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Art. 311 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

Altri anni per Art. 311 Codice di Procedura Penale

Impugnazione cautelare tardiva: la posta non salva dal carcere
Due indagati, accusati di furti pluriaggravati ai danni di esercizi commerciali, hanno proposto ricorso per Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere. La difesa lamentava l'errata qualificazione del reato e la mancata valutazione della collaborazione degli indagati. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per via di un'impugnazione cautelare tardiva. I giudici hanno ribadito che, in materia cautelare, la tempestività del ricorso spedito per posta si calcola dal momento in cui l'atto perviene alla cancelleria del giudice competente, e non da quello di spedizione. Essendo il ricorso giunto oltre il termine di dieci giorni, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Mancanza di sottoscrizione: ordinanza nulla e atti da rifare
L'Indagato ha proposto ricorso per cassazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la sua custodia in carcere per reati di droga. La difesa ha eccepito la nullità del provvedimento a causa della mancanza di sottoscrizione sia del Presidente del Collegio sia del giudice estensore sul documento depositato in cancelleria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la mancanza di sottoscrizione determina una nullità relativa dell'ordinanza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento impugnato e ha disposto la trasmissione degli atti al Tribunale del Riesame affinché provveda a una nuova e corretta redazione dell'atto, debitamente firmato.
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Custodia in carcere: confermato l’arresto per il custode
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto a custodia in carcere. L'indagato era accusato di partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, avendo custodito stabilmente circa 32 kg di marijuana nel proprio garage per conto di un gruppo criminale. La difesa sosteneva che tale attività, svolta in cambio di denaro, non dimostrasse l'inserimento organico nel sodalizio. La Suprema Corte ha invece confermato la decisione del Tribunale del Riesame, ritenendo la motivazione logica e coerente. I giudici hanno chiarito che il ruolo stabile di custode, unito ai frequenti contatti con i vertici del gruppo emersi dalle intercettazioni, costituisce un grave indizio di colpevolezza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Esigenze cautelari: la Cassazione frena il ricorso del PM
Il Tribunale del riesame riduceva da un anno a sei mesi la durata di una misura interdittiva applicata a un indagato, escludendo i gravi indizi per il reato di frode in pubbliche forniture. Il Pubblico Ministero proponeva ricorso in Cassazione contestando solo l'esclusione dei gravi indizi di colpevolezza, senza però motivare sulla persistenza e attualità delle esigenze cautelari, nonostante la misura fosse già interamente decorsa. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno stabilito che l'accusa, per impugnare utilmente la revoca o riduzione di una misura, deve dimostrare l'attualità delle esigenze cautelari, soprattutto quando il periodo di efficacia della misura è già scaduto. Di conseguenza, l'indagato mantiene la riduzione della misura interdittiva ormai esaurita.
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Misure cautelari personali: sacerdote libero, ko il ricorso del PM
Un sacerdote era indagato per aver falsamente attestato la disponibilità ad accogliere un soggetto per l'affidamento in prova, in cambio di denaro. Il Tribunale del Riesame ha annullato le misure cautelari personali (arresti domiciliari) per mancanza di gravi indizi di colpevolezza, non essendo stati identificati né il documento falso né il beneficiario. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione contestando solo l'assenza di indizi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di interesse: il PM che impugna la revoca di una misura cautelare deve dimostrare non solo la sussistenza degli indizi, ma anche l'attualità delle esigenze cautelari. Vince il sacerdote, che rimane libero.
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Misure cautelari personali: ambulante incensurato perde ricorso
Il Tribunale ha applicato all'Indagato la misura dell'obbligo di firma tre volte a settimana per spaccio di oltre 50 grammi di cocaina. L'Indagato ha fatto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando la propria incensuratezza e l'attività di venditore ambulante. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando le misure cautelari personali. I giudici hanno evidenziato che l'attività di commerciante ambulante, lungi dall'escludere il pericolo, agevola lo spaccio in diverse località. Inoltre, la stabilità economica del lavoro esclude che il reato sia stato commesso per necessità, delineando una spiccata pericolosità sociale. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: scatta l’arresto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, confermando la misura degli arresti domiciliari. L'indagato era stato accusato del reato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio, avendo in casa e in cantina 107 grammi di marijuana (circa 460 dosi), oltre a un bilancino con tracce di cocaina e 3.450 euro in contanti. La difesa sosteneva l'uso personale, esibendo un vecchio certificato medico e contestando la riconducibilità della cantina. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso per cassazione non può richiedere una nuova valutazione delle prove se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente. Nel caso specifico, il collegamento tra l'indagato e la droga in cantina era provato da una foto sul suo cellulare.
