Definizione
Accordo con cui un creditore trasferisce il proprio diritto di credito a un altro soggetto.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 502 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 42% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 32%
- Rigettato 42%
- Inammissibile 18%
- Estinto 2%
- Altro 6%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 353%
- Civile Sez. 131%
- Civile Sez. 516%
Precedenti più richiamati
- Cass. 20315/2022in 14 provvedimenti
- Cass. 18477/2023in 14 provvedimenti
- Cass. 5649/2023in 11 provvedimenti
- Cass. S.U. 2951/2016in 11 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Una società ha ceduto a un terzo un credito accertato con decreto ingiuntivo tramite atto notarile. In seguito, la stessa cedente ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro la vendita di un complesso immobiliare eseguita dalla debitrice, sostenendo che tale cessione patrimoniale ledesse la garanzia del credito ceduto. Nel giudizio è intervenuta anche la nuova titolare del credito. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda della società cedente per difetto di legittimazione attiva: chi cede un credito perde ogni potere di agire a tutela della garanzia patrimoniale, che spetta solo all'attuale titolare. I giudici hanno inoltre dichiarato inammissibile l'appello incidentale tardivo della cessionaria, condannando entrambe al pagamento delle spese.
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Una società debitrice ha concluso un accordo transattivo a tre parti per estinguere un debito tramite cessione di crediti. Pochi mesi dopo, il tribunale ha dichiarato il fallimento della società debitrice. Il relativo curatore ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro la procedura creditrice e l'acquirente del ramo aziendale per recuperare le somme versate. La Corte d'Appello ha respinto la domanda: mancava la prova della consapevolezza dello stato di dissesto in capo al curatore che aveva ricevuto il pagamento. Non risultavano infatti pignoramenti o protesti. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dichiarando il ricorso inammissibile. Il giudice di merito ha valutato correttamente gli indizi di insolvenza. La Suprema Corte non può riesaminare le prove fattuali già chiarite in appello. La procedura fallimentare attrice ha subito la condanna alle spese legali.
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Una società cessionaria di crediti ha citato in giudizio un istituto scolastico e l'amministrazione statale per ottenere il pagamento di oltre 490.000 euro per servizi di decoro e pulizia. L'attrice fondava la pretesa su due fatture commerciali e sull'avvenuta esecuzione delle prestazioni da parte dell'impresa cedente. I giudici di appello hanno respinto la domanda e confermato il rigetto di primo grado. Nei contratti con la Pubblica Amministrazione vige il principio inderogabile della forma scritta a pena di nullità. L'emissione di fatture o la mancata contestazione dei lavori svolti non sostituiscono l'atto contrattuale formale. Senza una convenzione scritta stipulata prima dei servizi, nessun debito sorge a carico dello Stato.
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Un Ente pubblico stipulava contratti di fornitura elettrica con una società energetica. La fornitrice applicava in seguito le tariffe del regime di salvaguardia, aumentando i costi. L'Ente pubblico sospendeva i pagamenti lamentando l'assenza di avvisi preventivi. La società energetica cedeva i crediti a una banca, che otteneva un decreto ingiuntivo per oltre seicentomila euro. L'Ente si opponeva invocando la tutela prevista per i clienti deboli e la nullità della clausola sulla competenza territoriale. I giudici hanno respinto l'opposizione e la Corte di Cassazione ha confermato la decisione: un ente pubblico non rientra nella nozione di consumatore, riservata alle sole persone fisiche per scopi estranei all'attività professionale. Inoltre, il passaggio legale al regime di salvaguardia resta valido anche se non preceduto da comunicazioni formali.
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Un cessionario ha promosso una causa per riscuotere somme derivanti da una lite giudiziaria e far accertare la simulazione di vendite immobiliari. I giudici di merito hanno respinto le richieste di pagamento. In appello, la corte ha ritenuto inefficace la cessione del credito verso i debitori e ha confermato il rigetto. Il creditore ha lamentato anche l'omessa decisione su offese personali ricevute negli scritti dei convenuti, qualificati con insulti e foto lesive. La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia del trasferimento creditorio, ma ha accolto il ricorso sul mancato risarcimento per le offese processuali, rinviando gli atti per la liquidazione del danno.
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Una consumatrice ha rimborsato prima del termine un prestito contro cessione del quinto dello stipendio, chiedendo la restituzione proporzionale di tutti i costi accessori non goduti. L'istituto di credito si è opposto, sostenendo che le commissioni iniziali fossero non rimborsabili e indicando come responsabile la società terza a cui aveva ceduto il credito. La Corte d'Appello ha accolto le ragioni della consumatrice, confermando che l'estinzione anticipata del finanziamento impone la restituzione proporzionale sia dei costi periodici sia dei costi iniziali secondo il criterio del pro rata temporis. I giudici hanno inoltre sancito la nullità delle clausole contrattuali limitative e condannato la banca originaria alla restituzione della somma indebitamente trattenuta.
