcolare la prescrizione del reato. Se i pagamenti derivano da un'unica dichiarazione mendace iniziale, il reato è unico e si conclude con l'ultimo incasso. Se, invece, sono state presentate più dichiarazioni false nel tempo, ogni dichiarazione integra un reato autonomo, con un proprio termine di prescrizione. La Corte ha quindi annullato la condanna per questo reato, rinviando il caso alla Corte d'Appello per verificare se le dichiarazioni fossero uniche o plurime e ricalcolare la pena di conseguenza.
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Fondi sisma con falsa residenza: condanna per contributi pubblici
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per indebita percezione di contributi pubblici a carico di un uomo che aveva ottenuto il Contributo di Autonoma Sistemazione (CAS) dopo il sisma nelle Marche. L'imputato aveva falsamente dichiarato di avere la sua abitazione principale nel comune terremotato, mentre le indagini hanno dimostrato che viveva stabilmente a Roma. La sentenza stabilisce un principio chiaro: per ottenere tali aiuti, non basta la residenza formale. È necessaria una presenza effettiva, abituale e continuativa nell'immobile, requisito che nel caso di specie mancava totalmente. La sua richiesta di una interpretazione più flessibile del concetto di 'abitazione principale' è stata respinta.
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Reddito di Cittadinanza: assolta se la legge cambia dopo la domanda
Una cittadina è stata condannata per indebita percezione del Reddito di Cittadinanza per aver omesso di dichiarare le condanne penali dei suoi familiari conviventi. La Corte di Cassazione ha però annullato la condanna per il periodo precedente a una modifica legislativa. Al momento della domanda, infatti, i reati dei familiari non rientravano tra quelli 'ostativi' che impedivano l'accesso al beneficio. La legge che ha inserito tali reati nell'elenco è entrata in vigore solo in un secondo momento. La Corte ha stabilito che non si può essere puniti per un'omissione che non era illegale al tempo dei fatti, applicando il principio di irretroattività della legge penale. Il caso è stato rinviato a un'altra Corte per valutare solo la percezione del sussidio successiva alla nuova legge.
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Pensione d’oro con finti stipendi: la truffa aggravata all’INPS
Due dirigenti sindacali simulano di aver ricevuto una retribuzione aggiuntiva nell'ultimo anno di lavoro per gonfiare l'assegno pensionistico. Per farlo, creano falsi cedolini paga, inducendo in errore l'ente previdenziale. La Corte di Cassazione ha confermato la loro condanna per truffa aggravata ai danni dell'INPS. I giudici hanno stabilito che la creazione di documenti falsi costituisce una vera e propria macchinazione ingannatoria, e non una semplice dichiarazione mendace. La sentenza ribadisce che, ai fini del calcolo della pensione, la retribuzione deve essere stata effettivamente corrisposta, non solo fittiziamente dichiarata. L'appello dei due è stato respinto, rendendo la condanna definitiva.
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Sequestro Polizza Vita: la Cassazione nega lo scudo al riciclaggio
Una donna, accusata di riciclaggio per aver ricevuto sul suo conto somme illecite provenienti dal fratello, si opponeva al sequestro di una polizza vita. Sosteneva che la polizza avesse una funzione previdenziale, simile a una pensione, e quindi non potesse essere sequestrata interamente. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio chiave sul sequestro polizza vita. La tutela contro il sequestro totale vale solo per le polizze tradizionali con una vera funzione previdenziale, non per quelle con una prevalente natura di investimento finanziario. Poiché la polizza era ancora attiva, il sequestro è stato confermato per impedire che i profitti del reato venissero schermati.
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Pena ridotta ma calcolo peggiore? No al divieto di reformatio in pejus
Un cittadino ha omesso di dichiarare, nella domanda per il reddito di cittadinanza, che un suo familiare era in carcere. Condannato in primo grado, in appello ha ottenuto una pena finale inferiore. Tuttavia, ha fatto ricorso in Cassazione lamentando la violazione del divieto di reformatio in pejus, perché il giudice d'appello aveva corretto un errore di calcolo del primo giudice, modificando le modalità di computo della pena. La Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che il divieto di reformatio in pejus si applica al risultato finale della pena, che in questo caso era più favorevole, e non ai singoli passaggi del calcolo che hanno portato a quel risultato. L'imputato ha perso e la sua condanna è diventata definitiva.
