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Rimborso accise: sì all’azione contro il fornitore fallito

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 31648/2025, ha stabilito che il consumatore finale ha diritto a chiedere il rimborso delle accise non dovute direttamente al fornitore di energia, anche se quest’ultimo è stato dichiarato fallito. L’azione diretta verso lo Stato è una facoltà aggiuntiva e non un obbligo, pertanto il consumatore può legittimamente insinuarsi al passivo del fallimento per recuperare le somme indebitamente versate. La Corte chiarisce che il rapporto tra consumatore e fornitore è di natura civilistica e l’azione esperibile è quella di ripetizione dell’indebito.

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Rimborso accise: il consumatore può agire contro il fornitore fallito

Il tema del rimborso accise indebitamente pagate sull’energia elettrica torna al centro di un’importante pronuncia della Corte di Cassazione. Con la sentenza in commento, i giudici hanno chiarito a chi spetta restituire le somme quando il fornitore, che le ha incassate, è stato dichiarato fallito. La questione è cruciale: il consumatore deve obbligatoriamente rivolgersi allo Stato o può far valere le sue ragioni direttamente nei confronti del fornitore insolvente, insinuandosi nella procedura fallimentare? La Corte ha offerto una risposta netta, delineando i confini tra i diritti del consumatore e le procedure concorsuali.

I fatti di causa

Una società consumatrice si era vista addebitare in fattura, dal proprio fornitore di energia elettrica, le addizionali provinciali sulle accise. Tali imposte, applicate per l’anno 2011, si sono successivamente rivelate illegittime perché in contrasto con la normativa dell’Unione Europea. Nel frattempo, la società fornitrice di energia veniva dichiarata fallita.

La società consumatrice, per ottenere la restituzione di circa 10.000 euro versati indebitamente, presentava domanda di insinuazione al passivo del fallimento. Il curatore fallimentare, tuttavia, si opponeva, escludendo il credito dallo stato passivo. La tesi del fallimento era che il consumatore avrebbe dovuto agire direttamente contro l’Erario per il recupero delle somme, dato che il fornitore era ormai insolvente.

La decisione del Tribunale e il ricorso in Cassazione

Il Tribunale, adito dalla società consumatrice in opposizione allo stato passivo, accoglieva la domanda di quest’ultima, ammettendo il credito al passivo fallimentare. La curatela del fallimento, non soddisfatta della decisione, proponeva ricorso per cassazione.

I motivi del ricorso si basavano principalmente sulla violazione del principio unionale di effettività della tutela. Secondo il ricorrente, in caso di fallimento del fornitore, l’unico rimedio effettivo per il consumatore sarebbe l’azione diretta contro lo Stato. Consentire l’insinuazione al passivo, a detta del fallimento, creerebbe una situazione svantaggiosa per il fornitore stesso, il quale, una volta ammesso il credito, avrebbe difficoltà a sua volta a recuperare le somme dall’Erario, data l’efficacia puramente interna (endoconcorsuale) del decreto di ammissione al passivo.

Le motivazioni della Corte

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del fallimento, confermando la piena legittimità dell’azione del consumatore. Il ragionamento dei giudici si snoda attraverso punti chiari e distinti.

In primo luogo, la Corte ha ribadito la natura del rapporto tra fornitore e consumatore finale. Si tratta di un rapporto puramente civilistico. Il consumatore che paga un’accisa non dovuta effettua un pagamento privo di causa giuridica. Di conseguenza, l’azione per ottenerne la restituzione è quella di ripetizione dell’indebito (art. 2033 c.c.), che va esperita nei confronti di chi ha ricevuto il pagamento, ovvero il fornitore. Il fornitore, quindi, è il soggetto passivamente legittimato.

In secondo luogo, la giurisprudenza, sia nazionale che europea, ha effettivamente riconosciuto al consumatore finale la possibilità di agire direttamente contro lo Stato per il rimborso accise. Tuttavia, questa azione diretta è stata configurata come un rimedio eccezionale e facoltativo, non come un obbligo. Essa rappresenta una tutela aggiuntiva, attivabile specialmente quando l’azione verso il fornitore si riveli “impossibile o eccessivamente difficile”, come nel caso di insolvenza.

Il punto cruciale della sentenza è che questa facoltà non si trasforma in un obbligo per il solo fatto che il fornitore sia fallito. Il consumatore mantiene la libertà di scegliere quale via percorrere: può rivolgersi allo Stato oppure, come nel caso di specie, può scegliere di insinuarsi al passivo del fallimento. La procedura fallimentare è, a tutti gli effetti, la sede naturale per l’accertamento dei crediti verso un soggetto insolvente.

Le difficoltà che il fallimento potrebbe incontrare nel successivo recupero delle somme dall’Erario sono state considerate dalla Corte come una questione distinta, attinente al rapporto tributario tra fornitore e Stato, e quindi estranea al diritto del consumatore di ottenere la restituzione di quanto indebitamente pagato.

Le conclusioni e il principio di diritto

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, affermando un principio di diritto di fondamentale importanza pratica: il consumatore finale che ha corrisposto al fornitore un’imposta (come le addizionali sulle accise) in contrasto con il diritto dell’Unione Europea è legittimato a esercitare l’azione di ripetizione dell’indebito direttamente nei confronti dello stesso fornitore, anche nell’ambito della procedura di accertamento del passivo se questo è stato dichiarato fallito.

L’azione diretta del consumatore verso lo Stato è solo facoltativa e alternativa rispetto alla domanda di restituzione da indirizzare al fornitore fallito. Le peculiarità della procedura concorsuale non creano una legittimazione straordinaria ed esclusiva verso l’Erario che escluda l’azione nei confronti del fornitore.

Se un fornitore di energia addebita accise non dovute e poi fallisce, il consumatore può chiedere il rimborso insinuandosi al passivo del fallimento?
Sì. La Corte di Cassazione ha confermato che il consumatore ha il pieno diritto di presentare domanda di insinuazione al passivo del fallimento del fornitore per ottenere la restituzione delle somme, in quanto l’azione si fonda sul rapporto civilistico di ripetizione dell’indebito.

L’esistenza di un’azione diretta contro lo Stato per il rimborso accise obbliga il consumatore a usarla se il fornitore è insolvente?
No. La sentenza chiarisce che l’azione diretta contro lo Stato è un rimedio facoltativo e alternativo, non un obbligo. Il consumatore mantiene la scelta di agire contro il fornitore, anche se fallito, attraverso gli strumenti previsti dalla legge fallimentare.

Qual è la natura del rapporto tra consumatore e fornitore riguardo al pagamento delle accise?
La Corte ha stabilito che si tratta di un rapporto di natura civilistica. Il fornitore riceve un pagamento non dovuto e il consumatore ha diritto di chiederne la restituzione tramite l’azione di ripetizione dell’indebito, indipendentemente dalla natura tributaria dell’importo originario.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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