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Art. 27 Costituzione — Sezione Prima Penale

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Altri anni per Art. 27 Costituzione

Regime carcerario 41-bis: scambi ammessi solo con preavviso
Un detenuto sottoposto al regime carcerario 41-bis ha contestato l'obbligo imposto dall'Amministrazione Penitenziaria di presentare una richiesta scritta il giorno precedente per poter scambiare oggetti di modico valore con altri detenuti del suo stesso gruppo di socialità. Il detenuto riteneva che tale regola annullasse il diritto allo scambio riconosciuto dalla Corte Costituzionale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'obbligo di preavviso di un giorno è legittimo. Questa misura non cancella il diritto del detenuto, ma ne regola l'esercizio per consentire controlli di sicurezza accurati e ponderati da parte del personale carcerario, prevenendo comunicazioni illecite. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Permesso premio: la Cassazione cancella il no automatico
Il Detenuto, condannato all'ergastolo per associazione mafiosa, ha richiesto un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda, ritenendo che l'uomo non avesse dimostrato la rottura dei legami con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Detenuto. I giudici hanno stabilito che il Tribunale ha ignorato le prove presentate dalla difesa, come la confessione e la regolare condotta. Inoltre, la Cassazione ha chiarito che si applica la nuova legge del 2022, che richiede una valutazione approfondita e concreta della pericolosità sociale del detenuto non collaborante. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Regime di 41-bis: sì alla spesa comune contro i divieti
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Ministero della Giustizia, confermando il diritto di un detenuto sottoposto al Regime di 41-bis di acquistare i generi alimentari ordinari previsti per la popolazione carceraria comune. Il Ministero riteneva che la limitazione dei cibi acquistabili fosse necessaria per evitare posizioni di supremazia all'interno dell'istituto. I giudici hanno invece stabilito che le restrizioni del regime speciale devono mirare esclusivamente a impedire i contatti con l'esterno. Poiché l'acquisto di cibi comuni non agevola le comunicazioni criminali e i limiti generali già escludono i beni di lusso, il divieto dell'amministrazione rappresentava una sofferenza aggiuntiva e ingiustificata. Vince il detenuto, che potrà effettuare gli acquisti desiderati.
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Regime detentivo differenziato: sì al cibo dei detenuti comuni
Un detenuto sottoposto al regime detentivo differenziato ha contestato il divieto di acquistare i generi alimentari ordinari concessi ai detenuti comuni. Il Tribunale di Sorveglianza ha accolto la sua richiesta, ritenendo il divieto privo di giustificazione e unicamente afflittivo. L'Amministrazione Penitenziaria ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la limitazione servisse a evitare che il detenuto dimostrasse la propria superiorità criminale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Amministrazione. I giudici hanno stabilito che vietare l'acquisto di cibi ordinari, senza una specifica e concreta motivazione legata alla sicurezza o al rischio di comunicazioni con l'esterno, viola la Costituzione. Il detenuto ha quindi ottenuto il diritto di acquistare i cibi desiderati.
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Regime detentivo speciale: cibo comune o punizione inutile?
Il Ministero della Giustizia ha impugnato la decisione che consentiva a un detenuto in regime detentivo speciale di acquistare generi alimentari ordinari (il cosiddetto sopravitto). L'amministrazione sosteneva che il divieto fosse necessario per ragioni di sicurezza e per evitare posizioni di supremazia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Ministero. I giudici hanno stabilito che limitare l'acquisto di cibi comuni, già accessibili ai detenuti ordinari, non risponde a reali esigenze di sicurezza ma si traduce in una inutile afflizione aggiuntiva. Eventuali restrizioni devono essere motivate da pericoli concreti e specifici, non da timori astratti. Vince quindi il detenuto, che mantiene il diritto di acquistare i generi alimentari standard.
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Permesso premio negato: la buona condotta non cancella il silenzio.
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una detenuta, condannata per omicidio in concorso, contro il diniego di un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato il beneficio a causa del rifiuto della donna di confrontarsi con gli educatori sui fatti di causa, mostrando una chiusura totale. La Suprema Corte ha chiarito che, sebbene la confessione del reato non sia un requisito obbligatorio per ottenere il permesso premio, l'assenza di una revisione critica del proprio comportamento impedisce di valutare positivamente la riduzione della pericolosità sociale. Di conseguenza, l'atteggiamento di chiusura verso l'equipe trattamentale rende legittimo il rifiuto del beneficio, a prescindere dalla condotta regolare all'interno del carcere e dalla disponibilità di una struttura di accoglienza esterna.
