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Pericolosità Sociale

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Provvedimenti

Applicazione della libertà vigilata: sicurezza pubblica e diritti
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della libertà vigilata per la durata di due anni nei confronti di un soggetto precedentemente condannato per associazione a delinquere. Il Tribunale di Sorveglianza aveva disposto la misura di sicurezza ritenendo sussistente la pericolosità sociale del soggetto, derivante dalla sua passata affiliazione a un noto sodalizio criminale. Il condannato ha proposto ricorso contestando la valutazione della sua pericolosità, ma la Suprema Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il provvedimento impugnato bilancia correttamente la tutela della sicurezza pubblica con i diritti individuali del soggetto. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Proroga della libertà vigilata: violare le regole costa caro
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la proroga della libertà vigilata per un anno nei confronti di un soggetto, a causa della sua persistente pericolosità sociale. L'uomo ha sistematicamente violato le prescrizioni imposte, come l'obbligo di presentazione in Questura e le direttive del Centro di Salute Mentale. Il soggetto ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione della sua pericolosità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il provvedimento impugnato bilancia correttamente la sicurezza pubblica con i diritti individuali del sottoposto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale e pericolosità sociale: no allo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro l'applicazione della misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno. Il provvedimento era stato emesso poiché il soggetto era ritenuto socialmente pericoloso, data la sua dedizione abituale al traffico di stupefacenti e la sproporzione tra i redditi dichiarati e le spese familiari. La Suprema Corte ha confermato che la sorveglianza speciale e pericolosità sociale sono state legittimamente applicate. I giudici di merito hanno motivato adeguatamente la persistenza della pericolosità, evidenziando i gravi precedenti penali del ricorrente, la coltivazione di canapa indiana e l'assenza di qualsiasi segno di ravvedimento. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Espulsione dello straniero: reato lieve ma allontanamento valido
Lo Straniero, condannato per spaccio di lieve entità, ha impugnato il provvedimento di espulsione dello straniero dal territorio italiano. La difesa sosteneva che la scarsa gravità del fatto e lo stato di emarginazione escludessero la pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che anche un reato di lieve entità può giustificare l'allontanamento se emerge una concreta pericolosità sociale. Nel caso specifico, Lo Straniero traeva il proprio sostentamento esclusivamente dall'attività illecita e aveva continuato a delinquere nonostante precedenti condanne e misure cautelari in corso.
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Accertamento della pericolosità sociale: vietato se prematuro
Il Tribunale di Sorveglianza di Lecce aveva confermato la pericolosità sociale di un condannato, disponendo la misura della libertà vigilata per due anni. La difesa ha impugnato la decisione, evidenziando che il condannato stava ancora espiando la pena detentiva in carcere, con scadenza nel 2027, e che la valutazione era prematura. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'accertamento della pericolosità sociale deve essere compiuto in prossimità dell'esecuzione della misura di sicurezza. Solo in quel momento è infatti possibile valutare l'effettivo percorso rieducativo del condannato e la concretezza del pericolo. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio i provvedimenti impugnati, accogliendo le tesi della difesa.
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Confisca di prevenzione: quando il lusso tradisce i redditi leciti
La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la confisca di prevenzione applicata a diversi beni mobili, tra cui auto, moto, imbarcazioni e conti correnti intestati a un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il ricorrente contestava la sussistenza della pericolosità sociale, la sproporzione tra i redditi dichiarati e le spese sostenute, e la correlazione temporale degli acquisti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che nel procedimento di prevenzione il sindacato di legittimità è limitato alla sola violazione di legge. I giudici hanno ritenuto corretta la motivazione della Corte d'appello, che ha evidenziato il ruolo del proposto nel traffico di stupefacenti e l'incompatibilità tra i suoi acquisti di lusso e i redditi leciti dichiarati, calcolati anche sulla base delle tabelle ISTAT. Di conseguenza, il ricorrente perde definitivamente i beni e viene condannato alle spese.
