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Art. 1223 Codice Civile — Anno 2026

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Altri anni per Art. 1223 Codice Civile

Cessione di ramo d’azienda: salvo l’incentivo all’esodo
Due dipendenti hanno contestato l'illegittima cessione di ramo d'azienda disposta dalla banca datrice originaria a favore di un'altra società. Durante la causa, la nuova società ha licenziato i lavoratori versando loro un incentivo all'esodo. I giudici hanno poi dichiarato nulla la cessione e ordinato il reintegro presso il datore originario. I lavoratori hanno quindi chiesto al primo datore il risarcimento per le retribuzioni perse. I giudici di merito hanno decurtato dal risarcimento l'incentivo all'esodo ricevuto dalla cessionaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei dipendenti. La Suprema Corte ha stabilito che l'incentivo all'esodo deriva da un fatto autonomo e non dalla cessione illecita, vietandone la detrazione.
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Illegittima cessione di ramo d’azienda e incentivo
Un dipendente viene trasferito a una nuova società tramite un trasferimento d'azienda, successivamente dichiarato nullo dai giudici. Nelle more del giudizio, la nuova impresa avvia una procedura di licenziamento collettivo e riconosce al lavoratore un incentivo all'esodo a fronte della rinuncia all'impugnazione. Ottenuto il ripristino del rapporto con l'originario datore di lavoro, il dipendente agisce per ottenere il risarcimento del danno per le retribuzioni perse. La Corte d'Appello riduce l'indennizzo detraendo l'incentivo all'esodo. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del dipendente, stabilendo che, in caso di illegittima cessione di ramo d'azienda, l'incentivo all'esodo pagato dal cessionario per risolvere il rapporto di fatto non si può sottrarre dal risarcimento dovuto dalla cedente, poiché non deriva dallo stesso fatto illecito generatore del danno.
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Occupazione sine titulo: diritto al rilascio e al risarcimento
Una società proprietaria ha agito in giudizio per ottenere il rilascio di un proprio alloggio e il risarcimento dei danni contro un cittadino che lo deteneva abusivamente. La Corte di Appello ha ordinato il rilascio del bene ma ha negato il risarcimento, ritenendo necessaria la prova rigorosa di un danno effettivo. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione: in materia di occupazione sine titulo, la perdita della disponibilità di un immobile normalmente fruttifero costituisce già un danno risarcibile per il proprietario. L'indennizzo può essere quantificato in via equitativa basandosi sui canoni di locazione di mercato.
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Consenso informato: modulo generico nullo e risarcimento
Una paziente ha subito un intervento di asportazione dell'utero con conseguenti lesioni alla vescica e una fistola post-operatoria. La donna ha citato l'ospedale per malpractice medica e per violazione del consenso informato, sostenendo la genericità del modulo sottoscritto e la mancata prospettazione di opzioni terapeutiche alternative. La Corte d'Appello ha ridotto drasticamente il risarcimento escludendo il deficit informativo tramite indizi indiretti e imputando alla paziente il ritardo nelle cure riparatorie. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della paziente. I giudici supremi hanno chiarito che un modulo generico non garantisce un valido consenso informato e che i disagi fisici protratti nel tempo derivano direttamente dall'errore chirurgico, imponendo un nuovo esame della vicenda.
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Infezione nosocomiale e cause naturali: risarcimento dovuto
Una neonata prematura ha riportato una grave perdita dell'udito durante il ricovero ospedaliero. Il danno derivava sia da cause naturali legate alla nascita precoce, sia da una infezione nosocomiale batterica trattata con antibiotici. I giudici di merito avevano negato il risarcimento ai genitori perché la perizia tecnica non riusciva a calcolare con esattezza scientifica la percentuale esatta di colpa dell'ospedale rispetto alle patologie preesistenti. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione e ha chiarito una regola fondamentale. La presenza di patologie naturali non esclude la responsabilità della struttura medica se la condotta umana ha concorso al danno. Quando non è possibile separare matematicamente le singole quote di responsabilità, il giudice deve calcolare il danno biologico differenziale con criterio equitativo.
