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Art. 275 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 275 Codice di Procedura Penale

Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari all’omicida
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Imputato, accusato di omicidio volontario. L'evento era nato da una violenta lite per una cessione di stupefacenti, durante la quale l'Imputato aveva colpito mortalmente la Vittima con un coltello. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico, sostenendo la presenza di elementi nuovi, come l'assenza di pericolo di fuga e una presunta aggressione subita. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che le esigenze di prevenzione speciale rimangono elevatissime. La gravità del fatto, l'uso di un'arma e la determinazione dell'Imputato rendono inadeguata qualsiasi misura diversa dalla prigione, confermando la correttezza della decisione del Tribunale del Riesame.
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Arresti annullati: quando mancano i gravi indizi di colpevolezza
Il caso riguarda un imprenditore, socio di un'azienda di trasporti, sottoposto agli arresti domiciliari per associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e truffa, con l'aggravante di aver agevolato un clan mafioso. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura cautelare. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, annullando l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità hanno rilevato gravi carenze logiche nella motivazione del Tribunale. In particolare, mancano i gravi indizi di colpevolezza circa l'effettiva partecipazione dell'imprenditore al sodalizio criminale. I suoi rapporti commerciali erano limitati a un solo ramo della famiglia coinvolta, senza prove di un reale collegamento con i vertici del clan o di una consapevolezza del disegno criminoso complessivo. Il Tribunale dovrà ora rivalutare interamente la posizione dell'indagato.
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Coltello in discoteca: è tentato omicidio anche con un solo colpo
Un giovane ha sferrato una coltellata al collo di un conoscente in discoteca ed è fuggito senza prestare soccorso. Il Tribunale ha disposto la custodia cautelare in carcere per tentato omicidio, ritenendo sussistente il pericolo di recidiva e l'inadeguatezza dei domiciliari. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'unicità del colpo dimostrasse solo un dolo eventuale o l'intenzione di ferire. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'unicità del fendente non esclude la volontà di uccidere, configurando un dolo alternativo (compatibile con il tentativo). Inoltre, portare un coltello in discoteca dimostra una fredda preordinazione e un'elevata pericolosità sociale, giustificando la massima misura cautelare. L'indagato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Misure cautelari personali: la Cassazione punisce i ricorsi generici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto accusato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa. L'indagato contestava il mantenimento delle misure cautelari personali (l'obbligo di dimora con prescrizioni notturne), lamentando vizi di motivazione in modo generico e cumulativo. La Suprema Corte ha chiarito che non è ammesso dedurre contemporaneamente e senza specifica distinzione la mancanza, la contraddittorietà e la manifesta illogicità della decisione impugnata. Inoltre, i giudici hanno confermato la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando la pericolosità sociale del soggetto, desunta dalla sua precedente latitanza all'estero e dal ruolo di consulente stabile all'interno del gruppo criminale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: no a sconti per i reati di mafia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Ricorrente contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, confermando la custodia cautelare in carcere. Il soggetto era stato condannato in primo grado a otto anni di reclusione per associazione di stampo mafioso. La difesa sosteneva che il tempo trascorso e il ruolo marginale avessero attenuato le esigenze cautelari. La Suprema Corte ha invece ribadito che, per i reati di mafia, opera la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, non superata da elementi di novità. Di conseguenza, l'imputato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Custodia cautelare in carcere: il clan non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga, con l'aggravante di aver agevolato un clan mafioso. La difesa contestava la gravità degli indizi e l'attualità del pericolo, sostenendo che i giudici avessero semplicemente copiato il precedente provvedimento. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che per reati così gravi opera una presunzione di adeguatezza della misura carceraria. Questa presunzione può essere superata solo dimostrando l'effettiva rottura dei legami con la criminalità organizzata. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere.
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Sequestro conservativo: annullato il blocco oltre la provvisionale
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di una terza interessata contro il sequestro conservativo di beni disposto a favore delle parti civili. I giudici hanno chiarito che il sequestro conservativo può essere richiesto solo durante il "processo di merito", periodo che termina definitivamente con il deposito della motivazione della sentenza di appello. Nel caso specifico, la richiesta era stata presentata dopo tale deposito, rendendo la misura illegittima. Tuttavia, poiché la sentenza di condanna è nel frattempo passata in giudicato, la Corte ha stabilito che il sequestro si è comunque convertito automaticamente in pignoramento, ma solo nei limiti della provvisionale di novantamila euro già liquidata. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il sequestro per la parte eccedente, ordinando la restituzione dei beni restanti.
