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Art. 235 Codice Penale — Sezione Settima Penale

Altri anni per Art. 235 Codice Penale

Rapina aggravata in branco: identikit valido e ricorso respinto
Due persone hanno subito una condanna per rapina aggravata commessa di notte in un luogo affollato insieme ad altri complici. I testimoni e le persone offese hanno descritto con precisione abiti e fattezze degli aggressori, permettendo alle forze dell'ordine di fermarli con un coltello al seguito. I due imputati hanno presentato ricorso in Cassazione contestando il riconoscimento sul posto, l'aggravante del numero dei partecipanti e l'espulsione dal territorio dello Stato. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I giudici hanno confermato la piena validità del riconoscimento informale e l'applicabilità dell'aggravante per cinque o più persone anche se gli altri complici restano ignoti. Per i condannati è scattata la conferma definitiva della pena, l'espulsione e il pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato e distanza temporale: ricorso respinto
Un condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato per unificare le sanzioni derivanti da due distinte sentenze penali. Il Tribunale ha respinto la domanda a causa dell'intervallo di cinque anni tra le condotte criminose. Il ricorrente ha impugnato l'ordinanza dinanzi alla Corte di Cassazione, sostenendo che l'omogeneità dei reati commessi rendesse irrilevante la distanza temporale. I giudici di legittimità hanno respinto integralmente la tesi difensiva. La Corte ha chiarito che la somiglianza delle condotte dimostra soltanto una generale tendenza a delinquere e non un piano iniziale unitario. Per questo motivo, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato il richiedente alle spese e al pagamento di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Espulsione violata e applicazione della recidiva: pena confermata
L'imputato ha presentato ricorso per contestare l'applicazione della recidiva reiterata specifica infraquinquennale, applicata per aver violato l'ordine di espulsione dal territorio dello Stato. La difesa sosteneva che i giudici di merito non avessero valutato concretamente la sua reale pericolosità sociale prima di aumentare la pena. La Corte di Cassazione ha respinto la doglianza dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno accertato che l'uomo aveva già riportato precedenti condanne per il medesimo reato in un ristretto arco temporale. Inoltre, le modalità del nuovo arresto hanno confermato la piena indifferenza alle regole della convivenza civile. La Suprema Corte ha convalidato la decisione e condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione e condanna a tremila euro
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di un cittadino straniero condannato a un anno di reclusione per la violazione delle norme sull'espulsione, con contestazione della recidiva. L'imputato ha presentato impugnazione contestando il calcolo temporale della recidiva e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno riscontrato l'inadeguatezza dei motivi proposti, ritenuti generici e tesi a sollecitare una nuova valutazione dei fatti già ampiamente esaminati nei precedenti gradi di giudizio. La Corte ha dunque stabilito l'inammissibilità del ricorso per cassazione, confermando la condanna dell'imputato e imponendogli il pagamento delle spese processuali, oltre al versamento della somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Misura di sicurezza dell’espulsione tra reati e ricorso negato
L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello, contestando il diniego delle attenuanti generiche e l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato. I giudici di merito avevano fondato la decisione sul giudizio negativo della personalità del soggetto e sulla sua concreta pericolosità sociale, evidenziata dalla reiterazione di reati identici persino durante l'applicazione di una misura cautelare. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile a causa della genericità delle censure difensive, le quali non affrontavano la logica e coerente motivazione espressa nel provvedimento impugnato. L'Imputato ha quindi perso il ricorso, con conseguente conferma della misura e condanna al versamento delle spese di giustizia e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Diniego delle attenuanti generiche e spaccio: ricorso respinto
L'Imputato ha presentato ricorso per contestare la sentenza di appello che aveva confermato la sua condanna penale, lamentando la mancata concessione di sconti di pena e l'ordine di allontanamento dal Paese. La Suprema Corte ha confermato la piena legittimità della decisione precedente, evidenziando che i precedenti penali ostacolano il riconoscimento dei benefici. Il diniego delle attenuanti generiche risulta pienamente giustificato dalla presenza di otto precedenti condanne per spaccio e dalla dimostrata pericolosità sociale del soggetto, confermata dall'attività illecita prolungata nel tempo. I giudici hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile, condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione pecuniaria.