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Ammissione di responsabilità polizza assicurativa e nullità
Un professionista ha commesso un errore di progettazione in un impianto. Durante le trattative bonarie con il perito, ha sottoscritto un verbale riconoscendo la propria colpa. La compagnia assicurativa ha negato l'indennizzo richiamando la clausola di decadenza per ammissione di responsabilità polizza assicurativa. La Corte di Cassazione ha stabilito che la clausola che vieta l'ammissione di responsabilità polizza assicurativa è nulla per contrarietà all'ordine pubblico, alla buona fede e all'obbligo di salvataggio. Nessuna clausola può obbligare a negare la verità o a sostenere cause temerarie. La Corte ha inoltre accolto la doglianza sul calcolo dei danni, ricordando che la liquidazione deve considerare i macchinari restituiti o riutilizzabili per evitare un arricchimento ingiustificato. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Diritto di recesso: sì al risarcimento senza vendita azioni
Un fondo di investimento, socio di una banca popolare trasformatasi in società per azioni, ha esercitato il diritto di recesso. La banca ha limitato il rimborso delle azioni per preservare il proprio patrimonio di vigilanza. Il socio ha chiesto il risarcimento dei danni, ma i giudici di merito hanno respinto la domanda ritenendo che il danno non fosse provato, poiché il socio non aveva venduto subito le azioni sul mercato. La Cassazione ha accolto il ricorso del socio, stabilendo che il danno da mancato rimborso non dipende dalla vendita successiva dei titoli. L'importo risarcibile va calcolato come differenza tra il valore di recesso e il valore di mercato al momento del rifiuto, salvo successivi rialzi. La causa torna in appello per verificare l'eventuale illegittimità della condotta della banca.
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Risarcimento del danno patrimoniale: no a fatture senza bonifici
Una proprietaria si oppone a un decreto ingiuntivo per spese condominiali non pagate, chiedendo il risarcimento del danno patrimoniale causato da infiltrazioni d'acqua provenienti dal tetto comune. La Corte d'Appello riduce il risarcimento escludendo le spese per i lavori già eseguiti, ritenendo le fatture prodotte non attendibili poiché emesse da parenti e prive di tracciabilità dei pagamenti. La Corte di Cassazione conferma la decisione e rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che, per ottenere il risarcimento del danno patrimoniale per spese già sostenute, è indispensabile dimostrare l'effettivo esborso monetario. Inoltre, la liquidazione equitativa non può essere utilizzata per rimediare alla mancanza di prove dovuta alla negligenza della parte interessata.
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Disservizio internet banking: niente danni se c’è il telefono
Un correntista ha citato in giudizio la propria banca lamentando un disservizio internet banking che gli avrebbe impedito di investire settantamila euro in titoli azionari, chiedendo il risarcimento dei danni. La banca ha restituito le somme durante il giudizio di primo grado. La Corte di Cassazione ha confermato le decisioni dei giudici di merito, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno accertato che non vi è stato alcun inadempimento da parte dell'istituto di credito, poiché il cliente disponeva di un canale alternativo e funzionante, ovvero il servizio di assistenza telefonica (telephone banking), per effettuare le operazioni desiderate. Inoltre, la condotta del cliente, che ha effettuato solo due accessi in due mesi, è stata ritenuta incompatibile con l'urgenza di investire dichiarata. Di conseguenza, nessun risarcimento è dovuto in assenza di una reale responsabilità della banca.
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Polizze unit linked: nullo il contratto senza firma scritta
Un risparmiatore investe venticinquemila euro in un contratto spacciato per assicurazione sulla vita, scoprendo solo dopo la perdita totale del capitale che si trattava di polizze unit linked. Il risparmiatore agisce in giudizio contro l'intermediario chiedendo la nullità del rapporto per mancanza di un contratto quadro scritto e per violazione degli obblighi informativi. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'intermediario, confermando che le polizze unit linked prive di reale garanzia di conservazione del capitale sono prodotti finanziari e non assicurativi. Di conseguenza, si applicano le tutele del Testo Unico della Finanza, inclusa la necessità del contratto quadro scritto. L'intermediario viene condannato a risarcire l'intero capitale perso a titolo di responsabilità precontrattuale per non aver informato correttamente il cliente.
