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Misura Cautelare — Anno 2023

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Altri anni per Misura Cautelare

Provvedimenti

Rinuncia al ricorso per cassazione: niente spese se tempestiva
Il Tribunale di Milano confermava l'aggravamento della misura cautelare per l'Imputato. Quest'ultimo proponeva ricorso per cassazione ma, due giorni dopo il deposito, presentava formale dichiarazione di rinuncia presso lo stesso Tribunale del riesame. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso a causa della sopravvenuta rinuncia al ricorso per cassazione. Tuttavia, data la quasi totale contemporaneità tra la presentazione del ricorso e la sua rinuncia, avvenuta prima della trasmissione degli atti alla Suprema Corte, i giudici hanno escluso la condanna dell'Imputato al pagamento delle spese processuali.
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Detenzione ai fini di spaccio: arresti anche senza vendite provate
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare degli arresti domiciliari. L'uomo era stato trovato in possesso di oltre 34 grammi di cocaina, due bilancini di precisione, materiale per il confezionamento e 10.000 euro in contanti. La difesa contestava la mancanza di prove su effettivi episodi di vendita e l'assenza di un pericolo di recidiva. I giudici hanno invece confermato la legittimità della misura, stabilendo che il possesso di strumenti di confezionamento e di ingenti somme ingiustificate dimostra la detenzione ai fini di spaccio. La gravità della condotta giustifica il timore di una reiterazione del reato, rendendo necessaria la misura cautelare. L'indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Falso ideologico: truccare la delibera per salvare i fondi UE
Un Assessore comunale è stato accusato di falso ideologico per aver firmato una delibera contenente una falsa attestazione. Per non perdere un finanziamento europeo destinato a un ponte, la giunta ha dichiarato che l'originaria destinazione a pista ciclabile (non finanziabile) era solo un mero errore materiale, sostituendola con una finalità idonea a ricevere i fondi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'amministratore, confermando che l'attestazione di un falso presupposto di fatto nella parte descrittiva di un atto pubblico integra il reato di falso ideologico.
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Citofono rotto e liberazione anticipata: negato lo sconto
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un condannato per via di una contestata evasione avvenuta durante il semestre in valutazione. Il condannato si era giustificato adducendo il guasto del citofono di casa, ma non aveva risposto nemmeno al telefono cellulare durante i controlli. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del condannato, confermando che la valutazione sulla liberazione anticipata spetta autonomamente al giudice di sorveglianza. La condotta inerte del soggetto, che non ha agevolato i controlli né segnalato il guasto, dimostra la mancanza di un sincero sforzo di partecipazione al percorso di rieducazione, rendendo legittimo il diniego del beneficio.
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DASPO e obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino che chiedeva la revoca della misura cautelare dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Il ricorrente sosteneva che la misura fosse superflua poiché era già sottoposto a DASPO con obbligo di firma per otto anni. I giudici hanno chiarito che le due misure sono del tutto autonome e non sovrapponibili. L'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria persegue una finalità preventiva generale contro la reiterazione di qualsiasi reato. Al contrario, l'obbligo di firma legato al DASPO serve unicamente a impedire l'accesso agli eventi sportivi durante il loro svolgimento. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: spacciare ai domiciliari esclude lo sconto
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato per due condanne definitive legate allo spaccio di stupefacenti. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta a causa del lungo intervallo di tempo tra i fatti e della diversità delle sostanze. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il secondo reato, commesso mentre era agli arresti domiciliari per il primo, dimostrasse l'unicità del disegno criminoso. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che commettere un reato durante una misura cautelare non prova un progetto unitario, ma evidenzia una spiccata propensione a delinquere. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Scambio elettorale politico-mafioso: il sospetto non basta
Un uomo, ritenuto l'intermediario di un presunto accordo di scambio elettorale politico-mafioso tra un candidato sindaco e alcuni esponenti della criminalità organizzata, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari. L'accusa si fondava sulla sua attività di organizzazione di un incontro e sul successivo ottenimento di un posto di lavoro come addetto alla sicurezza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la semplice intermediazione per organizzare un incontro, senza la prova della consapevolezza del suo scopo illecito, e il successivo beneficio lavorativo non bastano a dimostrare la partecipazione alla stipulazione del patto criminale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la misura cautelare con rinvio per un nuovo esame.
