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Art. 2087 Codice Civile — Anno 2023

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Altri anni per Art. 2087 Codice Civile

Demansionamento Pubblico Impiego: Ruolo revocato, ma non illegittimo
Un dipendente pubblico, a cui era stato revocato un incarico temporaneo di 'capo team', ha citato in giudizio l'Amministrazione Pubblica per demansionamento. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta, chiarendo un punto cruciale sul demansionamento nel pubblico impiego. I giudici hanno stabilito che la valutazione si basa sul criterio dell' 'equivalenza formale': le nuove mansioni devono semplicemente rientrare nella stessa area contrattuale del dipendente. Non rileva la perdita di un ruolo di coordinamento o la minore professionalità percepita, se i nuovi compiti sono formalmente coerenti con l'inquadramento. Di conseguenza, la revoca dell'incarico e l'assegnazione a nuove mansioni equivalenti per categoria non costituiscono un illecito.
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Licenziamento illegittimo per colpa condivisa con l’azienda
Un operaio viene licenziato per aver causato un incidente con una gru, mettendo a rischio un collega e danneggiando le strutture. La Corte di Cassazione ha confermato che si tratta di un licenziamento illegittimo. Sebbene l'errore del lavoratore fosse evidente, i giudici hanno dato peso anche alle mancanze dell'azienda, che non aveva fornito adeguate dotazioni di sicurezza. La sanzione del licenziamento è stata quindi ritenuta sproporzionata. Al lavoratore è stata riconosciuta un'indennità economica, ma non il reintegro sul posto di lavoro.
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Manager ‘parcheggiato’: scatta il risarcimento da inattività forzata
Un dirigente pubblico, trasferito presso un Ente, viene assegnato a un incarico di 'studio e ricerca' che si rivela fittizio, lasciandolo in uno stato di totale inoperosità. La Corte di Cassazione ha confermato il suo diritto al risarcimento danno da inattività forzata. Secondo i giudici, lasciare un dipendente senza compiti è una violazione contrattuale grave, persino peggiore del demansionamento, perché lede il diritto fondamentale al lavoro e la dignità professionale. Tale danno si presume esistente e va risarcito, anche se il lavoratore continua a percepire lo stipendio. L'Ente pubblico è stato quindi condannato a risarcire il dirigente.
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Licenziamento per giusta causa e sicurezza sul lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato a una cassiera di un supermercato. La lavoratrice era stata accusata di negligenza per aver permesso a tre clienti di sottrarre merce non pagata. Tuttavia, è emerso che la dipendente aveva agito in uno stato di soggezione e timore per la propria incolumità, avendo richiesto invano l'intervento della sicurezza aziendale. La Corte ha stabilito che l'inadempimento datoriale all'obbligo di protezione (Art. 2087 c.c.) giustifica la condotta della lavoratrice, rendendo il licenziamento privo di fondamento disciplinare.
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Licenziamento ingiurioso: quando spetta il danno?
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda di risarcimento danni avanzata da un lavoratore per un presunto licenziamento ingiurioso. Il ricorrente lamentava il mancato riconoscimento del danno morale e all'immagine, oltre alla tardività della reintegrazione. I giudici di merito avevano escluso la natura ingiuriosa del recesso, non riscontrando prove di modalità offensive o lesive della dignità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione delle prove e della credibilità dei testimoni spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere oggetto di riesame in sede di legittimità, a meno che non venga dimostrato l'omesso esame di un fatto storico decisivo.
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Contratti a termine: risarcimento e stabilizzazione
Un lavoratore ha impugnato la sentenza che negava il risarcimento per l'abusiva reiterazione di **contratti a termine** stipulati con un ente pubblico. Inizialmente impiegato come LSU, il ricorrente aveva poi sottoscritto contratti di diritto privato prorogati per anni. La Corte di Cassazione ha stabilito che la natura assistenziale dei progetti regionali non esclude l'applicazione delle tutele europee se il rapporto si configura come un effettivo impiego subordinato. La successiva stabilizzazione del lavoratore non cancella automaticamente il diritto al risarcimento del danno comunitario, a meno che non sia direttamente e causalmente derivante dall'abuso come misura riparatoria specifica.