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Una banca cessionaria ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro una fondazione per bollette del gas non pagate risalenti ad anni prima. L'ente debitore si è opposto eccependo la prescrizione quinquennale delle somme richieste. La banca ha replicato sostenendo che la notifica dell'avvenuta cessione del credito e l'invio di un successivo estratto conto avevano bloccato il decorso del tempo. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della banca e ha confermato la vittoria della fondazione. I giudici hanno chiarito che l'interruzione della prescrizione richiede un'inequivocabile intimazione di pagamento e non può derivare da un atto puramente informativo o contabile.
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Un Ente pubblico pagava per errore alcune fatture commerciali alla Società fornitrice originaria invece che alla Banca cessionaria, dopo aver ricevuto la notifica di cessione del credito. Costretto da una successiva sentenza a versare nuovamente l'importo alla Banca, l'Ente agiva in giudizio contro la fornitrice originaria per ottenere la restituzione delle somme versate senza causa. Il Tribunale ha accolto la domanda qualificando la vicenda come ripetizione dell'indebito oggettivo. La fornitrice conosceva perfettamente la cessione ed era in mala fede al momento dell'incasso. Il giudice ha quindi condannato la fornitrice a restituire l'intero capitale con gli interessi legali decorrenti sin dal giorno dell'errato pagamento.
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La Corte d'Appello ha confermato il rigetto di una pretesa bancaria basata su una presunta cessione del credito. La banca non ha fornito prova del contratto di cessione, limitandosi a produrre ricevute bancarie (Ri.Ba.) e documenti interni. La sentenza chiarisce che la Ri.Ba. non ha valore di titolo di credito e non dimostra autonomamente il trasferimento della titolarità del diritto.
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La Corte d'Appello conferma l'azione revocatoria fondo patrimoniale contro un atto di costituzione di beni in fondo familiare. La decisione chiarisce che tale atto, essendo a titolo gratuito, può essere dichiarato inefficace se arreca pregiudizio alle ragioni del creditore, anche in presenza di un credito litigioso o ceduto a terzi nel corso di una cartolarizzazione.
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La Corte d'Appello ha confermato la validità di un contratto di credito nonostante le contestazioni sulla trasparenza bancaria e sul calcolo del TAEG del finanziamento. I giudici hanno stabilito che una lieve discrepanza tra il tasso pubblicizzato e quello effettivo non comporta la nullità del rapporto se il costo reale per il cliente risulta inferiore a quello dichiarato, poiché non vi è lesione della libertà negoziale.
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Un istituto di credito ha concesso un mutuo garantito da ipoteca su un immobile. Successivamente, lo Stato ha disposto la confisca per equivalente del bene a carico del proprietario per reati fiscali. La banca e la società cessionaria del credito hanno chiesto la vendita dell'immobile per soddisfare la propria garanzia ipotecaria. L'Agenzia del Demanio si è opposta, eccependo la decadenza dei creditori. Il giudice dell'esecuzione ha confermato il diritto del creditore ipotecario e ha assegnato un termine all'amministrazione statale per decidere la destinazione del bene. L'Agenzia del Demanio ha impugnato l'ordinanza direttamente in Cassazione. La Suprema Corte ha riqualificato il ricorso come opposizione all'esecuzione e ha rimesso gli atti al Tribunale. La Corte ha stabilito che contro il provvedimento del giudice dell'esecuzione sulla confisca per equivalente occorre proporre prima formale opposizione davanti allo stesso tribunale.
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A seguito di un incendio in un capannone, un'azienda concordava con la compagnia assicurativa l'ammontare dei danni ma non riceveva il pagamento. La società cedeva gran parte del credito ad alcuni creditori e richiedeva per sé solo la quota residua. Successivamente interveniva il fallimento dell'impresa. Il tribunale accertava la nullità delle cessioni di credito, stabilendo che i crediti non erano mai usciti dal patrimonio aziendale. Il fallimento agiva quindi per ottenere l'importo residuo delle somme cedute, ma l'assicurazione eccepiva la prescrizione indennizzo assicurativo. La Suprema Corte ha accolto le ragioni della compagnia: la nullità ha valore retroattivo e l'incertezza soggettiva o la pendenza di altre liti non sospende il termine biennale di prescrizione. Il fallimento doveva interrompere i termini tempestivamente senza attendere il passaggio in giudicato della sentenza.
