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Libertà Vigilata

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Provvedimenti

Ricorso per cassazione personale: l’errore che costa tremila euro
Il Tribunale di Sorveglianza di Torino aveva dichiarato inammissibile il reclamo proposto da un cittadino contro la revoca della sua libertà vigilata. Il cittadino ha quindi deciso di presentare un ricorso per cassazione personale, firmando l'atto di proprio pugno senza l'assistenza di un legale abilitato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, a seguito della riforma introdotta dalla Legge 103/2017, non è più consentito presentare un ricorso per cassazione personale. L'atto deve essere obbligatoriamente firmato da un avvocato iscritto all'albo speciale dei cassazionisti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Misura di sicurezza detentiva: no alla revoca dopo il giudicato
Il Condannato, precedentemente condannato in via definitiva per associazione mafiosa ed estorsione, ha richiesto la revoca della misura di sicurezza detentiva dell'assegnazione a una casa di lavoro, ritenendola illegale perché applicata in modo automatico e senza una valutazione concreta della sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la scelta di applicare una misura di sicurezza detentiva, disposta con la sentenza di condanna ormai irrevocabile, è coperta dal giudicato. Di conseguenza, eventuali vizi di motivazione o contestazioni sulla pericolosità dovevano essere sollevati durante il processo principale e non possono essere ridiscussi davanti al giudice dell'esecuzione.
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Libertà vigilata: il boss perde il ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per associazione mafiosa contro la misura della libertà vigilata per la durata di tre anni. Il Tribunale di Sorveglianza aveva confermato la misura basandosi sulla gravità del reato, sul ruolo di vertice ricoperto dal soggetto all'interno del clan e sulla totale assenza di un percorso di revisione critica del proprio passato criminale. La Suprema Corte ha stabilito che le contestazioni del ricorrente erano generiche e miravano a una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati. Di conseguenza, il condannato è stato obbligato a pagare le spese del procedimento e una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Aggravamento misura di sicurezza: da liberi a detenuti
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato l'aggravamento misura di sicurezza nei confronti del Ricorrente, sostituendo la libertà vigilata con l'assegnazione a una casa di lavoro per un anno. La decisione è scaturita dalle ripetute violazioni delle prescrizioni sul domicilio, dall'irreperibilità del soggetto e dalla commissione di nuovi reati durante la misura. Il Ricorrente ha impugnato il provvedimento in Cassazione con censure generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando l'aggravamento e condannando il Ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione: la firma personale costa caro
Il Ricorrente ha proposto personalmente un ricorso per cassazione contro l'ordinanza del Tribunale di sorveglianza, che aveva sostituito il ricovero in una struttura psichiatrica giudiziaria con la misura della libertà vigilata in comunità. La firma del Ricorrente era stata autenticata da un avvocato, ma l'atto non era stato redatto né sottoscritto da un difensore abilitato al patrocinio davanti alla Suprema Corte. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Secondo la legge, infatti, la parte non può presentare personalmente il ricorso per cassazione, dovendo questo essere necessariamente firmato da un avvocato cassazionista. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Pericolosità sociale: la buona condotta in cella non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato per reati di stampo mafioso contro la decisione che confermava la sua pericolosità sociale e l'applicazione della libertà vigilata. Il ricorrente sosteneva che il tempo trascorso, la buona condotta in carcere e l'assenza di nuovi carichi pendenti dimostrassero il suo ravvedimento. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che la regolare condotta carceraria non basta a escludere la pericolosità sociale se manca una reale revisione critica del proprio passato criminale. Inoltre, i rapporti delle forze dell'ordine confermavano la persistenza dei legami con l'organizzazione mafiosa di appartenenza. Di conseguenza, il condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Pericolosità sociale: la perizia medica non basta per la misura
Il Tribunale di sorveglianza applicava la misura di sicurezza della libertà vigilata a un condannato per oltraggio a pubblico ufficiale, ritenuto seminfermo di mente e con dipendenze, basandosi esclusivamente su una perizia psichiatrica. Il condannato ricorreva in Cassazione, lamentando la mancata valutazione della sua condotta in carcere e delle sue attuali condizioni di vita. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'accertamento della pericolosità sociale non può basarsi solo sul parere degli esperti psichiatrici. Il giudice deve valutare globalmente tutti gli elementi dell'articolo 133 del codice penale, inclusi il comportamento del reo e il contesto sociale, per verificare l'effettivo e attuale rischio di recidiva. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Pericolosità sociale: no a misure automatiche per ex mafiosi
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino condannato per associazione mafiosa contro l'applicazione della misura della libertà vigilata. Il Tribunale di sorveglianza aveva confermato la misura basandosi sulla gravità del reato passato e su contatti occasionali con pregiudicati. La Suprema Corte ha chiarito che la pericolosità sociale non può mai essere presunta, nemmeno per reati di mafia. Il giudice deve compiere una valutazione prognostica concreta e attuale, analizzando il comportamento recente del soggetto, l'attività lavorativa e l'assenza di nuove violazioni. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento, ordinando un nuovo esame che verifichi l'effettiva e attuale pericolosità sociale del ricorrente.