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Cancellazione della società: perché i soci perdono i risarcimenti
A seguito della condanna penale di una dipendente per ammanchi finanziari, i soci di una s.r.l. estinta hanno promosso un'azione civile per il risarcimento dei danni. La società era stata cancellata dal registro delle imprese prima del giudizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei soci, confermando che la cancellazione della società ne determina l'estinzione immediata. Di conseguenza, l'ex liquidatore non ha più la rappresentanza processuale dell'ente. I soci possono agire per recuperare i crediti sociali residui solo se dimostrano espressamente la loro qualità di successori della società estinta, e non agendo semplicemente in proprio o come soci attivi. Inoltre, i danni lamentati dai soci per il pregiudizio subito dalla società costituiscono un danno riflesso non risarcibile direttamente a loro favore.
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Responsabilità professionale dell’avvocato: risarcimento salvo
I soci di una cooperativa fallita incaricano un legale di chiedere i danni al Ministero del Lavoro. La domanda viene rigettata, ma l'avvocato comunica la sentenza con venti mesi di ritardo, facendo scadere i termini per il ricorso in Cassazione. I clienti avviano una causa per responsabilità professionale dell'avvocato. I giudici di merito negano il risarcimento ritenendo non provato che il ricorso sarebbe stato accolto, data l'assenza di precedenti di legittimità all'epoca. La Cassazione accoglie il ricorso dei clienti: l'assenza di precedenti è un fattore neutro e non giustifica una prognosi negativa. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Risarcimento danni da calunnia: dolo contro colpa in Cassazione
Un esponente politico presenta un esposto denunciando irregolarità nella gestione di un campo nomadi, coinvolgendo un fornitore di gas. L'indagine penale sul fornitore viene archiviata. Il fornitore promuove un'azione civile per il risarcimento danni da calunnia. La Corte d'Appello riconosce la calunnia ma nega il risarcimento per mancanza di prove dirette del danno. La Cassazione accoglie il ricorso incidentale dell'esponente politico: la calunnia civile richiede il dolo (consapevolezza dell'innocenza dell'accusato) e non la semplice colpa (mancata verifica dei documenti). La Suprema Corte cassa la sentenza e rinvia alla Corte d'Appello per accertare correttamente l'elemento soggettivo, dichiarando assorbito il ricorso del fornitore sulla prova presuntiva del danno.
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Nullità del contratto quadro: la firma vince sulla mancata copia
L'Investitore ha citato in giudizio la Banca e un suo dipendente chiedendo la nullità del contratto quadro e dei singoli ordini di investimento a causa della mancata consegna fisica di una copia del contratto e dell'assenza di registrazioni telefoniche per alcune operazioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Investitore, confermando che la mancata consegna del documento non determina la nullità del contratto quadro, poiché la forma scritta è soddisfatta dalle firme apposte nello stesso momento. Inoltre, l'assenza di registrazioni telefoniche non rende nulli i singoli ordini, avendo la registrazione solo una funzione di prova e non di validità dell'atto. L'Investitore perde la causa e viene condannato a pagare le spese legali.
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Obblighi informativi: banca salva se il cliente ama il rischio
Alcuni risparmiatori hanno citato in giudizio una banca chiedendo la risoluzione dei contratti di acquisto di bond argentini, poi andati in default, lamentando la violazione degli obblighi informativi. La Corte d'Appello ha accertato l'omessa informazione ma ha rigettato la domanda, ritenendo che gli investitori avrebbero comunque acquistato i titoli, data la loro elevata propensione al rischio e i successivi investimenti speculativi. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che la violazione degli obblighi informativi dell'intermediario può essere considerata un inadempimento di scarsa importanza se viene provato che il cliente, anche se informato, avrebbe comunque compiuto l'operazione. Di conseguenza, il ricorso dei risparmiatori è stato rigettato, con condanna al pagamento delle spese legali.