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Traffico di stupefacenti: quando l’acquisto diventa associazione
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Ricorrente, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Le indagini, basate su intercettazioni e videoriprese, hanno svelato un sodalizio criminale dedito allo spaccio. Il Ricorrente sosteneva di essere un semplice acquirente esterno. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che i suoi acquisti costanti e a credito dal capo del gruppo dimostravano un rapporto stabile e duraturo. Questo legame supera la semplice compravendita e configura una vera e propria partecipazione all'organizzazione. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare per l'elevato pericolo di recidiva e la mancanza di elementi che dimostrino una rottura dei legami con il clan.
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Solo fornitore o complice? Carcere per traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il ricorrente, ritenuto il fornitore stabile di cocaina per un gruppo criminale, contestava la sussistenza del vincolo associativo e l'adeguatezza della misura carceraria rispetto agli arresti domiciliari. I giudici hanno chiarito che per configurare la partecipazione al sodalizio non occorre un accordo formale, essendo sufficiente la costante disponibilità a rifornire l'organizzazione con modalità collaudate. Inoltre, la gravità del reato associativo fa scattare la presunzione di adeguatezza del carcere, non superata nel caso di specie anche a causa della precedente latitanza dell'indagato. Il ricorso è stato rigettato.
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Custodia cautelare in carcere: confermato l’arresto del pusher
Il Tribunale di Catanzaro confermava la custodia cautelare in carcere nei confronti de Il Ricorrente, indagato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'insussistenza dei gravi indizi, il mancato riconoscimento della lieve entita del fatto e negando la sussistenza delle esigenze cautelari. Chiedeva inoltre la retrodatazione dei termini di custodia a un precedente arresto in flagranza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la custodia cautelare in carcere e giustificata dalla presunzione di pericolosita per i reati associativi legati alla droga. Inoltre, la retrodatazione e stata esclusa poiche l'ipotesi associativa non era desumibile dagli atti al momento del primo arresto. Il Ricorrente e stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il reato
L'Imputato, condannato in appello a oltre dodici anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ed estorsione, ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto che il lungo tempo trascorso dai fatti (il cosiddetto "tempo silente") e la condotta non più pericolosa avessero affievolito le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il decorso del tempo non attenua automaticamente la pericolosità sociale del soggetto. Nei contesti di criminalità organizzata, la gravità dei reati commessi richiede elementi concreti e rigorosi per superare la presunzione di adeguatezza della misura carceraria, non bastando la mera rinuncia ad alcuni motivi di appello o il riconoscimento di generiche attenuanti. L'Imputato rimane quindi in carcere.
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Custodia cautelare in carcere: confermata la misura per mafia
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa ed estorsione aggravata. Il Tribunale del Riesame aveva ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza basandosi sulle dichiarazioni attendibili di alcuni collaboratori di giustizia e sulle intercettazioni telefoniche. L'indagato fungeva da intermediario e referente per la riscossione del dazio estorsivo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che i giudici di merito hanno motivato la decisione in modo logico e coerente. Inoltre, per i reati di stampo mafioso opera la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, non superata da elementi contrari. Di conseguenza, l'indagato rimane in stato di arresto.