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Pena concordata ma espulsione dello straniero da valutare
Il Tribunale di Cremona applicava a un cittadino straniero la pena concordata di tre anni di reclusione per reati di droga, omettendo però di decidere sulla misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero dal territorio dello Stato. Il Procuratore Generale ricorreva in Cassazione lamentando tale omissione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che, anche in caso di patteggiamento, il giudice deve obbligatoriamente valutare la pericolosità sociale del condannato per decidere sull'applicazione o meno dell'espulsione dello straniero. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente a questo punto, rinviando la decisione al Tribunale di Cremona per una nuova valutazione.
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Pericolosità sociale: sorveglianza speciale anche senza condanna
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a carico di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il ricorrente contestava che la sua pericolosità sociale fosse stata desunta unicamente da procedimenti penali ancora pendenti per truffa, senza condanne definitive. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la pericolosità può essere legittimamente fondata su indizi precisi, denunce e procedimenti in corso, se questi rivelano uno stile di vita orientato al crimine e al guadagno illecito. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova ai servizi sociali negato per recidiva
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova ai servizi sociali a causa della sua elevata pericolosità sociale, desunta da numerosi precedenti penali, carichi pendenti e dal concreto pericolo di recidiva. Il soggetto non ha inoltre dimostrato di aver interrotto i rapporti con i contesti criminali in cui era attivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dai difensori, ritenendo la motivazione dei giudici di merito logica, coerente e del tutto esauriente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Detenzione domiciliare negata: la Cassazione punisce il ricorso
Il Tribunale di sorveglianza ha negato al Condannato la misura alternativa della detenzione domiciliare. La decisione si fonda sulla gravità del reato, sui precedenti penali, sulla mancanza di un lavoro stabile e sull'assenza di un reale percorso di revisione critica del proprio passato criminale. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando una violazione di legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che i giudici di merito hanno motivato in modo logico e completo la pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Pericolosità sociale: lo spaccio passato pesa dopo il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Proposto contro l'applicazione della sorveglianza speciale per due anni e sei mesi. Il soggetto, dedito al traffico abituale di stupefacenti e al porto d'armi, contestava l'attualità della sua pericolosità sociale a causa del tempo trascorso in custodia cautelare e di alcune assoluzioni. La Suprema Corte ha chiarito che la pericolosità sociale deve essere valutata con riferimento al momento della decisione di primo grado, rendendo irrilevante il tempo trascorso successivamente durante i gradi di giudizio. Eventuali elementi di novità possono essere fatti valere solo con istanza di revoca o modifica della misura. Di conseguenza, Il Proposto perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: il volontariato non cancella la mafia
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per la durata di tre anni nei confronti di un soggetto condannato in via definitiva per associazione mafiosa. Il sottoposto contestava la persistenza della sua pericolosità sociale, valorizzando elementi come la confessione, la condotta carceraria e lo svolgimento di attività di volontariato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la lunghissima militanza (quasi trentennale) e il ruolo di spicco ricoperto all'interno del sodalizio mafioso giustificano la presunzione di attualità del vincolo associativo. I giudici hanno chiarito che il volontariato e una collaborazione parziale non bastano a dimostrare l'effettivo allontanamento dall'organizzazione criminale.