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Impugnazioni cautelari: il deposito errato costa il ricorso
I Ricorrenti hanno impugnato un provvedimento di sequestro preventivo depositando il ricorso per Cassazione presso la cancelleria di un tribunale diverso da quello che aveva emesso la decisione. L'atto è giunto all'ufficio competente oltre i termini di legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che nelle impugnazioni cautelari il deposito deve avvenire esclusivamente presso la cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento. Presentare l'atto altrove espone il ricorrente al rischio di tardività, poiché non sussiste alcun obbligo di trasmissione tempestiva tra uffici giudiziari. I Ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: liberi ma senza spese
L'Indagato, sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari per reati di corruzione e turbata libertà degli incanti, ha proposto ricorso per cassazione contro l'ordinanza del Tribunale. Successivamente, il giudice competente ha revocato la misura cautelare. Di conseguenza, l'Indagato ha presentato formalmente la propria rinuncia al ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, poiché la revoca della misura ha fatto venir meno l'utilità concreta della decisione. Non è stata disposta alcuna condanna al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il paradosso dell’incensurato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per traffico di oltre 43 chili di cocaina. L'indagato lamentava la mancanza di motivazione sulle esigenze cautelari e la mancata concessione degli arresti domiciliari, evidenziando la propria incensuratezza e stabilità familiare. La Suprema Corte ha chiarito che il provvedimento del Tribunale è ampiamente motivato: il coinvolgimento di più persone, i legami internazionali e l'uso di telefoni criptati giustificano la massima misura restrittiva. I domiciliari, anche con braccialetto elettronico, non sono idonei a interrompere i contatti con contesti criminali così complessi. L'indagato perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Termine per il ricorso in cassazione: ritardo fatale in carcere
L'Indagato ha proposto ricorso contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la misura della custodia in carcere per vari reati, tra cui l'incendio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché presentato oltre il termine perentorio stabilito dalla legge. L'ordinanza era stata notificata all'indagato il 16 marzo 2023 e al difensore il 14 marzo 2023, mentre il ricorso è stato depositato solo il 13 aprile 2023. Il mancato rispetto del termine per il ricorso in cassazione, fissato in dieci giorni dall'art. 311 c.p.p., comporta la decadenza dal diritto di impugnazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende, confermando la misura cautelare in carcere.
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Misure cautelari personali: l’obbligo di firma resiste dopo anni
Il Tribunale del Riesame ha sostituito la custodia cautelare in carcere con l'obbligo di firma per un giovane accusato di concorso in spaccio di stupefacenti. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'identificazione, la natura della sostanza e la mancanza di attualità delle esigenze cautelari dopo quattro anni dai fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la validità del quadro indiziario, basato su video e intercettazioni telefoniche chiare. La Corte ha ribadito che in tema di misure cautelari personali il controllo di legittimità si limita alla coerenza logica della motivazione, senza poter rivalutare i fatti. Le esigenze cautelari rimangono attive a causa dei legami familiari del giovane con ambienti criminali.
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Sequestro preventivo: l’errore del PM salva i beni
Il Tribunale di Reggio Calabria ha respinto l'appello del Pubblico Ministero di Locri contro il rifiuto del GIP di disporre il sequestro preventivo di beni e denaro appartenenti ad alcuni amministratori indagati per reati fiscali. Il Pubblico Ministero di Locri ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di legittimazione. Secondo l'articolo 325 del codice di procedura penale, infatti, il potere di impugnare le decisioni del tribunale del riesame o dell'appello cautelare spetta esclusivamente all'ufficio del pubblico ministero presso il giudice che ha emesso il provvedimento impugnato (in questo caso, Reggio Calabria) e non al pubblico ministero che ha originariamente richiesto la misura (Locri). Di conseguenza, il sequestro preventivo non è stato concesso e gli indagati mantengono la disponibilità dei propri beni.
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Sequestro preventivo: ricorso tardivo del PM e beni salvi
Il Tribunale del Riesame aveva annullato il sequestro preventivo applicato a una società per l'ipotesi di autoriciclaggio. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione per contestare tale annullamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché presentato oltre il termine di legge. La Corte ha ribadito che il termine per impugnare le ordinanze del riesame in materia di sequestro preventivo (misure cautelari reali) è di quindici giorni, decorrenti dalla comunicazione del provvedimento, e non di dieci giorni (termine previsto solo per le misure personali). Poiché il ricorso è stato depositato quasi un mese dopo la notifica, l'impugnazione è tardiva e il sequestro rimane revocato.
