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Art. 275 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 275 Codice di Procedura Penale

Associazione finalizzata al narcotraffico: no ai domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere. L'uomo era accusato di essere l'organizzatore di un'associazione finalizzata al narcotraffico operante in Costiera. La difesa contestava la qualifica di organizzatore e l'inadeguatezza degli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha confermato la decisione del Tribunale, rilevando che l'indagato pianificava costantemente le attività illecite nell'abitazione del capo del sodalizio (ristretto ai domiciliari). I giudici hanno ribadito che per l'associazione finalizzata al narcotraffico opera la presunzione di adeguatezza della sola custodia in carcere, non superata dagli elementi difensivi. Di conseguenza, l'indagato deve scontare la misura cautelare in carcere e pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: confermata la cella per sequestro
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di sequestro di persona aggravato. L'indagato, insieme a quattro complici, aveva costretto la vittima a salire su un'auto sotto minaccia di morte per sottrargli il cellulare, in un contesto legato al traffico di droga. La difesa chiedeva gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, contestando l'attendibilità della vittima. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione delle prove spetta ai giudici di merito e non alla legittimità. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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Rivolta contro buona condotta: pericolo di reiterazione del reato
Durante la pandemia da Covid-19, scoppiava una violenta rivolta nel carcere di Foggia. Il Detenuto partecipava attivamente devastando i locali. Il Tribunale del Riesame applicava la custodia in carcere, ravvisando il pericolo di reiterazione del reato. Il Detenuto ricorreva in Cassazione, sostenendo che l'eccezionalità del contesto pandemico escludesse tale rischio e valorizzando la sua successiva buona condotta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato non richiede la ripetizione dello stesso identico fatto, ma si riferisce a reati della stessa specie, caratterizzati da violenza indiscriminata. La buona condotta successiva non cancella la gravità dei precedenti e dei rilievi disciplinari accumulati.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per mafia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro l'ordinanza che confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato aveva avanzato una rinuncia al ricorso, risultata priva di idonea procura speciale. I giudici hanno confermato la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando che la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere per reati di stampo mafioso può essere superata solo provando la rescissione dei legami con l'associazione criminale. Nel caso di specie, i risalenti e consolidati legami con la criminalità organizzata e i gravi precedenti penali escludono l'applicazione di misure meno afflittive, rendendo irrilevanti anche le esigenze familiari prospettate dalla difesa.
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Sostituzione misura cautelare: il tempo non cancella la rapina
L'Imputato, accusato di concorso in rapina aggravata, ha richiesto la sostituzione misura cautelare della custodia in carcere con gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La difesa ha sostenuto che il decorso di diciassette mesi di detenzione avesse affievolito le esigenze cautelari e che il precedente per evasione fosse di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il semplice decorso del tempo non costituisce un fatto nuovo idoneo a modificare la misura. Inoltre, la precedente condanna per evasione rappresenta un ostacolo insuperabile per ottenere i domiciliari, non avendo la difesa dimostrato la particolare tenuità del fatto. Di conseguenza, l'imputato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: rigettati i domiciliari per mafia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro l'ordinanza del Tribunale di Milano che confermava la custodia cautelare in carcere. L'Imputato era stato condannato in appello a otto anni di reclusione per estorsione e lesioni personali aggravate dal metodo mafioso. La difesa contestava la sussistenza del pericolo di reiterazione e chiedeva i domiciliari. La Suprema Corte ha ribadito che, per i reati aggravati da agevolazione o metodo mafioso, opera una presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere. Tale presunzione può essere superata solo da elementi specifici che dimostrino l'idoneità di misure meno afflittive. Nel caso di specie, la gravità del pestaggio organizzato all'estero e l'assenza di un percorso di dissociazione rendono legittimo il mantenimento della massima misura restrittiva.