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Pericolosità sociale ed espulsione: la condotta batte il passato
Lo Straniero ha impugnato il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che confermava l'espulsione dal territorio dello Stato, lamentando che la decisione si basasse solo sui suoi precedenti penali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la pericolosità sociale è stata valutata correttamente attraverso un giudizio prognostico e dinamico. I giudici hanno infatti considerato non solo i precedenti penali e di polizia, ma anche la mancanza di fissa dimora, un episodio di evasione e l'irreperibilità dello Straniero presso l'ufficio di esecuzione penale esterna. Di conseguenza, l'espulsione è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova ai servizi sociali: la pericolosità blocca il ricorso
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato al Condannato la misura alternativa dell'affidamento in prova ai servizi sociali a causa della sua attuale pericolosità sociale, desunta da un grave reato commesso nel 2019. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un vizio di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati erano troppo generici e non contestavano direttamente la valutazione del Tribunale sulla pericolosità del soggetto. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no al ricorso generico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un detenuto contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza, che aveva negato la detenzione domiciliare e l'affidamento in prova al servizio sociale. Il diniego originario si fondava sulla pericolosità sociale del soggetto, desunta da alcuni procedimenti penali ancora in corso. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e non contestavano in modo specifico le ragioni della decisione precedente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misura di prevenzione patrimoniale: serve l’appello
Il caso riguarda la richiesta di revoca di una confisca applicata nel 2011 come misura di prevenzione patrimoniale. Il Tribunale aveva dichiarato inammissibile la richiesta dei soggetti interessati, i quali sostenevano l'assenza di pericolosità sociale attuale dopo l'annullamento della misura personale. Contro tale decisione è stato proposto ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che, trattandosi di un procedimento iniziato prima dell'entrata in vigore del Codice Antimafia del 2011, si applica la disciplina previgente. Di conseguenza, il provvedimento del Tribunale non è impugnabile direttamente in Cassazione, bensì tramite appello. La Corte ha quindi riqualificato il ricorso come atto di appello, trasmettendo gli atti alla Corte d'Appello competente per il giudizio di merito.
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Sorveglianza speciale: il carcere non cancella la pericolosità
Il Tribunale e la Corte d'Appello respingevano la richiesta di applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale nei confronti di un soggetto, ritenendo che la sua detenzione per oltre due anni creasse una presunzione di non pericolosità. Il Procuratore Generale proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, chiarendo che occorre distinguere tra il momento dell'applicazione della misura e quello della sua esecuzione. La sorveglianza speciale può essere legittimamente applicata anche a un soggetto detenuto, poiché lo stato di detenzione ne sospende solo l'esecuzione e non l'applicabilità. La detenzione superiore a due anni impone solo una rivalutazione della pericolosità al momento dell'effettiva esecuzione, senza impedire la decisione iniziale. La sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio.
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Detenzione domiciliare negata: il carcere resta per chi delinque
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato la possibilità di scontare la pena residua tramite la detenzione domiciliare. La decisione si fonda sulla persistente pericolosità sociale del soggetto, evidenziata dalla gravità dei reati commessi, da precedenti violazioni commesse proprio durante gli arresti domiciliari e in carcere, e da una dipendenza da stupefacenti non ancora superata. La Corte di Cassazione ha confermato questo orientamento, dichiarando inammissibile il ricorso del condannato. I giudici hanno chiarito che, secondo la Legge n. 199 del 2010, la misura alternativa va negata non solo in caso di pericolo di fuga, ma anche quando vi sia il rischio concreto che il soggetto compia nuovi reati. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova ai servizi sociali: no se manca il riscatto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato contro il diniego del Tribunale di Sorveglianza alla concessione dell'affidamento in prova ai servizi sociali. Il Tribunale aveva respinto la richiesta evidenziando la persistente pericolosità sociale del soggetto, desunta da numerosi precedenti penali nell'arco di vent'anni, e l'assenza di un percorso di reale rielaborazione critica dei propri reati in carcere. Mancava inoltre una graduale sperimentazione esterna tramite permessi premio. La Cassazione ha confermato la correttezza di questa decisione, ribadendo che l'accesso alle misure alternative richiede una verifica rigorosa della risocializzazione e della gradualità del trattamento rieducativo. Il Condannato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Confisca di prevenzione: i contanti sepolti smentiscono la difesa
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale e la confisca di prevenzione di un autocarro e di oltre 56.000 euro in contanti nei confronti di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il denaro era stato rinvenuto sotterrato in buste sottovuoto nel giardino della compagna. La difesa sosteneva che la somma derivasse da donazioni familiari, ma la Corte ha ritenuto le modalità di conservazione incompatibili con una provenienza lecita, evidenziando la sproporzione rispetto ai redditi dichiarati e il legame temporale con l'attività di narcotraffico del proposto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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