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Rapina: Ricorso Inammissibile per Motivi Generici, Condanna Confermata
Un individuo, condannato per rapina, ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello che confermava la sua responsabilità e l'applicazione di una misura di sicurezza di espulsione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I motivi presentati dall'imputato, che contestavano la mancanza di motivazione sulla sua responsabilità, sull'attenuante del risarcimento del danno e sulla sua pericolosità sociale, sono stati ritenuti generici e ripetitivi rispetto a quanto già esaminato e motivato dalla Corte d'Appello. La decisione sottolinea l'importanza di motivi specifici e non meramente ripropositivi per un ricorso.
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Espulsione dal territorio dello Stato: confermata la misura
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato l'eseguibilità della misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato a carico di un cittadino straniero condannato. L'interessato ha proposto ricorso per cassazione, contestando la mancata valutazione delle proprie memorie difensive e l'accertamento della propria pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'omessa valutazione di memorie difensive non produce nullità quando la motivazione del provvedimento finale risulta congrua e completa. L'accertamento della pericolosità poggiava su elementi solidi: i precedenti penali del condannato, l'assenza di un valido permesso di soggiorno e la totale mancanza di stabili riferimenti socio-lavorativi sul territorio italiano. Il ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misura di sicurezza dell’espulsione: quando scatta il rimpatrio
Un cittadino straniero condannato in via definitiva ha contestato l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato disposta dalla magistratura di sorveglianza. Il Tribunale di sorveglianza ha confermato il rimpatrio coattivo rilevando la totale assenza di legami familiari in Italia, la mancanza di un lavoro lecito, l'inesistenza di una dimora stabile e il mancato accesso a percorsi rieducativi premiali. L'interessato ha proposto ricorso per cassazione chiedendo un nuovo apprezzamento sul proprio profilo di pericolo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché le censure miravano a una rivalutazione dei fatti già logicamente argomentati, condannando il ricorrente alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Diniego delle attenuanti generiche: quando la Cassazione conferma
L'Imputato è stato condannato a quattro anni e otto mesi di reclusione per il reato di traffico internazionale di stupefacenti, oltre alla misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'ingiustificato diniego delle attenuanti generiche e la sproporzione della misura espulsiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno confermato che il diniego delle attenuanti generiche è ampiamente giustificato dalla gravità della condotta organizzata, dai precedenti penali dell'imputato e dai suoi legami con la criminalità internazionale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Espulsione dello straniero: la gravità del reato batte la difesa
Il Tribunale di Sorveglianza applicava a un cittadino straniero la misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero dal territorio dello Stato, dopo una condanna a quattro anni di reclusione per lesioni personali aggravate contro la figlia. Il condannato ricorreva in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sulla sua effettiva pericolosità sociale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la legittimità del provvedimento, poiché la pericolosità sociale emergeva chiaramente dalla gravità del reato commesso e dal disprezzo mostrato verso la vittima, trattata come un oggetto. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Furto con strappo: condanna definitiva ed espulsione confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per furto con strappo pluriaggravato e lesioni gravissime. L'imputato contestava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e l'ordine di espulsione dal territorio dello Stato. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione precedente, rilevando che il diniego delle attenuanti era ampiamente motivato dalla gravità dei fatti. Inoltre, la misura di sicurezza dell'espulsione è stata ritenuta corretta in quanto basata su una concreta valutazione della pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente perde definitivamente il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misura di sicurezza dell’espulsione: confermato il rigetto