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Custodia cautelare in carcere: confermata per il metodo mafioso
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per una donna accusata di aver organizzato una violenta spedizione punitiva a Malta per riscuotere un credito. Il reato di estorsione è stato aggravato dal metodo mafioso, volto a riaffermare l'influenza del clan familiare sul territorio. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, sostenendo la mancanza di attualità del pericolo di reiterazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che per i reati di stampo mafioso opera una presunzione di adeguatezza della misura carceraria. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere resta l'unico strumento idoneo a fronteggiare la pericolosità sociale dell'indagata, la quale è stata anche condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso in riciclaggio: fare il prestanome costa i domiciliari
L'Indagata ha proposto ricorso contro la misura degli arresti domiciliari per associazione a delinquere e concorso in riciclaggio. La donna si era prestata come intestataria fittizia di un conto corrente e di una ditta individuale, permettendo il transito di ingenti somme di provenienza illecita gestite dal capo dell'organizzazione, ricevendo in cambio un compenso economico. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno stabilito che l'accettazione di un compenso e la fittizia intestazione del conto dimostrano la consapevolezza dell'illecito, configurando il dolo eventuale. Inoltre, la partecipazione attiva a condotte seriali, come fingersi falsa erede, prova l'inserimento stabile nel sodalizio criminale.
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Omesso esame della memoria difensiva: tra mafia e biomasse
Un presunto esponente di spicco della criminalità organizzata è stato sottoposto a custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa, estorsione e traffico illecito di rifiuti legati al legno cippato per biomasse. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione lamentando l'omesso esame della memoria difensiva depositata durante il riesame, contenente uno studio scientifico dell'Università di Napoli sulla classificazione delle biomasse. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, annullando l'ordinanza limitatamente ai reati ambientali. I giudici hanno stabilito che l'omesso esame della memoria difensiva contenente elementi nuovi e potenzialmente decisivi determina un vizio di motivazione, imponendo un nuovo esame da parte del Tribunale del Riesame.
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Omesso esame di memoria difensiva: parziale stop al carcere
L'Indagato, accusato di associazione mafiosa, estorsione e traffico illecito di rifiuti, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. La difesa ha presentato una memoria scientifica per dimostrare la liceità del materiale legnoso trattato dall'azienda dell'indagato, ma il Tribunale del Riesame ha ignorato tale documento. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, sancendo che l'omesso esame di memoria difensiva contenente elementi decisivi e inediti determina un vizio di motivazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza limitatamente al reato ambientale, disponendo un nuovo esame davanti al Tribunale di Catanzaro, mentre ha confermato la misura cautelare per gli altri capi d'accusa.
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Custodia cautelare in carcere: ricorso tardivo e cella confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato aveva contestato per la prima volta in Cassazione la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, violando il divieto di proporre motivi nuovi non sollevati in sede di riesame. La Suprema Corte ha inoltre confermato l'adeguatezza della custodia cautelare in carcere, evidenziando che gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico sono insufficienti a scongiurare il pericolo di reiterazione del reato, poiché l'attività illecita può essere facilmente replicata a casa e i contatti con l'esterno non possono essere totalmente impediti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Pericolo di reiterazione del reato: carcere anche dopo tre anni
Durante le proteste per il Covid-19 in un istituto penitenziario, Il Detenuto partecipava attivamente a una rivolta, distruggendo il cancello carraio ed evadendo. Il Tribunale del riesame disponeva la custodia in carcere, decisione impugnata dalla difesa che lamentava l'assenza di un reale pericolo a distanza di tre anni dai fatti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato non richiede l'imminenza di una nuova occasione per delinquere, ma si desume dalla gravità della condotta e dalla personalità violenta del soggetto, evidenziata dai precedenti penali. La pandemia ha rappresentato solo un pretesto per manifestare una spiccata capacità a delinquere, rendendo la carcerazione l'unica misura idonea.
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Rivolta e fuga: confermata la custodia cautelare in carcere
Durante una rivolta in un istituto penitenziario nel marzo del 2020, scatenata dalle restrizioni per la pandemia, Il Detenuto ha partecipato attivamente alla distruzione di un cancello per facilitare l'evasione. Il Tribunale del Riesame ha disposto nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere per il reato di devastazione. Il Detenuto ha proposto ricorso contestando l'attualità del pericolo a distanza di tre anni dai fatti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno stabilito che il tempo trascorso non cancella il pericolo di reiterazione se la personalità del soggetto, desunta da precedenti penali e reati successivi violenti, dimostra una spiccata aggressività e un totale rifiuto dell'autorità.
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Esigenze cautelari: il tempo cancella la custodia in carcere
Il Tribunale di Catanzaro confermava la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato ricorreva in Cassazione contestando sia i gravi indizi sia la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando il lungo tempo trascorso dai fatti, avvenuti nel 2017, e l'assenza di nuovi reati. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile la contestazione sugli indizi, ma ha accolto il ricorso sul secondo punto. I giudici hanno stabilito che il decorso del tempo e la possibilità di applicare misure meno severe, come gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, richiedono una motivazione specifica e non formule generiche. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame sulle esigenze cautelari.