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Liberazione anticipata: revocata se il detenuto comanda dal carcere
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza che aveva negato la revoca della liberazione anticipata a un detenuto. Durante i periodi di detenzione in cui beneficiava dello sconto di pena, il soggetto aveva continuato a guidare un'associazione di stampo mafioso, stringendo persino nuove alleanze criminali dal carcere. La Suprema Corte ha chiarito che la liberazione anticipata non spetta a chi mantiene una condotta solo apparentemente corretta ma continua a delinquere. Il beneficio richiede un'effettiva partecipazione all'opera di rieducazione, incompatibile con la persistenza del vincolo associativo criminale. L'ordinanza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Misure alternative alla detenzione: no al domicilio implicito
Il Tribunale di sorveglianza dichiarava inammissibile la richiesta di misure alternative alla detenzione presentata da un condannato, poiché priva della formale dichiarazione o elezione di domicilio prevista dalla legge. Il condannato ricorreva in Cassazione, sostenendo che il suo indirizzo fosse già noto agli atti del procedimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'indicazione del domicilio non è un mero formalismo. Tale adempimento è infatti indispensabile per consentire all'autorità giudiziaria di verificare l'idoneità del percorso di reinserimento sociale e monitorare la condotta del soggetto, garantendo la funzione rieducativa della pena. Di conseguenza, la mancanza di questa formale indicazione rende la domanda improcedibile.
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Regime di sorveglianza particolare: sicurezza batte comodità
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione del regime di sorveglianza particolare per la durata di sei mesi nei confronti di un detenuto ristretto in regime di 41-bis. Il provvedimento è stato adottato a seguito di numerose e gravi infrazioni disciplinari, tra cui aggressioni fisiche e minacce a compagni di cella e agenti di polizia penitenziaria. La difesa contestava la privazione di arredi non essenziali (come televisore e fornellino), ritenendola contraria alla dignità umana. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la sottrazione di tali oggetti è legittima e funzionale a prevenire ulteriori condotte violente e a garantire la sicurezza interna del carcere. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Regime detentivo speciale: confermato il 41-bis per il boss
La Corte di Cassazione ha confermato la proroga del regime detentivo speciale per Il Detenuto, condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidio. Il difensore contestava la decisione sostenendo che l'uomo si fosse dissociato dal clan e che avesse tenuto una condotta esemplare in carcere. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto legittima la proroga. La decisione si fonda sul ruolo di vertice ricoperto dall'uomo all'interno della consorteria criminale e sulle dichiarazioni di recenti collaboratori di giustizia, che confermano come egli riesca ancora a esercitare la sua influenza all'esterno tramite i propri familiari. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, confermando la misura restrittiva.
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Proroga del regime 41-bis: buona condotta contro legami mafiosi
La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento con cui è stata disposta la proroga del regime 41-bis nei confronti di un detenuto, esponente di spicco di un mandamento mafioso. Il ricorrente contestava la decisione sostenendo che la lunghissima detenzione e la buona condotta avessero reciso i legami con l'esterno. I giudici hanno invece ritenuto legittima la decisione del Tribunale di Sorveglianza. La proroga del regime 41-bis si fonda sul concreto pericolo di ripristino dei collegamenti con la criminalità organizzata, accertato tramite recenti indagini di polizia e dichiarazioni di collaboratori di giustizia che confermano l'operatività del clan di riferimento. L'appello è stato quindi rigettato.
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Trattenimento della corrispondenza in carcere: ricorso nullo
Un detenuto ha proposto ricorso contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza che confermava il trattenimento della corrispondenza in carcere, nello specifico una lettera contenente atti giudiziari inviata da un terzo. Il ricorrente sosteneva l'assenza di pericoli concreti per la sicurezza dell'istituto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché generico. La Suprema Corte ha chiarito che il controllo di legittimità non può sovrapporsi alle valutazioni di merito del giudice precedente, se queste sono logicamente coerenti. Di conseguenza, il detenuto è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: no ad aumenti di pena forfettari
Il Condannato ha proposto ricorso contro la decisione del Giudice dell'esecuzione che, nel riconoscere il reato continuato tra una condanna per usura e una per furto e truffa, aveva applicato un aumento di pena cumulativo e forfettario per i reati minori. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice non può limitarsi a un aumento complessivo ma deve specificare l'incremento di pena per ciascun reato satellite. La sentenza impugnata è stata annullata limitatamente al trattamento sanzionatorio, disponendo il rinvio a un nuovo giudice per la corretta rideterminazione della pena.