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Responsabilità dell’amministratore: no al doppio risarcimento
La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della responsabilità dell'amministratore di una s.r.l. fallita, condannato per mala gestio. L'ex amministratore contestava la quantificazione del danno, sostenendo che la curatela avesse già recuperato parte delle somme tramite un'azione revocatoria contro un terzo. La Suprema Corte ha accolto il ricorso sul punto, distinguendo tra l'accertamento della responsabilità (an debeatur) e la quantificazione del danno (quantum debeatur). I giudici hanno stabilito che le somme recuperate tramite revocatoria devono essere sottratte dal risarcimento dovuto dall'amministratore, per evitare una doppia riscossione dello stesso importo da parte del fallimento. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d'appello per ricalcolare l'esatto ammontare del danno patrimoniale.
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Interruzione abusiva del credito: i soci perdono contro la banca
I soci di una società di costruzioni fallita hanno chiesto il risarcimento dei danni a un istituto di credito. Sostenevano che il fallimento fosse dovuto all'interruzione abusiva del credito da parte della banca, che aveva bloccato le ultime rate di un mutuo fondiario da 18 milioni di euro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei soci. I giudici hanno confermato le decisioni dei gradi precedenti, rilevando l'assenza di un nesso di causalità tra il blocco del finanziamento residuo (meno di 2 milioni) e il blocco del cantiere. La società aveva infatti già speso 16 milioni completando solo la metà dell'opera, rendendo matematicamente impossibile finire il restante 48% dei lavori con la somma mancante. I soci perdono definitivamente la causa.
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Abusiva reiterazione di contratti a termine: stop ai risarcimenti
Un docente precario ha lavorato per anni con contratti a tempo determinato presso una scuola secondaria. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno condannato l'Amministrazione pubblica al risarcimento del danno per l'abusiva reiterazione di contratti a termine e al pagamento delle differenze stipendiali. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Amministrazione. I giudici di legittimità hanno chiarito che, dopo la riforma scolastica del 2015, l'indizione periodica di concorsi triennali esclude l'abuso, a meno che non si dimostri l'inidoneità delle procedure a stabilizzare il personale. Inoltre, per le supplenze su organico di fatto, la semplice reiterazione non basta a configurare un illecito, occorrendo una valutazione concreta delle esigenze temporanee. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Contratto di fornitura: piastrelle difettose e risarcimento
Un'impresa costruttrice ha acquistato piastrelle per rivestire la facciata di un edificio pubblico. Le piastrelle consegnate in più lotti presentavano evidenti differenze di colore e gravi difetti strutturali che ne causavano la rottura. L'azienda fornitrice ha sostenuto che si trattasse di ordini separati e che l'oggetto fosse indeterminato. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi, confermando l'esistenza di un unico contratto di fornitura con consegne ripartite. Il fornitore è stato ritenuto responsabile per non aver avvisato l'acquirente del rischio di variazioni cromatiche e per aver consegnato merce difettosa. La Suprema Corte ha condannato il fornitore al risarcimento dei danni e al pagamento delle spese legali, confermando la decisione dei giudici di merito.
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Infrazionabilità della domanda risarcitoria: vietato sdoppiare
Una collaboratrice scolastica ha promosso una prima causa contro il Ministero per ottenere il corretto punteggio nelle graduatorie e il risarcimento del danno. Dopo la correzione del punteggio da parte dell'amministrazione, la lavoratrice ha avviato un secondo giudizio chiedendo ulteriori danni per la mancata assegnazione di un incarico avvenuta prima del primo ricorso. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della lavoratrice, confermando che il secondo giudizio è inammissibile. I giudici hanno applicato il principio di infrazionabilità della domanda risarcitoria, secondo cui non è consentito frazionare in più processi le richieste di risarcimento derivanti dallo stesso comportamento illecito, se i danni erano già conosciuti o conoscibili al momento della prima causa.
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