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Art. 1665 Codice Civile — Anno 2024

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Altri anni per Art. 1665 Codice Civile

Vizi appalto: chi prova la colpa del costruttore?
In un caso di vizi appalto, la Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sull'onere della prova. Se il committente dimostra l'esistenza di difetti nell'opera, la colpa dell'appaltatore è presunta. Sarà quest'ultimo a dover provare che i vizi sono dovuti a cause esterne, come l'intervento di terzi o il semplice passare del tempo. La sentenza della Corte d'Appello, che aveva erroneamente addossato tale onere al committente, è stata annullata su questo punto.
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Credito appalto pubblico: quando nasce il diritto?
Una società costruttrice, dopo aver eseguito lavori per un ente pubblico e successivamente affittato il ramo d'azienda, ha citato l'ente per il pagamento. L'ente aveva pagato la società affittuaria, ritenendola la nuova titolare del credito. La Corte di Cassazione ha stabilito che negli appalti pubblici, il credito per gli acconti non sorge con la mera esecuzione dei lavori, ma solo con l'emissione dello Stato di Avanzamento Lavori (SAL). Poiché il SAL è stato emesso dopo il contratto di affitto, il pagamento all'affittuaria è stato ritenuto corretto, respingendo il ricorso della società originaria. La sentenza chiarisce la natura costitutiva del SAL per la nascita del credito appalto pubblico.
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Appalto pubblico: limiti del giudice e onere della prova
In una complessa vicenda relativa a un appalto pubblico per la costruzione di un centro intermodale, la Corte di Cassazione ha chiarito importanti principi procedurali. La controversia, nata da imprevisti geologici e terminata in arbitrato, ha visto una serie di impugnazioni. La Suprema Corte ha stabilito che il giudice ordinario può sindacare la legittimità degli atti di risoluzione contrattuale della P.A., ha confermato la flessibilità dell'arbitrato nell'ammettere nuove domande e ha precisato i criteri di ripartizione delle spese arbitrali, accogliendo parzialmente il ricorso del Comune solo su quest'ultimo punto.
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Clausola foro competente: quando non è esclusiva?
La Corte di Cassazione ha stabilito che una clausola foro competente generica, senza un'espressa dichiarazione di esclusività, non deroga alla competenza territoriale ordinaria. Il caso riguarda l'opposizione a un decreto ingiuntivo in un contratto di subappalto, dove la società committente invocava una clausola per spostare il giudizio. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando che per rendere un foro convenzionale esclusivo, la volontà delle parti di escludere altri fori legali deve essere inequivocabile.
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Onere di contestazione: limiti e onere della prova
Una società appaltatrice richiede il pagamento per opere in variante e danni da ritardo. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 3248/2024, chiarisce i limiti del principio di non contestazione. Mentre la mancata contestazione può rafforzare una pretesa già supportata da altre prove (come per le opere extra), non può sostituire l'onere della prova per richieste generiche, come il risarcimento del danno per spese generali. In questo caso, l'attore deve fornire una base fattuale specifica, altrimenti la domanda non può essere accolta sulla sola base della mancata contestazione dell'avversario.
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Onere della prova: senza documenti niente saldo
Una società di servizi, dopo aver eseguito delle prestazioni per un Ente Pubblico e aver ricevuto il 90% del compenso, ha richiesto in giudizio il saldo del 10%. La Corte di Cassazione ha respinto la domanda, sottolineando il principio dell'onere della prova. La società non è riuscita a dimostrare, tramite la documentazione specifica richiesta dal contratto (rendiconti dettagliati e fatture), di avere diritto al pagamento finale, rendendo la sua pretesa infondata.
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Congruità del corrispettivo: la decisione del giudice
Una società di manutenzione ha fatto ricorso contro un condominio per il pagamento di fatture relative a interventi su ascensori. Il punto centrale della controversia era la determinazione della congruità del corrispettivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione della Corte d'Appello. È stato stabilito che, in assenza di un prezzo pattuito o di un costo orario costante, il giudice può correttamente affidarsi a un consulente tecnico per determinare il prezzo, anche utilizzando un prezzario regionale di un settore affine (come l'edilizia) se manca una voce specifica per la prestazione eseguita. La semplice accettazione dell'opera non impedisce la contestazione sull'ammontare del compenso.
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Giudicato esterno: appalto genuino blocca il Fisco
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, stabilendo che il principio del giudicato esterno impedisce di rimettere in discussione la natura di un contratto di appalto, già definito 'genuino' in una precedente sentenza definitiva. Di conseguenza, l'accertamento fiscale basato sulla riqualificazione di tale contratto come somministrazione illecita di manodopera è stato annullato, consolidando la posizione del contribuente per operazioni economiche identiche nel tempo.
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Titolarità del rapporto: la sentenza a sorpresa è nulla
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza d'appello che aveva confermato il rigetto di una domanda di pagamento per difetto di titolarità del rapporto. Il vizio riscontrato è la violazione del principio del contraddittorio, poiché la questione, decisiva per il giudizio, era stata sollevata d'ufficio dal giudice di primo grado senza dar modo alle parti di discuterla. La Suprema Corte ha chiarito che, in questi casi, la Corte d'Appello deve sanare la violazione, esaminando le difese e le prove che la parte avrebbe altrimenti proposto, senza poterle considerare tardive.
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Vizi dell’opera: l’accettazione parziale e i suoi effetti
Un committente contesta i vizi dell'opera di ristrutturazione, in particolare delle persiane. La Corte d'Appello gli dà torto, ritenendo l'opera accettata. La Cassazione annulla la decisione, sottolineando che il verbale di collaudo escludeva esplicitamente le persiane dall'accettazione. Questo fatto, ignorato in appello, è decisivo per la validità della garanzia sui vizi dell'opera e impone un nuovo esame del caso.