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Libertà vigilata: negato il cambio casa, decide il Tribunale
Un uomo sottoposto alla misura della libertà vigilata, dopo aver ottenuto la liberazione condizionale, ha chiesto al Magistrato di sorveglianza l'autorizzazione a trasferire il proprio domicilio da Roma alla Sicilia per convivere con la compagna. Il giudice ha respinto la richiesta poiché la compagna conviveva con soggetti legati a un comitato locale e il padre di lei era un ex brigatista con relazioni qualificate con ambienti terroristici. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione. La Suprema Corte ha stabilito che i provvedimenti del Magistrato di sorveglianza riguardanti le prescrizioni della libertà vigilata non si impugnano direttamente in Cassazione, ma tramite appello davanti al Tribunale di sorveglianza. Pertanto, la Corte ha riqualificato il ricorso in appello e ha trasmesso gli atti al Tribunale competente.
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Pericolosità sociale: nuovi reati bloccano la revoca delle misure
Il Tribunale di sorveglianza ha confermato la proroga di un anno della libertà vigilata per Il Ricorrente, ritenendo persistente la sua pericolosità sociale. L'uomo ha impugnato la decisione sostenendo che non fossero stati valutati correttamente i suoi sforzi di reinserimento e la mancanza di legami con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno evidenziato che, successivamente alla precedente proroga, a carico dell'uomo è emerso un nuovo procedimento per riciclaggio, con applicazione del divieto di dimora, unito alla persistente assenza di un lavoro stabile e alla frequentazione di pregiudicati. Questi elementi giustificano ampiamente la prognosi negativa sulla sua condotta futura.
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Competenza territoriale sorveglianza: detenuto o residente?
Il Magistrato di sorveglianza di Taranto ha sollevato un conflitto di competenza contro il Magistrato di Bari per stabilire quale ufficio dovesse decidere sul riesame della pericolosità sociale di un condannato. Al momento della richiesta, il soggetto era detenuto a Trani (sotto la giurisdizione di Bari), ma successivamente ha stabilito la propria residenza a Palagiano (sotto Taranto). La Corte di Cassazione ha chiarito le regole sulla competenza territoriale sorveglianza, stabilendo che essa si radica al momento della presentazione della domanda in base al luogo di detenzione. In virtù del principio di continuità della giurisdizione, i successivi mutamenti di residenza o la scarcerazione non spostano la competenza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato la competenza del Magistrato di sorveglianza di Bari.
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Proroga della libertà vigilata: i fatti nuovi superano la difesa
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga della libertà vigilata per un cittadino, basandosi anche su elementi di comportamento emersi dopo la decisione di primo grado. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'utilizzo di tali fatti sopravvenuti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la valutazione sulla pericolosità sociale richiede un giudizio prognostico in continua evoluzione. Di conseguenza, il giudice può legittimamente esaminare elementi successivi emersi nel contraddittorio per confermare o smentire la persistenza della pericolosità. Il ricorrente è stato condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Pericolosità sociale: condanna passata non basta per la misura
Il Tribunale di Sorveglianza aveva confermato la misura della libertà vigilata per un anno nei confronti di un uomo condannato per associazione mafiosa. Il condannato ha fatto ricorso, lamentando che la sua pericolosità sociale fosse stata considerata attuale in modo automatico, basandosi solo sulla gravità del reato passato risalente al 2013 e ignorando la sua buona condotta in carcere e un possibile errore di persona. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice non può presumere l'attualità del pericolo. Anche per reati gravi, occorre una valutazione concreta del comportamento recente del soggetto e del suo effettivo distacco dalle logiche criminali. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Legittimo impedimento a comparire: annullata la decisione
Il Detenuto, sottoposto alla misura della libertà vigilata, ha impugnato la decisione del Tribunale di Sorveglianza. Egli aveva espresso la volontà di partecipare all'udienza davanti al Magistrato di Sorveglianza mentre era in carcere. Successivamente, veniva posto agli arresti domiciliari per un'altra causa. Il giudice, pur conoscendo la nuova condizione, ha celebrato l'udienza senza disporre la sua traduzione o partecipazione a distanza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la detenzione domiciliare costituisce un legittimo impedimento a comparire. Di conseguenza, l'udienza celebrata in sua assenza è nulla. La Suprema Corte ha annullato i provvedimenti precedenti e ha ordinato un nuovo giudizio.
