Con l’ordinanza in esame, la Corte di Cassazione ribadisce un principio fondamentale in materia di reato di calunnia: la sua configurabilità non viene meno neanche se il reato, oggetto della falsa accusa, viene successivamente abrogato o depenalizzato. Questo concetto è cruciale per comprendere la natura del delitto di calunnia, che tutela il corretto funzionamento della giustizia e l’onore della persona ingiustamente accusata.
I Fatti del Caso
Il caso trae origine dal ricorso presentato da un individuo condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di calunnia. L’imputato aveva falsamente accusato un’altra persona di aver commesso un illecito penale. In sua difesa, durante il processo di appello e successivamente in Cassazione, aveva sollevato diverse obiezioni, tra cui una particolarmente interessante dal punto di vista giuridico: il reato che egli aveva falsamente attribuito alla vittima era stato, nel frattempo, depenalizzato.
La difesa sosteneva che, venendo meno la rilevanza penale del fatto oggetto dell’accusa, dovesse di conseguenza venir meno anche la calunnia stessa. Tuttavia, sia il Tribunale di primo grado sia la Corte d’Appello avevano rigettato questa tesi, confermando la condanna. L’imputato ha quindi proposto ricorso per Cassazione, riproponendo le medesime argomentazioni.
La Decisione sul reato di calunnia
La Corte di Cassazione, con la presente ordinanza, ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto che i motivi presentati non fossero altro che una mera riproposizione di censure già esaminate e correttamente respinte dai giudici di merito. La Corte ha evidenziato come la motivazione della sentenza d’appello fosse logica, congrua e giuridicamente corretta, soprattutto nel respingere le argomentazioni difensive.
Il punto centrale della decisione riguarda proprio la questione della depenalizzazione. La Corte ha chiarito in modo inequivocabile che il delitto di calunnia si perfeziona nel momento stesso in cui viene sporta la falsa accusa. È in quel preciso istante che si lede il bene giuridico protetto dalla norma, ovvero il corretto funzionamento della giustizia, e si mette in pericolo la libertà e l’onore di un innocente, esponendolo al rischio concreto di un procedimento penale.
Le Motivazioni della Decisione
La motivazione della Corte si fonda su un principio consolidato. La valutazione sulla falsità dell’attribuzione di un fatto costituente reato deve essere effettuata con riferimento al momento in cui la calunnia viene consumata. Ciò che rileva è che, in quel momento, il fatto falsamente denunciato fosse previsto dalla legge come reato.
La successiva abrogazione della norma incriminatrice non ha alcun effetto retroattivo sulla calunnia già commessa. L’offensività della condotta, infatti, si è già pienamente realizzata: l’aver attivato inutilmente la macchina della giustizia e aver esposto un innocente a un’indagine penale sono danni che si sono già verificati e che non possono essere cancellati dalla successiva modifica legislativa.
A sostegno di questa tesi, la Corte richiama un proprio precedente (Sez. 6, n. 39981 del 17/05/2018), confermando un orientamento giurisprudenziale stabile. La sentenza impugnata aveva, inoltre, fatto corretto uso della cosiddetta “motivazione per relationem”, richiamando le argomentazioni del giudice di primo grado che avevano già confutato in modo esauriente le tesi difensive, rendendo superfluo un riesame nel dettaglio.
Conclusioni: Implicazioni Pratiche
L’ordinanza ha importanti implicazioni pratiche. Stabilisce che chiunque accusi falsamente un’altra persona di un reato non può sperare di sfuggire alla responsabilità per calunnia in caso di futura depenalizzazione di quel reato. Il principio di legalità e la tutela della persona innocente prevalgono sulle vicende legislative successive al fatto.
In conclusione, il reato di calunnia si configura come un delitto contro l’amministrazione della giustizia la cui autonomia è tale da non essere influenzato dalle sorti del reato falsamente attribuito. La decisione della Cassazione, dichiarando inammissibile il ricorso e condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria, rafforza questo principio, garantendo certezza giuridica e protezione contro le accuse infondate.
La successiva depenalizzazione di un reato annulla una precedente condanna per calunnia relativa a quel reato?
No, la depenalizzazione del reato falsamente attribuito non ha alcun effetto sulla calunnia. La valutazione sulla rilevanza penale del fatto va compiuta al momento della consumazione della calunnia, cioè quando viene sporta la falsa accusa.
Quando si considera consumato il reato di calunnia?
Il reato di calunnia si consuma nel momento in cui la falsa accusa contro una persona innocente giunge a conoscenza dell’autorità giudiziaria o di un’altra autorità che ha l’obbligo di riferirle. È in quel momento che si realizza il pericolo per l’amministrazione della giustizia e per la persona falsamente incolpata.
Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché i motivi proposti erano una semplice riproposizione di censure già adeguatamente esaminate e respinte con corretti argomenti giuridici nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, la valutazione sul reato di calunnia effettuata dalla Corte d’Appello è stata ritenuta logica e congrua.