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Mediazione di usura: la Cassazione smaschera il finto amico
Un uomo ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza che confermava gli arresti domiciliari per il reato di usura aggravata. L'accusa contestava all'indagato la mediazione di usura, avendo egli facilitato un prestito di mille euro a un imprenditore in difficoltà, con tassi del venti per cento mensili, lievitato fino a dodicimila euro. La difesa sosteneva l'errata interpretazione delle intercettazioni telefoniche, affermando che i dialoghi riguardassero normali transazioni commerciali agricole. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno ritenuto logica e coerente la ricostruzione del tribunale del riesame, basata sulle ammissioni della vittima e sulle conversazioni captate, che provavano il ruolo attivo di intermediario svolto dall'indagato nel favorire il patto usurario.
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Conversione dell’impugnazione: errore fatale per l’ex sindaco
Un ex sindaco, indagato per corruzione, ha subito l'aggravamento della misura cautelare dall'obbligo di firma agli arresti domiciliari per aver violato le prescrizioni incontrando altri indagati. L'indagato ha proposto direttamente ricorso in Cassazione contestando la valutazione dei fatti del giudice. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che contro i provvedimenti di aggravamento della misura cautelare l'unico rimedio e l'appello al Tribunale del Riesame. Non opera la conversione dell'impugnazione in appello se il ricorrente sceglie deliberatamente il ricorso per cassazione sollevando in realta contestazioni di merito camuffate da violazioni di legge. L'ex sindaco perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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Gravi indizi di colpevolezza: la condanna blocca la revoca
L'Imputato, accusato di tentato furto in abitazione aggravato, ha richiesto la revoca della misura cautelare del divieto di dimora. Il Tribunale del riesame ha rigettato la richiesta poiché, nel frattempo, l'uomo era stato condannato in primo grado per lo stesso reato. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che una sentenza di condanna, anche se non ancora definitiva, impedisce al giudice della libertà di rivalutare i gravi indizi di colpevolezza, a meno che non emergano prove del tutto nuove. Inoltre, la Suprema Corte ha respinto la tesi difensiva secondo cui lo stato di povertà potesse giustificare il furto come stato di necessità, definendola un'ipotesi astratta e non dimostrata. Di conseguenza, la misura cautelare resta confermata e l'uomo deve pagare le spese processuali.
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Misure cautelari e condanna: la poverta non cancella il reato
L'Imputato, sottoposto al divieto di dimora per tentato furto in abitazione, ha richiesto la revoca del provvedimento. Il Tribunale del Riesame ha respinto l'istanza, rilevando che una successiva sentenza di condanna, anche se non definitiva, impedisce di rivalutare la gravita degli indizi. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che lo stato di poverta integrasse lo stato di necessita e contestando le esigenze alla base delle misure cautelari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la condanna preclude un nuovo esame degli indizi originari, salvo elementi di prova del tutto inediti. Inoltre, la poverta e stata allegata in modo generico e astratto. L'Imputato e stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Falso ideologico in atto pubblico: arresti per l’agente infedele
Un agente di polizia penitenziaria è stato sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari con l'accusa di falso ideologico in atto pubblico. L'agente aveva redatto relazioni di servizio false per coprire la propria responsabilità nell'aggressione di un detenuto da parte di altri ristretti. La difesa ha invocato la scriminante del diritto di non autodenunciarsi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la tutela della verità dei documenti pubblici prevale sull'interesse del singolo a non incriminarsi. Inoltre, l'agente non aveva subito alcuna coercizione abusiva, non essendo a conoscenza dell'indagine a suo carico al momento della redazione del verbale.