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Licenziamento ritorsivo: prova e Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso di un dirigente che lamentava un licenziamento ritorsivo e un precedente demansionamento. I giudici di merito avevano già escluso l'intento vendicativo, interpretando i conflitti come normale dialettica aziendale. La Suprema Corte ha ribadito che, in presenza di una doppia conforme, non è possibile richiedere un nuovo esame delle prove documentali e testimoniali se queste non risultano decisamente invalidanti per la decisione già presa.
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Mobbing e onere della prova: la guida legale
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto delle pretese risarcitorie di un lavoratore che lamentava episodi di Mobbing e il mancato pagamento di ferie e straordinari. La decisione sottolinea che l'allegazione dei fatti deve essere specifica: non basta denunciare un clima ostile, ma occorre dettagliare i singoli episodi e il disegno persecutorio. Per quanto riguarda le ferie, la firma delle buste paga unita alla mancata contestazione per anni ha costituito una prova presuntiva dell'avvenuto pagamento.
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Demansionamento: stop subordinazione tra funzionari
Una funzionaria comunale inquadrata in categoria D3 ha denunciato un grave demansionamento dopo essere stata trasferita da un ruolo direttivo a compiti esecutivi di sportello. Nonostante l'inammissibilità dei ricorsi per vizi procedurali, la Suprema Corte ha enunciato un principio fondamentale: i funzionari ex ottava qualifica (D3) godono di un'autonomia tale da non poter essere subordinati ad altri funzionari, ma solo a dirigenti. La decisione conferma che il demansionamento si configura anche quando la nuova posizione, pur formalmente elevata, svuota di fatto le responsabilità del lavoratore.
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Demansionamento: quando il cambio mansioni è lecito
Un lavoratore ha agito in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni da demansionamento, sostenendo che la rimozione dal ruolo di caporeparto fosse un atto ritorsivo. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, accertando che il cambio di mansioni era giustificato da criticità gestionali e che le nuove attività di supervisione erano professionalmente equivalenti alle precedenti. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso, ribadendo che la valutazione sull'equivalenza delle mansioni è un accertamento di fatto riservato ai giudici di merito e non può essere riesaminato in sede di legittimità se supportato da una motivazione logica e coerente.
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Sicurezza sul lavoro: responsabilità del cantiere
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento nei confronti del titolare di un cantiere navale per un infortunio mortale. Un lavoratore è deceduto cadendo da una scala non a norma mentre operava su un'imbarcazione. La Corte ha stabilito che la sicurezza sul lavoro è un obbligo che grava sul gestore dell'area produttiva, anche se l'infortunato non è un suo dipendente diretto. L'azione di regresso dell'Istituto assicuratore è dunque legittima verso chiunque abbia violato i doveri di organizzazione e vigilanza, indipendentemente dal legame contrattuale.
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Licenziamento disciplinare: guida per i dirigenti
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare intimato a un dirigente per gravi irregolarità commesse durante una procedura di selezione del personale. Nonostante i fatti risalissero a circa tre anni prima della contestazione, la Corte ha ritenuto rispettato il principio di immediatezza relativa, poiché la società datrice di lavoro è venuta a conoscenza dei dettagli solo a seguito di una specifica indagine interna. La gravità delle condotte, tra cui l'assenza di criteri trasparenti di preselezione e l'assunzione di candidati senza prove pratiche, ha irrimediabilmente leso il vincolo fiduciario, escludendo inoltre la natura ritorsiva del provvedimento.
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Mobbing: quando le direttive non sono vessatorie
Una dipendente pubblica ha richiesto il risarcimento per presunto mobbing subito da parte dei dirigenti scolastici. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso, precisando che le richieste di attenersi alle procedure, se espresse con cortesia e giustificate dall'inadeguatezza professionale del lavoratore, non costituiscono vessazione. L'Art. 2087 c.c. non garantisce un benessere assoluto, ma reprime condotte di gratuita prevaricazione.