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Confisca per equivalente e prescrizione: beni salvi per l’imputato
Un imprenditore, condannato per indebita percezione di erogazioni pubbliche, si è visto confiscare l'intero profitto del reato, nonostante una parte delle condotte fosse caduta in prescrizione. La Corte di Cassazione ha annullato parzialmente la confisca. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale sulla relazione tra confisca per equivalente e prescrizione: un nuovo orientamento giurisprudenziale, che considera la confisca una misura recuperatoria e non punitiva, non può essere applicato retroattivamente in modo sfavorevole all'imputato. Di conseguenza, la confisca è stata limitata solo al profitto derivante dalle condotte non ancora prescritte, salvando una parte del patrimonio dell'imprenditore.
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Assolto ma l’INPS ricorre: l’impugnazione della parte civile bloccata
Una persona, assolta dall'accusa di aver percepito indebitamente un assegno sociale per mancata residenza in Italia, si è vista citare in Cassazione dall'Ente previdenziale. L'Ente, come parte civile, mirava a ottenere un risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha però dichiarato inammissibile l'impugnazione della parte civile. Ha stabilito un principio fondamentale: una volta che l'assoluzione penale è definitiva, la parte danneggiata non può più contestarla basandosi su presunti errori nell'applicazione della legge penale. La richiesta di risarcimento deve rispettare la presunzione di innocenza e seguire le regole del diritto civile, non quelle del processo penale ormai concluso.
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Reddito di cittadinanza: condanna per omissione nonostante il modulo errato
Un cittadino ha ottenuto il reddito di cittadinanza omettendo di dichiarare una condanna penale per estorsione con metodo mafioso, condizione che impedisce l'accesso al beneficio. Si è difeso sostenendo di essere stato indotto in errore da un modulo non aggiornato fornito da un Centro di Assistenza Fiscale. La Corte di Cassazione ha confermato la sua condanna per l'omissione dichiarazione reddito di cittadinanza. I giudici hanno stabilito che l'obbligo di dichiarare tutte le informazioni richieste dalla legge prevale su eventuali errori della modulistica. L'ignoranza della legge non è una scusante e la responsabilità ricade interamente sul richiedente, condannato sia per la falsa dichiarazione sia per l'indebita percezione dei fondi.
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Peculato per rimborsi spese: condanna civile anche con reato prescritto
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità di alcuni consiglieri regionali per il reato di peculato. I consiglieri avevano ottenuto rimborsi per spese di ristorazione presso locali convenzionati, duplicando così la diaria già percepita, e per pagare collaboratori non contrattualizzati. La Corte ha stabilito che queste condotte integrano il Peculato per rimborsi spese, in quanto i fondi pubblici sono stati distratti per fini privati. Anche nei casi in cui il reato è stato dichiarato prescritto, i giudici hanno confermato la condanna al risarcimento dei danni a favore dell'Ente pubblico, inclusi i danni all'immagine. La Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, rendendo definitive le condanne civili.
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Sequestro preventivo per fondi pubblici: vince la difesa
L'Indagata, rappresentante di un'Associazione Sportiva, subisce un sequestro preventivo per fondi pubblici pari a oltre centosessantamila euro. L'accusa sostiene che l'ente sia in realtà un'impresa commerciale travestita da associazione per ottenere illecitamente contributi statali. La difesa ricorre in Cassazione, lamentando che i giudici del riesame non hanno valutato le prove a favore e non hanno dimostrato l'uso personale dei fondi. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso. I giudici supremi stabiliscono che per confermare il blocco dei beni non basta un'ipotesi astratta di reato. Il Tribunale deve analizzare le prove concrete e spiegare perché scarta le difese dell'Indagata. Di conseguenza, l'ordinanza viene annullata e il caso torna al Tribunale per una nuova e più approfondita valutazione. L'Indagata vince il ricorso e ottiene una nuova udienza per sbloccare i propri beni.
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