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Utilizzabilità chat Sky ECC: carcere confermato per il portuale
Il Tribunale di Reggio Calabria confermava la custodia in carcere per L'Indagato, accusato di traffico internazionale di droga. La difesa contestava l'utilizzabilità delle chat criptate Sky ECC, ottenute tramite Ordine Europeo di Indagine dalle autorità francesi, ritenendole intercettazioni illegittime e prive di controllo difensivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo la piena utilizzabilità chat Sky ECC. I giudici hanno chiarito che i messaggi già memorizzati su un server estero costituiscono "dati freddi" (documenti informatici) acquisibili ai sensi dell'articolo 234-bis del codice di procedura penale. Non si tratta di intercettazioni in tempo reale, e vige una presunzione di legittimità per le attività svolte dalle autorità straniere. Di conseguenza, la misura cautelare in carcere rimane confermata a causa dell'elevato pericolo di reiterazione del reato.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il Tribunale di Catania ha ripristinato la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato per reati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il lungo tempo trascorso dai fatti, risalenti al 2016, avesse affievolito le esigenze cautelari e che la misura fosse sproporzionata rispetto alle esigenze reali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il semplice decorso del tempo non è sufficiente a superare la presunzione di pericolosità e adeguatezza del carcere prevista per i reati associativi gravi. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: reato vecchio ma pericolo attuale
L'Indagato è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, commessa nel 2014 e, secondo l'accusa iniziale, anche tra il 2016 e il 2020. Il Tribunale del Riesame ha accertato che l'uomo ha partecipato solo all'episodio del 2014, ma ha comunque confermato la misura per l'intero periodo. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso dell'indagato, disponendo l'annullamento senza rinvio della misura per i fatti successivi al 2014. Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'episodio del 2014: nonostante il tempo trascorso, la gravità del fatto, i legami familiari con il clan mafioso che ha continuato l'estorsione e i gravi precedenti penali del soggetto dimostrano l'attualità del pericolo di reiterazione del reato.
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Desistenza volontaria: fuggire dalla vittima non cancella il reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'uomo aveva partecipato a una richiesta di pizzo ai danni di un commerciante, allontanandosi solo dopo che la vittima aveva minacciato di chiamare le forze dell'ordine. La difesa invocava la desistenza volontaria, sostenendo che l'allontanamento escludesse la punibilità. I giudici hanno chiarito che l'allontanamento forzato dalla reazione della vittima non costituisce desistenza volontaria. Inoltre, nei reati in concorso, per beneficiare di questo istituto non basta interrompere la propria azione, ma occorre neutralizzare attivamente il contributo dato al gruppo. Confermata la custodia in carcere.
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Custodia cautelare in carcere per estorsione: il tempo non salva
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso de L'Indagato contro la custodia cautelare in carcere per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'episodio risale al 2014, quando L'Indagato minacciò La Persona Offesa di bruciarle il locale per riscuotere un pizzo destinato a un clan locale. Sebbene il Tribunale del Riesame avesse accertato che il ruolo de L'Indagato fosse limitato al solo episodio del 2014, non aveva annullato la misura per i fatti successivi. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio l'ordinanza per i reati post-2014. Ha invece confermato la custodia cautelare in carcere per l'estorsione del 2014: il lungo tempo trascorso non cancella il pericolo di reiterazione, vista la gravità del fatto, i collegamenti con la criminalità organizzata e i precedenti penali del soggetto.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia in carcere per il reato di tentata estorsione continuata. L'indagato pretendeva il pagamento del pizzo da un commerciante, minacciando di incendiare il locale. I giudici hanno confermato la sussistenza dell'estorsione aggravata dal metodo mafioso, evidenziando il collegamento con l'associazione criminale operante sul territorio. La difesa non ha fornito elementi idonei a superare la doppia presunzione di pericolosità e adeguatezza della misura cautelare in carcere. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il boss anziano resta dentro
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato ultrasettantenne accusato di associazione mafiosa ed estorsione. Inizialmente, il Tribunale del Riesame aveva annullato una precedente misura per mancanza di motivazione sulle eccezionali esigenze cautelari richieste per chi ha più di settant'anni. Il Giudice delle indagini preliminari ha quindi emesso un nuovo provvedimento, spiegando che l'età avanzata non aveva impedito all'indagato di dirigere la cosca mafiosa. La Suprema Corte ha stabilito che la custodia cautelare in carcere è legittima anche per gli ultrasettantenni se sussistono esigenze di eccezionale rilevanza, e che il giudice può emettere una nuova misura correggendo i vizi della precedente senza violare il giudicato cautelare.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari dopo sei mesi
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di sequestro di persona e tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari in un comune distante, valorizzando il decorso del tempo (sei mesi) e la lontananza dal luogo del delitto. I giudici hanno stabilito che il semplice trascorrere del tempo, in assenza di un reale percorso di ravvedimento o di elementi di novità processuale, non attenua la pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere rimane l'unica misura idonea a prevenire il rischio di recidiva e a tutelare la vittima da possibili contatti o ritorsioni.
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