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Mutamento di mansioni e perdita del premio aziendale
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della soppressione di un premio legato al fatturato a seguito di un mutamento di mansioni. Il lavoratore, con qualifica di quadro, era passato da ruoli commerciali a ruoli amministrativi. La Corte ha stabilito che, essendo l'emolumento strettamente connesso agli obiettivi di vendita, il cambio di compiti giustifica la perdita del beneficio economico. Non sono state inoltre ravvisate prove di comportamenti vessatori o danni alla salute riconducibili all'attività lavorativa.
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Esposizione all’amianto: prova e risarcimento
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un lavoratore soggetto a esposizione all'amianto durante l'attività professionale. La decisione si concentra sulla necessità di dimostrare il nesso causale tra l'ambiente di lavoro insalubre e il danno alla salute, ribadendo la responsabilità del datore di lavoro per la mancata adozione di misure di sicurezza adeguate.
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Sicurezza sul lavoro COVID: assolto il datore di lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato l'assoluzione di un datore di lavoro del settore della grande distribuzione, accusato di violazioni in materia di sicurezza per non aver adottato misure come barriere adeguate e DPI specifici (FFP2) durante la pandemia. La Corte ha stabilito che la normativa emergenziale e i relativi protocolli costituivano un regime derogatorio rispetto alle norme ordinarie. Di conseguenza, l'adempimento delle prescrizioni contenute nei protocolli era sufficiente a esonerare il datore di lavoro da responsabilità penale per la gestione del rischio da contagio, definendo un nuovo e specifico standard di diligenza per la sicurezza sul lavoro COVID.
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Risoluzione consensuale: legittima la condizione?
Una lavoratrice ha richiesto l'accesso a un fondo di esodo, che prevedeva una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. L'azienda ha subordinato l'accordo alla rinuncia, da parte della dipendente, a una causa pendente per mobbing. Di fronte al rifiuto della lavoratrice, l'accordo non si è perfezionato. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della condotta aziendale, ritenendola espressione della libera autonomia negoziale delle parti e respingendo il ricorso della lavoratrice.
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Reiterazione abusiva contratti: prescrizione decennale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31104/2023, ha stabilito che la responsabilità del datore di lavoro per la reiterazione abusiva di contratti a termine ha natura contrattuale. Di conseguenza, il diritto del lavoratore al risarcimento del danno si prescrive nel termine ordinario di dieci anni e non in quello più breve. La Corte ha accolto il ricorso di un lavoratore, la cui richiesta di risarcimento era stata respinta in appello per presunta prescrizione, affermando un principio consolidato a tutela dei lavoratori precari.
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Prescrizione risarcimento danno: guida completa
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31086/2023, ha confermato che la responsabilità di un ente pubblico per l'abuso di contratti a termine è di natura contrattuale. Di conseguenza, il diritto del lavoratore al risarcimento del danno si estingue con la prescrizione ordinaria di dieci anni, non con termini più brevi. La Corte ha rigettato il ricorso dell'ente, stabilendo che la norma applicabile (art. 36 del D.Lgs. 165/2001) configura una responsabilità contrattuale, consolidando un importante principio a tutela dei lavoratori pubblici e chiarendo i termini per la prescrizione del risarcimento danno.
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Principio di non contestazione: onere della prova
Un lavoratore cita in giudizio la sua azienda per demansionamento e mobbing. La Corte d'Appello accoglie le sue richieste, basando la decisione sul principio di non contestazione, ritenendo che l'azienda non avesse specificamente negato i fatti. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 29609/2023, cassa la sentenza, chiarendo che una difesa che propone una ricostruzione dei fatti logicamente incompatibile con quella dell'attore costituisce una contestazione valida. L'errata applicazione del principio di non contestazione ha portato all'annullamento della decisione e al rinvio del caso a un nuovo giudice.
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