Tenuità del Fatto: Quando un Reato Lieve non è Abbastanza Esiguo
La recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 45297/2023, offre un importante chiarimento sulla distinzione tra il reato di ‘lieve entità’ in materia di stupefacenti e la causa di non punibilità per ‘particolare tenuità del fatto‘. La Corte ha stabilito che la qualificazione di un reato come lieve non comporta automaticamente l’applicazione dell’esimente, specialmente in presenza di circostanze che rivelano una maggiore gravità della condotta e una certa propensione a delinquere del soggetto.
Il Caso: Cessione di Hashish e la Condanna in Appello
Il caso riguarda un individuo condannato dalla Corte d’Appello di Roma alla pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione e 2.000 euro di multa. L’accusa era di detenzione per uso non esclusivamente personale di 2,7 grammi di hashish e la contestuale vendita di 1,4 grammi della stessa sostanza. Il reato è stato qualificato ai sensi dell’art. 73, comma 5, del D.P.R. 309/1990, che disciplina appunto i fatti di ‘lieve entità’.
Insoddisfatto della decisione, l’imputato ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando diverse violazioni di legge.
I Motivi del Ricorso: la Difesa Punta sulla Tenuità del Fatto
La difesa ha articolato il ricorso su quattro punti principali:
- Mancata applicazione della tenuità del fatto: Si sosteneva che la Corte d’Appello avrebbe dovuto riconoscere la causa di non punibilità prevista dall’art. 131-bis c.p., data l’esiguità dello stupefacente, l’assenza di allarme sociale e la condotta successiva al reato.
- Errata commisurazione della pena: La difesa contestava i criteri utilizzati per determinare la pena, ritenendo che il giudice avesse dato peso a circostanze ambientali senza valorizzare il comportamento collaborativo dell’imputato.
- Sproporzione della pena pecuniaria: Si lamentava l’assenza di motivazione riguardo all’importo della multa, considerato eccessivo rispetto alle condizioni economiche dell’imputato.
- Mancata concessione della sospensione condizionale: Infine, si criticava il diniego del beneficio della sospensione condizionale della pena.
La Decisione della Cassazione: la Distinzione tra Lieve Entità e Tenuità del Fatto
La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo i motivi presentati una mera riproposizione delle argomentazioni già respinte in appello e prive di un reale confronto con le motivazioni della sentenza impugnata. Nel merito, la Corte ha colto l’occasione per ribadire la fondamentale differenza tra i due istituti giuridici invocati dalla difesa.
I Criteri Distintivi
La sentenza chiarisce che la fattispecie di ‘lieve entità’ (art. 73, comma 5) e la causa di non punibilità per ‘particolare tenuità del fatto‘ (art. 131-bis c.p.) sono concetti strutturalmente e teleologicamente non coincidenti.
- Per la lieve entità, il giudice valuta i mezzi, le modalità, le circostanze dell’azione, la quantità e la qualità delle sostanze.
- Per la tenuità del fatto, invece, si considerano le modalità della condotta, il grado di colpevolezza, l’entità del danno o del pericolo e, soprattutto, il carattere non abituale della condotta.
La Condotta Abituale e le Modalità del Reato
Nel caso specifico, la Corte territoriale aveva negato i benefici richiesti basandosi su elementi concreti che andavano oltre la semplice quantità di droga. Aveva infatti valorizzato:
- Le modalità della condotta: La cessione era avvenuta di notte, in un luogo frequentato da giovani, e a fronte di un corrispettivo immediatamente sequestrato.
- La personalità dell’imputato: Il soggetto era privo di un’attività lavorativa stabile e, soprattutto, era un recidivo reiterato, infraquinquennale e specifico. Questo elemento è stato decisivo per escludere il carattere ‘non abituale’ della condotta, requisito essenziale per la tenuità del fatto.
Le Motivazioni
La Corte di Cassazione ha concluso che la motivazione della Corte d’Appello era congrua e priva di vizi logici. La pena inflitta, superiore al minimo edittale, era giustificata dall’intensità del dolo, desunta dalle modalità dell’azione. Gli stessi elementi che hanno giustificato una pena più severa e il diniego della sospensione condizionale (recidività e circostanze aggravanti) hanno implicitamente ma inequivocabilmente supportato l’esclusione della particolare tenuità del fatto. Il ricorso è stato quindi giudicato manifestamente infondato e, di conseguenza, inammissibile.
Le Conclusioni
Questa pronuncia ribadisce un principio fondamentale: la qualificazione di un reato di spaccio come ‘fatto di lieve entità’ non garantisce l’accesso alla causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici devono compiere una valutazione più ampia, che tenga conto non solo degli aspetti oggettivi del reato (la quantità di sostanza), ma anche delle modalità della condotta e della storia personale dell’imputato. La presenza di recidiva e di circostanze che denotano una certa professionalità nell’illecito sono elementi ostativi che il giudice di merito deve attentamente considerare.
Un reato di ‘lieve entità’ in materia di stupefacenti è automaticamente non punibile per ‘particolare tenuità del fatto’?
No. La Corte di Cassazione ha chiarito che sono due concetti giuridici distinti con criteri di valutazione differenti. Un fatto può essere di lieve entità in base alla quantità di droga, ma non abbastanza tenue da escludere la punibilità se, ad esempio, la condotta è abituale o le modalità di commissione sono particolarmente gravi.
Quali elementi possono impedire l’applicazione della causa di non punibilità per tenuità del fatto?
Secondo la sentenza, elementi come la recidiva specifica e reiterata, la cessione della sostanza a fronte di un corrispettivo, e le circostanze aggravanti (come l’aver agito di notte in un luogo frequentato da giovani) possono escludere la tenuità del fatto, anche se la quantità di droga è minima, perché indicano una maggiore gravità della condotta e un comportamento non occasionale.
Perché il ricorso in Cassazione è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché i motivi presentati erano sostanzialmente una ripetizione di quelli già sollevati e respinti in appello. La difesa non si è confrontata specificamente con le argomentazioni della sentenza impugnata, rendendo le censure aspecifiche e, quindi, non meritevoli di essere esaminate nel merito dalla Suprema Corte.