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Associazione di stampo mafioso: dai lavori pubblici al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un imprenditore accusato di associazione di stampo mafioso e frode in pubbliche forniture. L'indagato, ritenuto organizzatore di una cosca locale, gestiva imprese edili per acquisire appalti pubblici e finanziare il clan. Tra le accuse spicca l'uso di tubature difettose in un appalto stradale. La difesa sosteneva la mancanza di prove recenti sulla sua partecipazione al clan e l'assenza di dolo nella frode. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che il ruolo di organizzatore spetta a chi dirige un settore illecito del gruppo con poteri decisionali. Inoltre, l'associazione mafiosa è un reato permanente: senza prove di un effettivo allontanamento volontario, il legame criminale si presume ancora attivo, giustificando la massima misura cautelare.
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Custodia cautelare in carcere: confermata per il porto di cocaina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere. L'uomo era accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico internazionale, con il compito di coordinare il recupero di ingenti carichi di cocaina nel porto di Gioia Tauro tramite operai infedeli. La difesa contestava la gravità indiziaria e l'attualità del pericolo di reiterazione. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione delle intercettazioni spetta al giudice di merito e che l'attualità del pericolo non richiede l'imminenza di una specifica occasione, ma una prognosi basata sulla professionalità criminale del soggetto e sull'uso di canali occulti.
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Tentata estorsione: il dubbio sul debito esclude il carcere
Il Tribunale applicava la custodia in carcere a un uomo per il reato di tentata estorsione, ritenendo che avesse minacciato la vittima via SMS per recuperare un credito di droga di 700 euro. L'indagato ricorreva in Cassazione, sostenendo che si trattasse di un legittimo recupero crediti, configurabile al massimo come esercizio arbitrario delle proprie ragioni, reato che non consente il carcere. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, evidenziando che non vi erano prove certe sull'origine illecita del debito e che, nel dubbio, si applica il principio del favor rei. Inoltre, i fatti risalivano a cinque anni prima, escludendo l'attualità del pericolo. L'ordinanza di custodia è stata annullata con rinvio.
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Esigenze cautelari: il tempo cancella il carcere preventivo
Un indagato è stato sottoposto a custodia in carcere per concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso, commessa nel 2018 per riscuotere il pizzo da un imprenditore. La difesa ha fatto ricorso contestando la sussistenza delle esigenze cautelari a distanza di oltre quattro anni dai fatti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso su questo punto specifico. Pur confermando i gravi indizi di colpevolezza e l'aggravante mafiosa, la Corte ha stabilito che il lungo tempo trascorso attenua la presunzione di pericolosità sociale. Il Tribunale del Riesame avrebbe dovuto valutare concretamente se le esigenze cautelari fossero ancora attuali, non potendosi limitare a formule generiche sul contesto criminale. L'ordinanza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Rompe con lo Zio Boss: annullata la custodia cautelare in carcere
Un uomo finisce in carcere preventivo con l'accusa di appartenere a un'associazione mafiosa capeggiata da suo zio. Le prove principali derivano da intercettazioni in cui ammette di aver commesso reati per conto del parente. La Corte di Cassazione, tuttavia, ha annullato l'ordinanza di custodia. Il motivo risiede nella mancanza di una adeguata valutazione sulla **attualità delle esigenze cautelari**. I giudici hanno stabilito che il Tribunale del riesame ha ignorato sia il notevole tempo trascorso dai fatti, sia la volontà dell'indagato, emersa dalle stesse intercettazioni, di interrompere ogni rapporto con lo zio. La vicenda è stata quindi rinviata a un nuovo giudice per una valutazione più approfondita.
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Corruzione elettorale: PM sbaglia ricorso, candidata resta libera
Una candidata sindaco, inizialmente agli arresti per corruzione, viene liberata dal Tribunale del Riesame che riqualifica il reato in corruzione elettorale. Il Pubblico Ministero ricorre in Cassazione contestando solo la qualificazione giuridica del fatto, ma omettendo di argomentare sulla persistente necessità della misura cautelare. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile del PM per carenza di interesse. Viene così stabilito il principio secondo cui l'accusa, per ottenere il ripristino di una misura restrittiva, deve dimostrare non solo la fondatezza delle accuse, ma anche la concreta e attuale pericolosità dell'indagato.
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