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Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: no a ruoli lievi
Il Tribunale del Riesame ha confermato l'obbligo di firma per un'indagata accusata di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. L'organizzazione creava documenti falsi e organizzava matrimoni di comodo per far ottenere permessi di soggiorno a cittadini stranieri. La difesa sosteneva il carattere occasionale della condotta dell'indagata, che aveva ammesso un solo matrimonio fittizio dietro compenso, chiedendo di riqualificare il reato in concorso esterno. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che le prove, tra cui intercettazioni e video, dimostrano una partecipazione stabile all'attività illecita. L'indagata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Utilizzabilità delle intercettazioni: truffa Superbonus e carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per una truffa sul Superbonus. La difesa contestava l'utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da un altro procedimento penale. Gli Ermellini hanno chiarito che tali registrazioni sono pienamente utilizzabili se riguardano reati gravi per i quali la legge consente l'intercettazione autonoma, come l'autoriciclaggio. Inoltre, la Corte ha confermato la sussistenza del pericolo di inquinamento probatorio e di recidiva, respingendo la richiesta di arresti domiciliari. L'indagato rimane in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Utilizzabilità delle intercettazioni: scontro tra PM e difesa
Il Pubblico Ministero ha impugnato la decisione del Tribunale che ha annullato la custodia cautelare nei confronti di un indagato. Il Tribunale ha ritenuto inutilizzabili le registrazioni ottenute tramite microspie in un altro procedimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Pubblico Ministero, confermando che nel giudizio di rinvio il giudice è strettamente vincolato ai limiti imposti dalla precedente sentenza di annullamento. Di conseguenza, l'utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da indagini diverse è stata legittimamente esclusa, poiché i reati contestati non rientravano nei casi di arresto obbligatorio in flagranza previsti dalla vecchia normativa applicabile al caso specifico. Vince l'indagato, che resta libero dalla misura cautelare.
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Gravi indizi di colpevolezza: confermati gli arresti domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la misura cautelare degli arresti domiciliari. L'Indagato contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, sostenendo di essere la vera vittima dell'aggressione. La Corte ha chiarito che il giudice di legittimità non può rivalutare i fatti o l'attendibilità delle prove, ma deve solo verificare la logicità della motivazione. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano fornito una ricostruzione solida: il telefono de L'Indagato era sul luogo del delitto, le chiavi della vittima erano vicino alla sua auto e il suo comportamento sul posto era incompatibile con quello di un aggredito. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Tentativo di truffa: la trappola della polizia evita il carcere
Un uomo, accusato di truffa, era stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere. La difesa ha fatto ricorso sostenendo che si trattasse solo di un tentativo di truffa e non di un reato consumato. La consegna del denaro era infatti avvenuta in un centro commerciale sotto lo stretto controllo della polizia, precedentemente allertata dalla vittima. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la sorveglianza delle forze dell'ordine impedisce al truffatore di acquisire l'autonoma disponibilità del denaro e alla vittima di essere realmente ingannata. Di conseguenza, il reato si configura come tentato e non consente la custodia in carcere. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza e ordinato l'immediata scarcerazione dell'indagato.
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Utilizzabilità delle intercettazioni: il caso dei bonus edilizi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'indagata sottoposta agli arresti domiciliari per associazione a delinquere, truffa sui bonus edilizi e autoriciclaggio. La difesa contestava l'utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da un diverso procedimento penale e il momento di consumazione del reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche. I giudici hanno confermato la piena utilizzabilità delle intercettazioni in quanto relative a reati gravi per i quali è consentita l'intercettazione autonoma. Inoltre, la Corte ha ribadito che il reato di indebita percezione si consuma nel momento in cui lo Stato riconosce il credito d'imposta, determinando la perdita di denaro pubblico, e non quando questo viene materialmente incassato. L'indagata perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Misure cautelari personali: no sconti al giudice che corrompe
Un ex giudice tributario, accusato di corruzione in atti giudiziari per aver favorito una società in cambio di denaro, ha richiesto la revoca o la sostituzione della misura dell'obbligo di dimora a Milano con il divieto di dimora a Brescia. L'imputato sosteneva che le dimissioni e il tempo trascorso avessero azzerato le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità delle misure cautelari personali applicate. I giudici hanno evidenziato che il tempo trascorso non cancella automaticamente il pericolo se l'indagato ha tentato di condizionare un testimone, dimostrando assenza di pentimento e un'elevata pericolosità sociale. L'obbligo di dimora a Milano resta quindi necessario per limitare i suoi contatti.
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Misure cautelari personali: arresti confermati per usura
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura degli arresti domiciliari per concorso in usura aggravata. La difesa ha richiesto la revoca o la sostituzione delle misure cautelari personali, sostenendo l'assenza di gravi indizi e di reali esigenze di custodia. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la legittimità della custodia domiciliare a causa del concreto pericolo di inquinamento probatorio: alcuni testimoni erano stati infatti avvicinati per essere spinti a ridimensionare le accuse. La Suprema Corte ha ribadito che la gravità dei fatti e il rischio di alterazione delle prove giustificano il mantenimento della misura restrittiva, escludendo l'adeguatezza di provvedimenti meno afflittivi. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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