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Una banca cessionaria di crediti sanitari ha richiesto a una Regione e a un'Azienda Sanitaria Locale oltre venticinque milioni di euro per prestazioni mediche svolte tra il 2008 e il 2009 da un istituto ospedaliero convenzionato. La Regione ha contestato la richiesta invocando i tetti di spesa sanitari e sostenendo di non essere il debitore diretto. La Corte d'Appello ha riconosciuto il credito escludendo limiti di budget per la struttura prima delle riforme del 2008. La Corte di Cassazione, rilevando un profondo contrasto giurisprudenziale sull'applicazione dei tetti di spesa sanitari agli istituti equiparati agli ospedali pubblici prima del 2009, ha sospeso la decisione camerale. I giudici hanno quindi rinviato la causa a una pubblica udienza per definire la questione di massima importanza.
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Una società cessionaria di crediti sanitari ha agito contro la Regione e l'Azienda Sanitaria per ottenere oltre ottocentomila euro a titolo di incentivo. Dopo il rigetto delle domande nei gradi ordinari, la società ha promosso il giudizio di revocazione per errore di fatto contro la sentenza di appello. L'attrice contestava l'omessa valutazione di un prospetto riepilogativo sulle giornate di degenza. La Corte territoriale ha respinto il ricorso e la Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione finale. La Suprema Corte ha chiarito che la revocazione esige sia una falsa percezione materiale, sia la decisività assoluta del documento trascurato. La tabella invocata indicava una degenza ridotta, ma non certificava alcun formale atto regionale attributivo del compenso. La società ricorrente perde la causa e subisce la condanna al pagamento di oltre ventimila euro per le spese legali delle amministrazioni resistenti.
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La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di omessa pronuncia restitutoria in un contenzioso tra due aziende. Un'azienda (Azienda A) aveva ottenuto un decreto ingiuntivo per un credito derivante dalla cessione di un credito. L'altra azienda (Azienda B) si era opposta. Dopo vari gradi di giudizio, la Corte d'Appello aveva accertato un credito inferiore per l'Azienda A, ma aveva omesso di ordinare la restituzione delle somme che l'Azienda A aveva già ricevuto in eccesso e poi restituito a seguito della revoca del decreto ingiuntivo di primo grado. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Azienda A, cassando la sentenza d'Appello e rinviando la causa affinché il giudice di rinvio provveda alla corretta ricognizione delle posizioni di dare e avere, includendo la restituzione delle somme.
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Una società creditrice notificava un precetto di pagamento a una banca. L'istituto bancario proponeva opposizione all'esecuzione contestando la validità della procura della controparte. I giudici di merito respingevano l'opposizione della banca. Successivamente, una società terza cessionaria dei crediti della banca impugnava la decisione in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il contratto di cessione del credito trasferisce solo le posizioni attive e non legittima l'acquirente a impugnare sentenze in cui la banca cedente figura come mera debitrice esecutata.
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La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di Cessione credito IRES da una società fallita a un'altra. L'Agenzia delle Entrate aveva negato il rimborso, sostenendo che il credito fosse "futuro" al momento della cessione, poiché non ancora indicato nella dichiarazione fiscale. I giudici di merito avevano riconosciuto il diritto al rimborso. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia, stabilendo che il credito d'imposta, sebbene incerto al momento dell'accordo, diventa certo e cedibile quando le operazioni di liquidazione lo definiscono e la cessione viene notificata. La sentenza conferma la validità della cessione, anche se il credito si è concretizzato durante la procedura fallimentare.
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Un'impresa individuale richiede un rimborso IVA relativo ad anni precedenti e poi cede il proprio credito a una società. L'Amministrazione Finanziaria blocca l'erogazione ed emetta un provvedimento di diniego. La società cessionaria impugna il rigetto. La contribuente sostiene che il fisco ha fatto scadere i termini di accertamento e ha generato una legittima aspettativa di incasso rimanendo inattivo per vent'anni. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso e stabilisce principi chiarissimi in materia di Rimborso IVA e onere della prova. L'Amministrazione Finanziaria può sempre contestare l'esistenza del credito azionato a rimborso, anche se i termini di rettifica della dichiarazione sono scaduti. Spetta interamente al contribuente dimostrare i fatti costitutivi del credito vantato, non bastando la sola indicazione nella dichiarazione dei redditi. Inoltre, il semplice silenzio dell'ufficio non crea alcun legittimo affidamento nel cittadino.
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Due aziende, l'Azienda Editrice e l'Azienda Commerciale, avevano un complesso rapporto commerciale che includeva la cessione di crediti e la vendita di gadget. L'Azienda Commerciale chiedeva il pagamento di somme. Durante il processo, il difensore dell'Azienda Commerciale dichiarò l'avvenuto pagamento parziale di un acconto. La Corte di Appello non considerò valida questa dichiarazione. La Cassazione, invece, ha stabilito che la rinuncia a una parte della domanda rientra nei **poteri del difensore** e costituisce una valida confessione giudiziale, cassando la sentenza e rinviando la causa per un nuovo esame.
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