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la misura di sicurezza dell'espulsione nei confronti di un cittadino straniero, ritenuto socialmente pericoloso. Lo straniero ha proposto ricorso per Cassazione contestando la decisione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché il ricorrente ha sollevato questioni di puro merito, già ampiamente e logicamente analizzate nei gradi precedenti. Di conseguenza, la Corte ha confermato il provvedimento e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Espulsione dello straniero: spaccio in casa e rigetto del ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato a nove anni di reclusione per la detenzione di oltre mezzo chilo di cocaina. L'imputato contestava il diniego delle circostanze attenuanti generiche e l'ordine di espulsione dello straniero dal territorio dello Stato. I giudici di legittimità hanno confermato la legittimità della decisione. La mancata concessione delle attenuanti è giustificata dalla gravità della condotta, mentre l'espulsione dello straniero trova solido fondamento nella sua accertata pericolosità sociale. L'uomo aveva infatti trasformato la propria abitazione in una vera e propria centrale di spaccio, dimostrando di possedere stabili e consolidati legami con importanti fornitori di droga. Oltre alla conferma della condanna, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Pericolosità sociale: disintossicazione non ferma l’espulsione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per rapina e furto aggravato, confermando l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione dall'Italia. La difesa contestava la sussistenza della pericolosità sociale attuale, sostenendo che l'imputato avesse completato un percorso di disintossicazione. I giudici hanno chiarito che la pericolosità sociale non derivava solo dall'uso di droga, ma dalla gravità dei reati commessi di notte in abitazioni private, con l'uso di violenza. Il ricorso è stato ritenuto generico perché non ha contestato queste specifiche motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Fatto di lieve entità: lo spaccio organizzato non ha sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati condannati per spaccio continuato di cocaina e hashish. Uno dei ricorrenti ha rinunciato al ricorso, mentre per l'altro la Corte ha confermato la pericolosità sociale e l'espulsione dall'Italia. I giudici hanno negato la riqualificazione del reato come fatto di lieve entità, evidenziando che l'attività non era affatto occasionale o minima. Gli imputati, infatti, gestivano uno spaccio organizzato con telefoni dedicati, veicoli e una clientela fidelizzata, garantendo continuità nelle vendite. La sentenza ribadisce che per riconoscere il fatto di lieve entità occorre una minima offensività complessiva della condotta, esclusa in questo caso dall'organizzazione e dal volume dei traffici. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e a una sanzione pecuniaria.
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Rientro illegale dopo espulsione: condannato chi usa falso nome
Un cittadino straniero, già espulso dall'Italia, viene condannato per essere rientrato nel territorio nazionale. Per eludere i controlli, aveva utilizzato un passaporto con generalità diverse. La sua difesa sostiene la mancanza di consapevolezza del divieto, ma la Corte di Cassazione conferma la condanna per rientro illegale dopo espulsione. I giudici hanno stabilito che l'uso di un'identità differente dimostra in modo inequivocabile la piena coscienza di violare la legge. L'appello è stato quindi dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Espulsione per pericolosità sociale: senza lavoro né famiglia, via
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della espulsione per pericolosità sociale di un uomo condannato per traffico internazionale di droga. La decisione si fonda non solo sui precedenti penali, ma in modo decisivo sull'assenza di qualsiasi legame familiare, sociale o lavorativo sul territorio nazionale. Secondo i giudici, questa mancanza di integrazione rappresenta una condizione di vulnerabilità che aumenta il rischio di ricadere nel reato. L'appello del condannato è stato respinto perché non è riuscito a contestare efficacemente questa logica valutazione. La sentenza stabilisce che l'isolamento sociale è un fattore chiave per determinare la pericolosità di un individuo.
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Pericolosità Sociale: Lavoro e Famiglia non bloccano l’espulsione
Un uomo, destinatario di una misura di sicurezza con espulsione a causa della sua ritenuta pericolosità sociale, ha fatto ricorso in Cassazione. Sosteneva che i giudici non avessero considerato la sua situazione attuale, inclusi i legami familiari in Italia e un'opportunità di lavoro, elementi che a suo dire dimostravano il superamento della sua pericolosità. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che la valutazione del Tribunale di Sorveglianza era corretta e ben motivata, e che il ricorso era solo un tentativo di ridiscutere i fatti, cosa non permessa in sede di legittimità. Di conseguenza, la misura dell'espulsione è stata confermata.
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Espulsione dello straniero: legittima anche per spaccio minore
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell'espulsione dello straniero come misura di sicurezza anche in caso di condanna per un reato di spaccio considerato 'minore'. Sebbene la sostanza stupefacente fosse di scarsa qualità, la Corte ha ritenuto decisiva la valutazione della pericolosità sociale dell'individuo. Tale pericolosità era dimostrata da elementi concreti come un'organizzazione rudimentale, la disponibilità di un casolare isolato per l'attività e il possesso di materiale per il confezionamento. L'appello dello straniero è stato quindi dichiarato inammissibile, confermando che la misura di sicurezza non dipende dalla gravità del reato ma dal rischio che la persona commetta nuovi crimini.
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