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Detenzione appaltatore: limiti e responsabilità
Una società di costruzioni, in cambio di lavori di ristrutturazione, doveva ricevere un monolocale. Prima del trasferimento definitivo della proprietà, l'impresa ha permesso a un terzo di occupare l'immobile, scatenando l'opposizione della proprietaria. La Corte di Cassazione ha stabilito che la società aveva solo la detenzione qualificata (detenzione appaltatore) per l'esecuzione dei lavori, non il possesso. L'aver concesso l'immobile in godimento a terzi è stato ritenuto un atto illecito, con conseguente rinvio del caso alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Decadenza garanzia appalto: quando è tardi?
In un caso di contratto d'appalto, la Corte di Cassazione ha confermato la decisione di secondo grado che dichiarava la decadenza della garanzia per vizi dell'opera. La Suprema Corte ha stabilito che la consegna dell'opera senza riserve da parte del committente equivale ad accettazione tacita e fa scattare i termini per la denuncia dei difetti. La denuncia, avvenuta oltre due anni dopo, è stata ritenuta tardiva, rendendo irrilevante la successiva azione legale. Questo caso sottolinea l'importanza per il committente di contestare tempestivamente i vizi per non incorrere nella decadenza garanzia appalto.
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Decadenza vizi appalto: clausola contrattuale decisiva
In una controversia relativa a un contratto di subappalto, la Corte di Cassazione ha cassato con rinvio la sentenza d'appello per non aver considerato un'eccezione di decadenza vizi appalto basata su una specifica clausola contrattuale. Il giudice di secondo grado aveva erroneamente omesso di pronunciarsi sulla tardività della denuncia dei difetti, sollevata dal subappaltatore in base ai termini pattuiti nel contratto, concentrandosi solo sulla normativa generale del Codice Civile. La Suprema Corte ha ribadito che le eccezioni, anche se assorbite in primo grado, se ritualmente riproposte, devono essere esaminate.
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Nesso di causalità: quando non c’è risarcimento
Una società immobiliare ha citato in giudizio il proprietario di un edificio confinante, lamentando che i lavori da quest'ultimo eseguiti le avessero impedito di sopraelevare il proprio stabile e le avessero sottratto la disponibilità del piano terra. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni dei giudici di merito. La Suprema Corte ha stabilito che manca il nesso di causalità tra le opere del vicino e l'impossibilità di sopraelevare, poiché quest'ultima era in realtà dovuta alla precaria condizione del terreno di sedime della società stessa, composto da materiali di riporto risalenti ai bombardamenti del 1943. Di conseguenza, nessun risarcimento per la mancata sopraelevazione è stato riconosciuto. È stato invece confermato un risarcimento limitato per la temporanea indisponibilità del piano terra.
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Riconoscimento vizi: non basta per la nuova garanzia
Un'impresa edile, dopo aver eseguito lavori di ristrutturazione su una facciata, riconosceva l'esistenza di difetti. La Corte di Cassazione ha chiarito che il semplice riconoscimento dei vizi non è sufficiente per far sorgere una nuova obbligazione di garanzia soggetta a prescrizione decennale. Per questo, è necessario un esplicito impegno da parte dell'appaltatore a eliminare i difetti. Il solo riconoscimento serve a esonerare il committente dalla denuncia formale, ma non interrompe i brevi termini di prescrizione previsti per l'appalto.
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Indennità per occupazione: quando è dovuta?
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32707/2024, chiarisce un importante principio in materia di lavori su fondi altrui. Un'impresa edile perde il proprio appello per un vizio di notifica, ma la Corte accoglie il ricorso di due condomini. Viene stabilito che l'indennità per occupazione, prevista dall'art. 843 c.c., spetta per il solo fatto che la proprietà privata sia stata temporaneamente occupata per lavori necessari, senza che il proprietario debba dimostrare un danno economico ulteriore. La semplice preclusione della facoltà di uso del fondo è sufficiente a giustificare la compensazione.
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Responsabilità del progettista e nesso causale
La Corte di Cassazione ha escluso la responsabilità del progettista per un ascensore rumoroso, poiché il suo progetto iniziale, seppur irrealizzabile, non fu mai eseguito. La decisione del costruttore di installare autonomamente un modello diverso e difettoso ha interrotto il nesso causale, addossando a quest'ultimo l'intera colpa del vizio. La Corte ha chiarito che il nesso causale tra progetto e danno deve essere provato da chi richiede il risarcimento.
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Agevolazione prima casa: termine per vendere dall’atto
Un contribuente ha perso l'agevolazione prima casa per aver venduto l'immobile preposseduto oltre il termine di un anno. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32296/2024, ha stabilito che tale termine decorre inderogabilmente dalla data del rogito del nuovo immobile, e non dal suo completamento o dalla sua effettiva consegna. Il ritardo nei lavori di finitura, essendo una scelta del contribuente, non costituisce causa di forza maggiore.
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Responsabilità condominio: chi paga per i danni?
Un condòmino subisce danni al proprio appartamento a causa di lavori di ristrutturazione della facciata condominiale. La Corte di Cassazione, con questa ordinanza, conferma la responsabilità del condominio in solido con l'impresa appaltatrice. Il provvedimento chiarisce che il condominio, in qualità di custode delle parti comuni, ha una responsabilità oggettiva ai sensi dell'art. 2051 c.c. e può essere esonerato solo provando il caso fortuito, non essendo sufficiente il semplice trasferimento della custodia all'appaltatore.
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