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Revoca della libertà vigilata: fuggire all’estero non basta
Il caso riguarda la richiesta di revoca della libertà vigilata presentata da un condannato per associazione mafiosa e lesioni personali. Dopo aver scontato la pena detentiva, l'uomo si era trasferito in Germania, avviando un'attività lavorativa e una relazione affettiva. Sulla base di questo allontanamento volontario, egli sosteneva fosse venuta meno la sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha invece confermato il rigetto della richiesta. I giudici hanno evidenziato che il trasferimento all'estero ha costituito una deliberata sottrazione alla misura di sicurezza, senza che vi sia stato un reale distacco dagli ambienti criminali d'origine o una revisione critica del proprio passato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Condotta regolare ma legami mafiosi: resta la pericolosità sociale
Il Tribunale di sorveglianza ha prorogato per un anno la misura della libertà vigilata nei confronti di un condannato. Quest'ultimo ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la valutazione della sua pericolosità sociale non potesse basarsi esclusivamente sui suoi trascorsi criminali in un clan ormai dissolto, evidenziando la propria condotta regolare e l'impegno nella ricerca di un lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il provvedimento. I giudici hanno chiarito che la condotta formalmente corretta non basta a escludere la pericolosità sociale se manca una reale e visibile dissociazione dall'ambiente mafioso d'origine e se il contesto familiare e territoriale non offre garanzie di contenimento. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Misura di sicurezza nel patteggiamento: serve la motivazione
Tre imputati concordano un patteggiamento per associazione a delinquere e truffa. Il giudice applica la pena richiesta ma aggiunge d'ufficio la libertà vigilata per un anno, senza motivare la pericolosità sociale dei soggetti. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando la mancanza di motivazione su questo punto. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che la misura di sicurezza nel patteggiamento, se non concordata e se facoltativa (come nel caso dell'associazione a delinquere semplice), richiede una specifica motivazione sulla pericolosità sociale di ciascun condannato. Di conseguenza, la Cassazione annulla la sentenza limitatamente alla misura applicata e rinvia al Tribunale per un nuovo esame.
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Interrogatorio di garanzia: la libertà vigilata resta valida
Il Sottoposto alla misura di sicurezza provvisoria della libertà vigilata ha impugnato il provvedimento che ne confermava la validità, lamentando il ritardo nello svolgimento dell'interrogatorio di garanzia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'interrogatorio di garanzia è obbligatorio anche per le misure di sicurezza provvisorie, pena l'inefficacia della misura stessa. Tuttavia, trattandosi di libertà vigilata (misura non detentiva), il termine per compiere l'atto è di dieci giorni dall'esecuzione e non di cinque (riservato alla custodia in carcere). Poiché l'atto è avvenuto entro i dieci giorni, la misura resta pienamente valida ed efficace.
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Buona condotta ma legami mafiosi: la pericolosità sociale
Il Tribunale di Sorveglianza applica la misura della libertà vigilata per tre anni a un uomo condannato per associazione mafiosa. Il difensore ricorre in Cassazione, sostenendo che la pericolosità sociale non sia attuale e che non si sia considerata la buona condotta in carcere. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano la persistente pericolosità sociale del soggetto, evidenziando il suo ruolo di rilievo nel clan, la mancanza di un percorso di revisione critica del proprio passato e le frequentazioni con pregiudicati dopo la scarcerazione, segnalate dalle forze dell'ordine. Il ricorrente viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna per casa vuota
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per la violazione della sorveglianza speciale. Il Sottoposto, soggetto alla misura di prevenzione con obbligo di soggiorno, non era stato trovato in casa durante due controlli serali della polizia. La difesa sosteneva che l'uomo si fosse trasferito, ma tale variazione di domicilio non era mai stata comunicata formalmente alle autorità. I giudici di legittimità hanno confermato la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione, oltre a un anno di libertà vigilata. La Cassazione ha ribadito che il mancato rispetto delle prescrizioni e l'omessa comunicazione del cambio di dimora integrano pienamente il reato, evidenziando una spiccata propensione a delinquere del ricorrente, condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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