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Spese di custodia cautelare

Definizione

I costi sostenuti dallo Stato per il mantenimento di una persona in stato di custodia cautelare in carcere. Tali spese, in caso di condanna, sono generalmente addebitate al condannato.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Ricorso contro il patteggiamento: accordo chiuso e rigetto
L'Imputata concordava una pena di due anni di reclusione per reati di furto in abitazione e uso indebito di carte di pagamento. Successivamente, la difesa proponeva ricorso per Cassazione contestando il calcolo della pena e il pagamento delle spese di mantenimento in carcere. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione. La legge limita in modo stringente i casi in cui è consentito il ricorso contro il patteggiamento, escludendo il riesame del calcolo della sanzione liberamente pattuita. Inoltre, l'esenzione dalle spese processuali per pene fino a due anni non include mai le spese di custodia in carcere. La ricorrente perde il ricorso e subisce la condanna al versamento di quattromila euro alla Cassa delle Ammende oltre alle spese.
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Spese di custodia cautelare: l’imputato paga anche se patteggia
L'Imputata ha proposto ricorso contro la sentenza di patteggiamento per reati di droga, contestando l'addebito delle spese di mantenimento in carcere sostenute durante la custodia cautelare. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che le spese di custodia cautelare devono essere pagate dall'imputato anche se la pena patteggiata è inferiore a due anni di reclusione. Queste spese, infatti, non rientrano tra le spese processuali ordinarie escluse dal patteggiamento, ma sono somme che lo Stato ha il diritto di recuperare. Di conseguenza, L'Imputata perde il ricorso e deve farsi carico dei costi del suo mantenimento in carcere.
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Spese di custodia cautelare: condannato a pagare ma senza costi
Un imputato, condannato per evasione dagli arresti domiciliari, ha impugnato la sentenza che lo obbligava al pagamento delle spese di custodia cautelare. La sua tesi era semplice: essendo stato immediatamente ricollocato ai domiciliari, non era mai stato in carcere e quindi lo Stato non aveva sostenuto alcuna spesa per il suo mantenimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha chiarito che la condanna al pagamento di tali spese è sempre condizionata all'effettiva esistenza di un costo. Poiché in questo caso non c'erano spese, l'ordine di pagamento era di fatto inefficace e l'imputato non aveva un interesse concreto a chiederne la riforma.
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Impugnazione patteggiamento: i limiti del ricorso
Un'imputata ha presentato ricorso contro una sentenza di patteggiamento per reati legati agli stupefacenti, sollevando tre motivi: la mancata assoluzione, un'erronea qualificazione giuridica del fatto e l'illegittima condanna al pagamento delle spese di custodia, nonostante fosse agli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i primi due motivi, ribadendo i rigidi limiti dell'impugnazione del patteggiamento dopo la riforma del 2017. Tuttavia, ha accolto il terzo motivo, correggendo l'errore materiale e annullando la statuizione sulle spese di custodia non dovute.
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