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Sequestro preventivo: il ricorso in ritardo salva l’azienda
Il Tribunale del Riesame di Potenza annullava il sequestro preventivo di quote societarie e beni di un'azienda, ordinandone la restituzione al legale rappresentante. Il Pubblico Ministero proponeva ricorso in Cassazione contestando la decisione. Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché depositato oltre il termine di quindici giorni previsto dalla legge per le misure cautelari reali. La notifica del provvedimento era infatti avvenuta il 12 ottobre 2022, mentre il ricorso è stato presentato solo il 4 novembre 2022, superando ampiamente la scadenza legale. Vince quindi il legale rappresentante dell'azienda, che ottiene in via definitiva la restituzione dei beni precedentemente sequestrati.
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Sequestro preventivo negato: l’errore del PM salva i beni
Il Pubblico Ministero presso un Tribunale locale ha richiesto il sequestro preventivo dei beni di alcune società e dei loro amministratori, indagati per reati fiscali. Dopo il rifiuto del Giudice per le indagini preliminari e del Tribunale del riesame, lo stesso Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di legittimazione. I giudici hanno chiarito che, contro le decisioni del tribunale del riesame in materia di sequestro preventivo, il potere di ricorrere in Cassazione spetta esclusivamente all'ufficio del pubblico ministero presso il giudice che ha emesso la decisione impugnata, e non al magistrato inquirente che aveva originariamente richiesto la misura. Di conseguenza, il provvedimento di diniego del sequestro è stato confermato.
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Sequestro preventivo negato: il vizio che salva i beni
Il Pubblico Ministero presso un Tribunale locale ha richiesto il sequestro preventivo dei beni di alcune societ e dei loro amministratori, indagati per reati fiscali. Il Giudice per le indagini preliminari e, successivamente, il Tribunale del riesame hanno respinto la richiesta. Il Pubblico Ministero locale ha quindi proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di legittimazione del ricorrente. Secondo la Corte, per le misure cautelari reali come il sequestro preventivo, la legittimazione a impugnare spetta esclusivamente all'ufficio del pubblico ministero presso il giudice che ha emesso la decisione impugnata, e non al pubblico ministero che ha originariamente richiesto la misura. Di conseguenza, il ricorso stato rigettato senza esame nel merito.
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Sequestro preventivo negato: il PM perde per vizio di forma
Il Pubblico Ministero presso il Tribunale di Locri ha richiesto il sequestro preventivo dei beni di alcune società e dei loro amministratori, indagati per reati fiscali. Dopo il rifiuto del Giudice per le indagini preliminari e del Tribunale del riesame di Reggio Calabria, il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di legittimazione. Secondo l'articolo 325 del codice di procedura penale, infatti, il potere di impugnare i provvedimenti sul sequestro preventivo spetta esclusivamente all'ufficio del Pubblico Ministero presso il giudice che ha emesso la decisione impugnata (in questo caso, l'ufficio distrettuale), e non al magistrato locale che ha originariamente richiesto la misura. Di conseguenza, il sequestro preventivo non è stato concesso.
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Termini per il ricorso in Cassazione: il ritardo blocca la difesa
Due indagati, accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, ricevevano la conferma della custodia cautelare in carcere dal Tribunale del Riesame. Il loro difensore presentava ricorso, ma l'atto perveniva alla cancelleria competente oltre i limiti previsti dalla legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi per il mancato rispetto dei Termini per il ricorso in Cassazione. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione deve giungere tempestivamente all'ufficio corretto, ponendo a carico del ricorrente il rischio di ritardi dovuti alla consegna presso uffici diversi. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Impugnazioni cautelari: errore di deposito e ricorso respinto
L'Indagato, sottoposto a custodia in carcere per associazione mafiosa ed estorsione, ha proposto ricorso contro la decisione del Tribunale del Riesame. I suoi difensori hanno tuttavia depositato l'atto presso la cancelleria di un tribunale diverso da quello competente. L'atto è giunto all'ufficio corretto oltre il termine di dieci giorni previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che in tema di impugnazioni cautelari il deposito deve avvenire esclusivamente presso la cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento. Presentare l'atto a un ufficio errato pone a carico del ricorrente il rischio di tardività, poiché rileva solo la data di effettivo arrivo all'ufficio competente. L'Indagato perde la causa ed è condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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