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Cessione Del Credito — Anno 2022

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Altri anni per Cessione Del Credito

Provvedimenti

Cessione del credito: senza prove del debito il ricorso fallisce
Nel caso in esame, il presunto acquirente di un credito ha richiesto un decreto ingiuntivo contro una società immobiliare per oltre duecentomila euro. La società ha contestato l'esistenza stessa del debito originario. I giudici di merito hanno revocato l'ingiunzione per mancanza di prove certe sul prestito iniziale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del creditore, confermando che, in caso di contestazione, chi agisce in giudizio tramite cessione del credito non deve solo dimostrare il trasferimento del diritto, ma ha l'onere di provare rigorosamente l'esistenza e l'esigibilità del credito originario. Il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Agevolazioni fiscali sui finanziamenti: il nodo del leasing
Una società di persone ha impugnato il diniego di rimborso dell'imposta di registro versata in misura proporzionale dello 0,50% per la cessione di crediti futuri verso il GSE, posta a garanzia di un contratto di leasing per un impianto fotovoltaico. La società riteneva applicabili le agevolazioni fiscali sui finanziamenti previste dall'art. 15 d.P.R. 601/1973. La Commissione Tributaria Regionale ha accolto la tesi della contribuente, estendendo l'agevolazione alla cessione del credito collegata. L'Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso in Cassazione contestando che il leasing e la cessione del credito possano rientrare nella nozione di finanziamento agevolabile. La Suprema Corte, rilevando l'assenza di precedenti specifici e la pendenza di altre cause identiche, ha sospeso la decisione immediata, trasmettendo gli atti alla Quinta Sezione Civile per la trattazione in pubblica udienza.
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Cessione del credito d’imposta: l’errore del cedente costa caro
L'Agenzia delle Entrate ha disconosciuto un credito d'imposta IRES utilizzato in compensazione da una società, derivante da una cessione infragruppo. Il disconoscimento è avvenuto tramite controllo automatizzato poiché la società cedente non aveva indicato nella propria dichiarazione i dati della cessionaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della contribuente, confermando la legittimità della cartella di pagamento. La Suprema Corte ha stabilito che la cessione del credito d'imposta è inefficace nei confronti del fisco se mancano i requisiti formali previsti dalla legge al momento della cessione. Inoltre, la società utilizzatrice è considerata in colpa per non aver verificato la regolarità della cessione prima di compensare il debito, rendendo legittime anche le sanzioni irrogate.
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Compensazione legale: no al doppio uso dello stesso credito
Un professionista si oppone a un decreto ingiuntivo di venticinquemila euro chiedendo la compensazione legale con un suo presunto controcredito di centosessantamila euro. La Corte d'Appello rigetta l'opposizione rilevando che il professionista aveva già ceduto quel credito a una società terza per acquistare un immobile. La Corte di Cassazione conferma la decisione: chi cede un credito non ne ha più la disponibilità giuridica e non può utilizzarlo per estinguere un proprio debito tramite compensazione legale. Il ricorso viene rigettato e il debitore viene condannato a pagare le spese di giudizio.
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Cessione del credito risarcitorio: casa nuova ma nessun indennizzo
I Nuovi Proprietari di un appartamento chiedono il risarcimento dei danni causati da lavori di ristrutturazione eseguiti prima del loro acquisto. Il Condominio e l'Amministratore si oppongono, evidenziando che l'assemblea aveva rinunciato all'azione contro l'impresa appaltatrice. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La Corte chiarisce che il diritto al risarcimento per danni anteriori all'acquisto non si trasferisce automaticamente al nuovo proprietario senza un patto espresso di cessione del credito risarcitorio. Inoltre, l'assemblea condominiale può legittimamente rinunciare all'azione contro l'appaltatore per le parti comuni, e l'amministratore che esegue tale decisione non commette alcun illecito. Infine, la Corte segnala l'avvocato dei ricorrenti al Consiglio dell'Ordine per espressioni offensive nei confronti del giudice.
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Onere di riserva: il Ministero cambia i patti ma l’impresa perde
Un'impresa di costruzioni (L'Appaltatore) ha stipulato un contratto di appalto pubblico con un Ministero (Il Committente). Successivamente, il Committente ha modificato unilateralmente le scadenze e gli importi dei pagamenti. Questa variazione ha costretto l'Appaltatore a rinegoziare un finanziamento bancario, subendo ingenti danni finanziari. L'Appaltatore ha quindi chiesto il risarcimento dei danni in tribunale. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, stabilendo che l'Appaltatore è decaduto dal diritto al risarcimento per non aver rispettato l'onere di riserva. Questo adempimento impone di registrare subito nei documenti contabili dell'appalto ogni pretesa economica aggiuntiva o richiesta di risarcimento danni derivante da comportamenti della stazione appaltante. Di conseguenza, l'Appaltatore ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio.
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Azione revocatoria fallimentare: banca perde contro il curatore
Il Fallimento di una società ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro la Banca per ottenere la restituzione di oltre 141.000 euro. Tali somme erano confluite sui conti correnti della società nell'anno precedente al fallimento. La Banca si è difesa sostenendo che i versamenti derivavano da cessioni di credito stipulate prima del periodo sospetto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Banca. I giudici hanno chiarito che, per evitare l'azione revocatoria fallimentare, la cessione di credito deve avere una data certa anteriore al fallimento, dimostrata con elementi oggettivi e non con semplici indizi o verosimiglianze. Senza data certa, i pagamenti restano revocabili e la Banca deve restituire il denaro.
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Cessione del credito alla PA: il silenzio non vale come assenso
Un'azienda stradale ha ceduto a un'altra società privata il proprio credito verso un'importante società pubblica concessionaria per lavori autostradali. La società pubblica ha rifiutato la cessione oltre il termine di quindici giorni previsto dal Codice dei contratti pubblici. La Corte d'Appello aveva ritenuto valida la cessione per via del ritardo nel rifiuto. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della società pubblica. I giudici hanno chiarito che la cessione del credito verso la Pubblica Amministrazione a favore di soggetti non bancari o finanziari richiede sempre l'adesione espressa dell'ente pubblico. Il semplice silenzio o il ritardo non equivalgono ad accettazione. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio.
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Dichiarazione di fallimento: il ricorso incompleto salva il creditore
Una società in liquidazione ha impugnato la dichiarazione di fallimento pronunciata su richiesta di una società creditrice. La debitrice sosteneva che la creditrice non avesse la legittimazione ad agire, avendo ceduto il proprio credito al socio unico prima di presentare l'istanza di fallimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il mancato esame di una questione processuale non costituisce omessa pronuncia. Inoltre, la ricorrente non ha fornito le prove specifiche dell'immediato effetto traslativo della cessione del credito, non allegando i documenti necessari. Di conseguenza, la dichiarazione di fallimento è stata confermata e la società debitrice è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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