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Patteggiamento in fase esecutiva: no a sconti per troppi reati
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato in fase di esecuzione, proponendo un accordo per una pena complessiva di un anno e due mesi di reclusione e 1.400 euro di multa. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta, ritenendo la pena del tutto incongrua rispetto al numero (venti) e alla gravità dei furti commessi. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che il giudice ha il potere-dovere di valutare la ragionevolezza della sanzione concordata. Nel caso di specie, il patteggiamento in fase esecutiva è stato legittimamente negato poiché l'elevato numero di reati dimostra una spiccata inclinazione a delinquere, incompatibile con una pena eccessivamente mite.
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Misura alternativa della semilibertà: ammesso il volontariato
Il Tribunale di Sorveglianza concedeva a un detenuto la misura alternativa della semilibertà per svolgere attività di volontariato come cuoco. Il Procuratore Generale impugnava il provvedimento, contestando la mancata valutazione della pericolosità sociale del soggetto, legata a vecchi procedimenti per reati associativi e a presunti legami con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'accusa. I giudici di legittimità hanno evidenziato che il Tribunale di Sorveglianza ha motivato correttamente la decisione: i reati contestati risalivano a oltre vent'anni prima, il detenuto aveva mostrato un eccellente percorso rieducativo e l'attività di volontariato proposta era idonea al reinserimento. La Cassazione ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità se la motivazione del giudice di merito è logica e completa.
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Diritti dei detenuti: cibo in cella contro sicurezza interna
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un detenuto contro il divieto di acquistare farina e lievito tramite il sopravvitto. Il Tribunale di sorveglianza aveva ritenuto legittimo il provvedimento della direzione carceraria, giustificato dalla facile infiammabilità di tali sostanze e dalla loro non essenzialità per la salute. La Cassazione ha confermato che la tutela dei diritti dei detenuti non impedisce limitazioni ragionevoli e proporzionate per motivi di sicurezza interna. Inoltre, la diversità di regole tra istituti penitenziari non costituisce discriminazione, ma risponde alle specifiche esigenze di ciascuna struttura. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Permesso premio negato: l’ergastolano dissociato resta in cella
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un detenuto, condannato all'ergastolo per omicidio e associazione mafiosa, contro il diniego del permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza aveva ritenuto insufficiente la sua generica lettera di dissociazione, evidenziando il suo ruolo di spicco nel clan come custode delle armi e la mancanza di un lavoro. La Suprema Corte ha confermato che, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale n. 253/2019 abbia superato il divieto assoluto di benefici per i non collaboranti, spetta comunque al detenuto l'onere di allegare elementi concreti e specifici che dimostrino l'effettiva rescissione dei legami con la criminalità organizzata e l'assenza di pericoli di ripristino. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Esecuzione della pena presso il domicilio: no al cumulo scisso
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a una detenuta l'esecuzione della pena presso il domicilio ai sensi della legge 199/2010. La donna scontava una pena cumulativa comprendente anche reati ostativi, e chiedeva la scissione del cumulo sostenendo di aver gi espiato la quota di pena relativa al reato ostativo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che il cumulo di pene comprendente reati ostativi non pu" essere scisso per concedere la misura alternativa, anche se la parte di pena per il reato ostativo " gi stata scontata. La preclusione si basa sulla pericolosit soggettiva del condannato, desunta dal suo intero percorso criminale.
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Proroga del regime carcerario 41-bis: la condotta non basta
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime carcerario 41-bis per un detenuto, ritenuto esponente di vertice di un clan mafioso. La difesa ha impugnato la decisione sostenendo che il lungo tempo trascorso in carcere, la buona condotta e una vecchia dichiarazione di dissociazione avessero reciso i legami con l'esterno. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno evidenziato che la pericolosità del detenuto è ancora attuale, come dimostrato da recenti colloqui in carcere con il fratello, nei quali si discuteva della gestione del clan. La Suprema Corte ha ribadito che il decorso del tempo non cancella automaticamente il regime carcerario 41-bis se permane la capacità di inviare direttive all'esterno, confermando la legittimità costituzionale della norma.
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Affidamento in prova negato: tra recidiva e risarcimenti mancati
Il Tribunale di sorveglianza ha negato l'affidamento in prova a un condannato con plurime condanne per truffa e reati finanziari. La decisione si fonda sulla condotta recidiva, sulla mancanza di risarcimento alle vittime e sull'inidoneità dell'attività lavorativa proposta, svolta presso un'azienda già usata per compiere illeciti. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un travisamento dei fatti sull'operatività aziendale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che per concedere l'affidamento in prova non basta l'assenza di elementi negativi, ma servono elementi positivi che dimostrino una reale rieducazione. La Cassazione ha condannato il ricorrente anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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